San Francisco è la città del Far West dove arrivavano gli intrepidi e gli avventurosi. E oggi è il luogo perfetto per riunire un gruppo di start-up: è dove innovazione e capitale si fondono, nella Silicon Valley. E proprio qui si sono incontrate le 21 finaliste dei Cartier Women’s Initiative Awards, un progetto che da 13 anni sostiene l’imprenditoria femminile. Nel tempo è cresciuto fino ad assegnare 100mila dollari alle sette vincitrici, che vi presentiamo, e 30mila alle altre finaliste, oltre a coaching e consulenze personalizzate che sono il valore aggiunto di questo programma:

«Nel 2019 il tema era The Ripple Effect, ovvero la capacità di un’azione anche piccola e locale di avere un effetto dirompente su molte altre persone», sottolinea Cyril Vigneron, presidente e Ceo di Cartier che crede moltissimo in questa iniziativa e ogni anno aggiunge nuovi incentivi. «Sosteniamo queste aziende non solo con il denaro, ma creando e nutrendo un network di donne audaci e potenti, motivate a migliorare il loro mondo. Non è solo una questione di profitto, ma di propositi e valori».

Nella settimana che ha preceduto la finale le imprenditrici hanno dialogato all’insegna della sorellanza, più che della competizione, consapevoli anche che essere arrivate lì fosse già una vittoria (quest’anno sono state 2.900 le adesioni, un record).

Alle donne, nel business, si rimprovera la scarsa propensione all’auto-promozione (che invece viene naturale a molti uomini) o la capacità di prendersi rischi, ma queste giovani hanno dimostrato ben altre caratteristiche femminili come l’empatia, la resilienza, il coraggio manageriale e fiducia nel proprio team. Non a caso sono più attive in settori come la salute, l’istruzione e i servizi sociali.

«L’ostacolo è dentro di noi», dice una di loro. «Continua senza fermarti e segui quello che ti suggerisce la pancia», aggiunge un’altra. Sembrano frasi uscite da libri di self-help o dai corsi motivazionali, ma quelle che incontriamo sono giovani donne, felici e grate di vivere questa esperienza. Raccontano le difficoltà del percorso imprenditoriale come passi necessari per realizzare un sogno. Le loro storie sono spesso commoventi. Programmi come questi sono preziosi: soltanto il 3% del venture capital del mondo, il capitale che finanzia le imprese più promettenti, va ad aziende gestite da donne. Cartier ha trovato il modo più intelligente per creare una rete di influencer davvero influenti, orgogliose di far parte di questo laboratorio. Dal 2014 non vince un’italiana. Startupper, qui sotto le vincitrici, e voi, che cosa aspettate a iscrivervi?

Ran Ma: con la sua start-up si occupa di migliorare la vita dei pazienti diabetici.
Courtesy Cartier

1 Calze intelligenti per diabetici

RAN MA, Siren, Stati Uniti

«Vengo da una famiglia di origini cinesi, tutti medici, e forse li ho delusi decidendo di studiare ingegneria biomedica. In realtà ero più interessata a disegnare strumenti per prevenire le malattie e diminuire il loro lavoro. Ho lasciato il master perché volevo buttarmi nel business, ma nelle aziende in cui lavoravo la mia voce non era ascoltata, quindi ho iniziato qualcosa per conto mio. Sono partita identificando un problema a cui dare risposta: i diabetici (sono 450 milioni nel mondo) sviluppano ulcere ai piedi che spesso portano all’amputazione. Abbiamo studiato dei microsensori in grado di monitorare la temperatura, li incorporiamo in tessuti brevettati, Neurofabric, e abbiamo realizzato delle calze in grado di trasmettere informazioni a smartphone o ad altri device, così da poter intervenire in caso di emergenza. Ci sono voluti tre anni, è stato più difficile di quanto pensassi: le calze sono qualcosa che tutti indossano, si lavano in lavatrice e ogni sei mesi ne mandiamo di nuove (sono coperte dalle assicurazioni sanitarie e prescritte dal medico, quindi ora viviamo un boom di vendita). La nostra azienda è per metà in Cina, dove produciamo. Abbiamo uffici (decorati con sirenette verdi e viola!) a San Francisco: qui trovi talenti incredibili, i migliori advisor della Silicon Valley e investitori (infatti abbiamo ottenuto capitale per espanderci). Ho un team internazionale che cerco di motivare. E sotto la doccia ogni mattina mi chiedo: “Vuoi che i fallimenti di ieri abbiano il sopravvento sulla tua giornata? O sarai il meglio per chi ti sta intorno?"».

Manka Angwafo, tornata in Camerun per sviluppare un’agricoltura a misura di donna.
Courtesy Cartier Women's Award

2 La mia terra dà più frutti

MANKA ANGWAFO, Grassland, Camerun

«Mia nonna ha 94 anni ed è una donna incredibile. Mi ha sempre ispirato con la sua etica nella vita e nel lavoro e mi ha fatto capire che molto del cibo prodotto nel mondo proviene da pezzi piccolissimi di terra lavorati da donne che, in quanto tali, hanno difficoltà a espandersi. Sono nata in California, dove si era trasferita la mia famiglia, ho studiato e dopo aver lavorato sette anni per una banca e altri due negli hedge funds, nel 2013 durante le vacanze estive da mia nonna, ho sviluppato la mia “pazza idea”.

