Dalla notte del 1969 a Donatella Versace ambassador: come, la moda, sostiene davvero il PRIDE?

I marchi di moda sono sempre più consapevoli del loro apporto alla comunità LGBTQ+: nomi, numeri e luoghi di un impero che finalmente cresce.

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Courtesy Photo Versace

Era circa l'1 e 20 di notte, allo Stonewall Inn, bar del Greenwich Village, quella sera del 28 giugno 1969. L'alcool scorreva, anche se il locale non aveva il permesso per la distribuzione – un atto di sfida, visto che solo fino al 1965, la State Liquor Authority revocava la licenza, se si veniva sorpresi a fornire alcool a gruppi di omosessuali da tre in su, come se bere insieme in un bar qualunque potesse essere il pericoloso focolare della nascita di un'associazione a delinquere dedita al traffico di organi. A sovvertire le regole era stato Dick Leitsch, presidente della Mattachine society, la prima vera organizzazione per i diritti degli omosessuali d'America, che nel 1965 aveva invitato la stampa ad un “sip in”, variante alcolica del sit in, ma con la stessa valenza di protesta sociale: si sarebbe ritrovato con altri due omosessuali in un bar, e avrebbe ordinato da bere. Quando il gestore si rifiutò di servire alcool, i tre reclamarono davanti alla commissione cittadina per i diritti umani. Caso chiuso, con la SLA costretta a specificare che non era proibita la vendita agli omosessuali.

Nello Stonewall Inn, però, abbondavano go-go boys, e chissà, si sussurrava che fosse il luogo primigenio dove si ottenevano informazioni sugli uomini di Wall Street, che frequentavano volentieri gli omosessuali dello Stonewall Inn. Una serie di furti organizzati in aziende di intermediazione proprio di Wall Street, aveva fatto credere che dietro ci fosse un giro di ricatti. La realtà è che il locale era proprietà della famiglia mafiosa Genovese, e probabilmente era molto distante dal ristorante dedicato alla gente “perbene” che c'era fino a qualche anno prima, allo stesso civico. C'era una pista da ballo, l'unica dei locali gay di New York. Si incrociavano drag, queer, e tutte le varianti del colorato universo della comunità LGBTQ+ che, per qualche ora, avevano un tetto sopra la testa. Quando, all'1. 20, iniziò la retata, la polizia si trovò di fronte a una resistenza inaspettata. Fu Sylvia Riveira – transgender divenuta poi Santa protettrice di Stonewall, e co-protagonista del documentario di Netflix dell'anno scorso, The life and death of Marsha P. Johnson – a dare inizio alla resistenza: gettò una bottiglia addosso al poliziotto che cercava di colpirla con un manganello. Ne seguirono tre giorni di proteste, la polizia costretta, ironicamente, a inviare la Tactical Patrol Force, la squadra anti-sommossa già addestrata con i dimostranti che protestavano per la Guerra in Vietnam. La pace nel mondo e la possibilità di farsi un drink in un locale dove non ti si giudicava sulla base dell'orientamento sessuale, erano pericolose utopie da reprimere. Nacque l'anno dopo, nella stessa data, il Pride, manifestazione che si muove annualmente dal Greenwich alla Madison Avenue, per ricordare tutte le Sylvia e le Marsha che hanno deciso che la misura di quella repressione era colma.

Un evento storico, che quest'anno spegne le 50 candeline, con un sorriso amaro.

Certo, i traguardi sono stati importanti, ma nel 2019 è facile, troppo, scivolare pericolosamente indietro: a gennaio la corte Suprema ha dato il via libera a Donald Trump per il suo trans military ban, impedendo ai soggetti dichiaratamente trans di arruolarsi nell'esercito, tornando all'odiosa era del “Don't Ask, don't tell”, ad aprile Matteo Salvini ha reintrodotto, attestandosene la vittoria con orgoglio, la dicitura “padre” e “madre” nella richiesta della carta d'identità per i minori, sostituendo la dicitura generica “genitori”, introdotta dal governo Renzi e sostenuta dal Garante della Privacy, ma sono stati in pochi ad accorgersene, e la notizia è finita diretta nei tagli bassi dei principali quotidiani.

Dedita alla costruzione di sogni e fantasie, prontuario prêt-à-porter dell'evasione, il fashion system è poco incline da sempre ad essere politico o politicizzato, ma ci sono cause sulle quali non si può non prendere una posizione (e magari dedicare anche una collezione ad hoc, i cui proventi vanno molto spesso a sostenere una pletora di associazioni ed enti che sostengono nel pratico la comunità LGBTQ+). D'altronde, a farla grande, molto spesso, sono stati couturier con talenti e visioni fuori dalle diciture e da qualunque categoria. Il pride scorre nel DNA della moda.

