II lusso emozionale: Givenchy, Marco De Vincenzo e la moda antidepressiva

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Che l’abbigliamento maschile, oggi, rappresenti il terreno privilegiato per sperimentazioni di ogni tipo, da quelle formali a quelle tecniche, da quelle tessili a quelle creative, è un dato che le sfilate di Firenze di questi giorni, corroborate da location da sogno o da set cinematografico, stanno via via confermando. Nel giorno in cui sfila Marco De Vincenzo nella serra di cristallo del Tepidarium del Roster la mattina e Claire Waight Keller per Givenchy nella splendida Villa Palmieri, la sera, ci permettiamo di coniare una nuova tipologia di lusso, il lusso emozionale. Che segna un rapporto con gli abiti sempre più affettivo che privilegia la sfera delle emozioni e sensazioni personali, psicologico ed esperienziale. Che ha a che fare con i soldi, ma non solo ed è perfettamente simboleggiato dalla piccola pianta grassa, un vegetale povero e resistente, dentro un vasetto ricoperto da un pavé di diamanti (finti) che tutti i modelli e le modelle di De Vincenzo tengono in mano come un talismano.

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La prima sfilata maschile del designer siciliano si chiama “Pum!”, come il verso che perversamente si fa ai bambini per impaurirli e poi consolarli, metafora perfetta della nostra condizione attuale. “Pum!” ed è una teoria di pantaloni e giacchette squadrate un po’ Napoleone bambino e un po’ adulto che si infantilizza volutamente. “Pum!” ed esplodono le applicazioni luccicanti su borsine da attaccare alla cintura e sui decori arcobaleno delle camicie. “Pum!”, e sono t-shirt di tulle plissé sovrapposte e coloratissime (debitrici alle lavorazioni dei designer giapponesi), alle giacche aeree in vinile traforato, in bouclé à la Chanel trasformato in soprabiti squadrati come disegni di uno scolaretto. “Pum!” e sono gilet e pullover in macramé laccato.

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Una collezione d’esordio interessante e curiosa, “che alterna moderazione ed eccessi, rigore e kryptonite. Avevo in mente un supereroe quotidiano”, afferma De Vincenzo. Ma una volta conquistati i pianeti immaginari, avremo armi reali per difendere con coraggio quello dove viviamo? Nella sfilata, un inno all’escapismo, non c’è risposta, ma la ricerca di un’eleganza ludica, lieve, intima. Che ci sottragga, con un vestito magico, alla tirannia della realtà. E ci renda un po’ felici, almeno fin quando avremo indosso quei vestiti non da uomo ma da giovin sognatore. Sembra che la ricerca di un vestire antidepressivo sia anche la chiave di Givenchy, disegnata ormai con mano sicura e sapienza sartoriale da Claire Waight Keller per Givenchy. In un giardino bello come un Eden che ricorda gli scenari del film Camera con vista di James Ivory sfilano dandy urbani, rivestiti di tessuti dove si gioca con le tattilità: il nylon sembra velluto, il raso si traveste di una patina lucida, l’abito formale si accende di colori tenui, come il rosa pallido, o elettrici, come “quel” blu che fu il simbolo di Monsieur de Givenchy. Nessun gesto drammatico, nessuno show fine a se stesso, ma una visione sartoriale chiara, giocata sul concetto di intimità. Un concetto che era molto chiaro al fondatore del marchio e che oggi Waight Keller omaggia riproponendo le tappezzerie delle manifatture di Gobelin, da lui così amate. Ma non c’è niente di lezioso, nostalgico, sussiegoso.

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Il passato è citato in contesti di tagli e linee ampie, perfette e morbide, dove la stilista concentra la sua bravura per offrire, a esempio, più di dieci modelli di pantaloni diversi, “perché non è giusto che le donne possano contare su linee di gonne diverse e agli uomini, invece, siano proposti, stagione dopo stagione, una vestibilità dominante”, e anche queste sono pari opportunità. I ghirigori liberty sono filtrati da un trattamento al computer. È una festa privata, sensoriale, un godimento dei sensi negli ampi trench sui completi tre pezzi, negli accessori uno più desiderabile dell’altro, nelle costruzioni d’atelier ma vissute in velocità, scioltezza, dinamismo. La stilista invoca il Baudelaire de I fiori del male ma come se declamato da un rapper nell’estetica dark e sofisticata di maschi elegantissimi e che sembrano non farci caso, un tipo di uomo che riscuote alto gradimento tra le donne come lei. E come molte altre, supponiamo. A noi, personalmente, questa sfilata così compiuta nel raggiungimento delle sue intenzioni, ha ricordato un altro Baudelaire. Quello che ha scritto il saggio Il bello, la moda e la felicità, dove scriveva: “Il bello è fatto di un elemento eterno, invariabile, la cui quantità è oltremodo difficile da determinare, e di un elemento relativo, occasionale, che sarà, se si preferisce, volta a volta o contemporaneamente, l’epoca, la moda, la morale, la passione. Senza questo secondo elemento, che è come l’involucro dilettoso, pruriginoso, stimolante del dolce divino, il primo elemento sarebbe indigeribile, non degustabile, inadatto e improprio alla natura umana. Sfido chiunque a scovarmi un esemplare qualsiasi di bellezza dove non siano contenuti i due elementi”. Vestirsi bene ci renderà più felici? Sarà il caso di provare. Costa meno dei 40 anni di psicoanalisi a cui si sottopone Woody Allen. E magari causa meno danni, tranne che al portafoglio.

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