Lavorando nei campi ho capito quanto fosse dura per loro (e quanto io fossi incapace nel lavoro manuale!) e che qualcosa poteva essere fatto per aumentare la produttività. Dal settembre 2016 siamo operativi con Grassland: forniamo strumenti e facciamo prestiti che sono ripagati con il raccolto, aiutiamo i coltivatori nelle vendite dei loro prodotti, li assistiamo nella pianificazione e nella gestione dell’acqua e altri servizi. La mia famiglia mi ha finanziato e sostenuto, per noi è un grande progetto comunitario. Al momento abbiamo 430 contadini tra i nostri clienti e con i 100mila dollari del premio Cartier possiamo sostenerne altri. Mi sono trasferita in Camerun. Ho lasciato tutto: la banca, la mia famiglia, gli amici. Ma ora tutto ha più senso, sono soddisfatta e sento di avere una ragione di vita: i nostri servizi stanno migliorando la realtà di tante donne. Questo è il mio contributo».

Carmina Bayonbong, che ha ideato una startup per favorire l’accesso all’istruzione superiore
Courtesy Cartier Women's Initiative Awards 2019

3 Più istruzione per tutti

CARMINA BAYOMBONG, InvestEd, Filippine

«I miei genitori hanno lavorato duro per andare al college, mia madre viene da una famiglia con 8 figli e i suoi erano contadini, mio padre era uno studente lavoratore: lui, come me, è ingegnere industriale, lei è chimica. Da loro ho capito il valore dell’istruzione e so di essere privilegiata. Al college gestivo i fondi per le borse di studio ed ero molto attiva. Così mi è venuta l’idea di InvestEd: mettere in contatto studenti con chi può finanziarli.

Nelle Filippine il 97% dei risparmiatori non investono, il costo per studiare si aggira intorno ai 1.200 dollari e le banche non fanno prestiti a studenti. Gli esperti cercavano di dissuadermi dicendo che i ragazzi non avrebbero ripagato, soprattutto le donne: ne abbiamo 300 (ma i primi otto mesi ne avevamo soltanto 12) e sono tutti in pari con le loro rate. Il 68% sono ragazze, alcune giovani madri che sono tornate a studiare. È un pregiudizio, loro lo fanno anche più volentieri perché hanno molti sogni non solo per se stesse ma anche per i loro figli.

Non è la tipica start-up per finanziare gli studenti, è un’organizzazione attiva in tutto il Paese che fornisce training e mentorship, con supporto online, e un aiuto a trovare subito lavoro. Vincere questo premio è un onore per le Filippine e ci consentirà di raggiungere l’obiettivo di 2mila studenti finanziati. Da noi non c’è accesso a fondi per le donne e anche a me è successo quando ho cercato credito. Sono ancora più convinta: devo sostenerle di più».

Zineb Agoumi: il suo impegno per una riabilitazione più facile e meno costosa.
Courtesy Cartier Women's Initiative Awards 2019

4 Sostegno alla riabilitazione

ZINEB AGOUMI, Ezygain, Francia

«Vedere mia nonna far fatica a camminare dopo diverse cadute in casa mi ha dato l’idea per sviluppare EzyGain. Sono marocchina di Rabat ma ho studiato ingegneria e business a Parigi, dove vivo. Ho visitato parecchi centri di riabilitazione e ho capito che i device erano molto cari e pochi potevano permetterseli.

Volevo creare qualcosa di compatto e tecnologico: il nostro prodotto sostiene i pazienti dal bacino e non dal torso e consente loro di utilizzare un tablet in grado di collezionare dati e fornire esperienze virtuali per ritrovare il senso di equilibrio. Ora stiamo sviluppandone uno per l’uso a casa. All’inizio qualcuno ha cercato di dissuadermi perché era un’idea ambiziosa e costosa. Sono felice di averlo ignorato. I miei genitori sono medici e forse questo mi ha indirizzato verso un problema legato alla salute.

In Marocco cosa pensano di me come Ceo? Non lo so, anche mio marito è imprenditore nel settore medicale e deve affrontare ostacoli e problemi. Ce li abbiamo tutti, non solo noi donne. Ma noi dobbiamo essere concentrate sul nostro obiettivo e andare avanti. Come utilizzerò il premio? Visto che è un bonus inaspettato daremo sconti ai centri che hanno meno fondi. Sono grata a Cartier ancor di più per il coaching che ci ha dato, è stato utilissimo. E io ero già abituata a fare concorsi per imprenditori, all’inizio quei soldi mi hanno aiutato. E ora questo: ho 28 anni e voglio dedicare il premio a mia figlia che ha otto mesi. È un bell’esempio per lei, no?».