A confermarlo è stato il premio conferito proprio ieri a Donatella Versace, nominata Stonewall Ambassador. A conferirle il titolo è stata Pride Live, organizzazione che sostiene la comunità LGBTQ+, e che, in occasione del cinquantenario, ha coinvolto 50 personalità, ambassador che hanno contribuito con il loro lavoro, negli scorsi 12 mesi, a respingere l'avanzata di diciture e ghettizzazioni, proprio come Marsha e Sylvia, ma beneficiando di un pubblico, e di un palcoscenico reso esponenzialmente più grande dai social. Tra loro Conchita Wurst, Hillary Rhodam Clinton, e appunto, Donatella Versace, che ha dichiarato al WWD: “le parole non bastano a spiegare quanto mi senta onorata di questo riconoscimento. Ciò che è successo qui 50 anni fa è stato qualcosa di straordinario, che ha portato l'attenzione del mondo su temi come l'uguaglianza, la diversità, l'accettazione dell'altro e i diritti civili essenziali. Ho sempre difeso strenuamente i diritti della comunità LGBTQ+, perché credo che nessuno debba essere giudicato per il suo orientamento sessuale, o il colore della pelle e la fede religiosa. Nel 2019 non è accettabile che esistano persone che vivono nel terrore, siano perseguitate o cacciate dalle loro case, per via di chi amano. Dobbiamo alzare la voce e rivendicare la libertà di essere chi si vuole essere”. Ne è seguita una limited edition di t-shirt, in vendita nella boutique sulla Fifth Avenue e online, i cui proventi andranno, in parte, proprio al Pride Live.

Una posizione, in realtà, già condivisa da altri rappresentanti del mondo della moda, uno su tutti Christopher Bailey, all'epoca direttore creativo e CEO di Burberry, primo CEO dichiaratamente gay, felicemente sposato e padre di due bambini, che con la sua ultima sfilata per il marchio, nel febbraio 2018, mandò in passerella pantaloni, pellicce e cappotti tinti dei colori della bandiera del Pride, da lui definite come “emblema dell'ottimismo e dell'inclusività”, con parte dei proventi dedicata a diversi enti di beneficenza. Quest'anno anche H&M ha dedicato la collezione Love for All all'avvenimento, lasciando che a parlare non fossero solo gli abiti, ma anche Laverne Cox, detenuta del penitenziario di Litchfield e trans in Orange is the new Black. Il 10% sarà donato a UN Free and Equal, che lotta per gli uguali diritti di gay, trans e intersex.

Secondo i dati forniti sempre da WWD nel suo articolo Rainbow Collections make a splash at retail, le collezioni dedicate, sorprendentemente, sbancano anche alle casse dei negozi. Se Asos ha venduto 10,500 unità della sua Pride collection e si appresta a renderla disponibile tutto l'anno, Todd Snyder, marchio di abbigliamento maschile con natali americani, ha confermato, tramite i suoi rappresentanti, che la collezione dedicata al Pride (i cui proventi andranno al 20% allo Stonewall National Park Service) sta velocemente esaurendosi. Nella campagna dedicata, ad indossare la collezione sono la designer Jenna Lyons, mente dietro il successo di J.Crew, e Billy Porter, l'attore responsabile del commovente ritratto di Pray Tell, giudice sulle piste da ballo di Pose.

Henry Holland, invece, ha lanciato la sua prima collezione per il Pride lo scorso anno: a indossare i completi del brand inglese i modelli trans Maxim Magnus e Finn Buchanan, testimonial anche della campagna attuale. Ed è stato proprio Maxim a condividere sui suoi profili una delle foto del servizio, specificando che il 25% dei proventi andranno all'Akt Charity, al quale il marchio è riuscito a donare lo scorso anno 8.000 sterline. L'hashtag, #thisisnotatrend, la dice lunga sugli obiettivi a lungo termine di un progetto capace di smuovere le coscienze – rendendo protagoniste di servizi e scatti facce da sempre costrette a nascondersi – e far aprire i portafogli.

Una battaglia, quella per il riconoscimento delle libertà e dei diritti civili, che alcuni hanno sposato prima di altri: dal 2014 Converse rilascia prodotti specifici, durante il mese del Pride. In questo caso si è trattato di Chuck Taylor rivestite di glitter, festeggiate in una notte nella quale l'headquarter del marchio ha visto la sua insegna illuminarsi di arcobaleno. I proventi in questo caso andranno in parte alle associazioni It gets better e Out Metro West.

A raggiungere il record di bontà è però Nike, che con la sua annuale campagna Be True, ispirata all'attivista Gilbert Baker – artista che firmò la bandiera del Pride nel 1979 – dedica una importante donazione alla LGBT Sports Coalition, mega-polo di associazioni dedicate alla causa (tra loro GLAAD, National Center for Lesbian Rights e Equality Coaching Alliance). Nel drop del 2019 compaiono, tra le altre, le Air Max 720 con la firma di Baker e le Zoom Pegasus Turbo decorate da glitter. E chissà se la donazione di quest'anno supererà quella record del 2013 ( 200 mila dollari, una delle maggiori nella storia della generosità brandizzata). Sempre fonte WWD, in totale, il marchio ha donato negli anni a cause LGBTQ+ la ragguardevole cifra di 3,6 milioni di dollari.

Numeri e volti che raccontano di come la moda, più della politica, sia oggi specchio della società civile, ormai stanca di vecchi idoli e nuovi divieti, aperta all'inclusione – o disponibile a finanziarla di tasca propria – e capace di far risuonare, nel contempo, i registratori di cassa. A porgerle la mano, dall'altra parte, c'è un pubblico consapevole, pronto ad acquistare, e a fornire il palcoscenico alle altre colorate variazioni dell'essere umano, troppo a lungo costrette al ruolo di silenziosi comprimari o vittime, nel migliore dei casi, di feroci ironie, ormai prive di qualunque significato. Tutti e due, uniti, con orgoglio, sotto l'unica bandiera che non mette confini all'espressione umana. Quella del Pride.

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