Yeon Jeong Cho: con la società Say ha lanciato un modo ludico ed efficace per impegnare la mente degli anziani
<Courtesy Cartier Women's Initiative Awards 2019

5 Conversazione con gli anziani

YEONG EONG CHO, SAY global, Corea del Sud

«Ho 27 anni, dopo l’università a Princeton e il lavoro in una banca di investimenti, sono tornata in Corea. Io e il mio cofondatore facevamo volontariato in un centro per anziani: erano senza speranza, non avevano nulla da fare, si sentivano inutili. Però apprezzavano il tempo che passavano parlando con noi giovani.

Questa è la generazione che ha ricostruito il nostro Paese dopo le guerre, ed è ingiusto metterla da parte. Quindi abbiamo pensato di connetterli a persone che volessero imparare coreano facendo conversazione con dei madrelingua. Abbiamo chiamato un professore con studenti della nostra lingua, e li abbiamo messi in contatto con gli anziani disponibili a fare pratica. L’esperimento è stato positivo: gli studenti apprendevano meglio, gli anziani erano felici e sono nate delle amicizie. Dopo anni di lavoro senza profitto, nel 2018 abbiamo trasformato Say in una vera impresa che potesse anche compensare
le pensioni. Ci assicuriamo che non sia stressante per gli anziani, naturalmente, il 65% di loro sono donne.

Il coreano è diventato molto popolare, grazie al K-Pop e alle nostre industrie che ora sono globali, per questo expatriates, manager, i molti coreani-americani, tra cui tanti adottati, vogliono impararlo. Lavoriamo attraverso un sito e una video-conferenza, quindi ha richiesto un basso investimento, abbiamo già 350 studenti e 25 anziani. Il nostro modello è facilmente replicabile e intendiamo allargarlo ad altri Paesi e lingue. In Corea ci sono poche imprenditrici, io sono felice di farlo rendendomi utile».

Liza Velarde (a destra) mentre spiega i vantaggi della sua startup contro il cancro Delee basata in Messico
Courtesy Cartier Women's Initiative Awards 2019

6 Diamo battaglia al cancro

LIZA VELARDE, Delee, Messico

«Siamo di Monterrey, a poche ore dal Texas e per 7 anni abbiamo lavorato al nostro progetto. Abbiamo messo a punto una tecnologia in grado di isolare le cellule tumorali che circolano nel sangue (CTC). La nostra forza è farlo in meno di dieci minuti con una macchina dal prezzo competitivo. E in più questo esame accessibile consente di personalizzare ancor di più la cura per i malati di cancro.

Collaboriamo con ospedali e cliniche oncologiche e vogliamo espanderci, per questo abbiamo già registrato il brevetto in Messico e negli Stati Uniti. Non è stato semplice: abbiamo fatto un migliaio di prototipi, abbiamo resistito fino a quando ce l’abbiamo fatta, ci credevamo davvero. Io sono il Ceo e sono una delle più giovani, ho 27 anni.

Con i soldi dei Cartier Women’s Initiative Awards cresceremo ancora. Vogliamo aiutare le persone con il cancro: il 90% delle morti sono causate dalle metastasi e l’anno scorso i decessi per tumori sono stati 9 milioni e mezzo nel mondo. In un Paese latino come il nostro all’inizio è stato difficile avere credibilità come donna, e ottenere finanziamenti, sono poche quelle a capo di aziende e le risorse sono scarse. Ora va molto meglio perché funziona. Certo, si finanzia il successo più che le idee!».

Hibah Shata, fondatrice del Centro di apprendimento Maharat negli Emirati Arabi
CHRISTOPHER PIKE Courtesy Cartier Women's Initiative Awards 2019

7 Una scuola per mia figlia (e per gli altri)

HIBAH SHATA, Maharat Learning Centre, Emirati Arabi Uniti

«Sono nata in Arabia Saudita e fortunatamente i miei mi hanno incoraggiata a studiare. Sono stata una studentessa molto competitiva, sono diventata medico, dentista e chirurgo maxillo-facciale, e ho superato il naturale senso di inferiorità che noi arabe abbiamo. Poi mi sono sposata e ho seguito mio marito a Dubai.

Ho avuto successo professionale, ma quando ho scoperto che la mia ultima figlia era autistica mi sono rimessa in gioco. Non c’erano scuole per la mia bambina: dovevo creare un istituto inclusivo per lei e tutti gli altri che hanno problemi di apprendimento e che normalmente non hanno accesso all’istruzione.

Il Maharat Learning Center sostiene gli alunni dalle elementari all’università. Abbiamo anche un’Academy e un centro di formazione per la tecnologia. Il 70% dei nostri studenti sono riusciti a entrare nelle scuole normali.

L’Award ci aiuterà a incrementare la nostra piattaforma di analisi per permettere alle madri di insegnare ai loro figli. Oggi mia figlia ha detto: “Mamma mi manchi tanto”. Ha pronunciato la sua prima parola a 5 anni, mi ha detto che mi vuole bene a 9: lei aveva sentimenti, ma non riusciva a esprimerli. Per questo le scuole sono la mia missione».