Come sono nate le migliori agenzie per modelle (e come cambieranno)

Da Elite a Ford, da Casablancas a Naomi Campbell: la rivoluzione tutt'altro che silenziosa delle agenzie per modelle è pronta a cambiare in tempo di social regni?

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Kate Moss ritratta da Terry O'NeillGetty Images

Negli Anni 50, prima di Wilhelmina e John, prima delle migliori agenzie di modelle al mondo, le non ancora top si chiamavano elegantemente mannequin, ma oltre la pomposità del lessico, c'era poco altro. Corpi fatti per indossare vestiti hi-end, visi aggraziati, il loro ruolo era quello di portatrici di un messaggio, veicolo di una filosofia à porter. Nessuno conosceva i loro nomi, e d'altronde era l'epoca di Audrey Hepburn e le altre, fare le icone era un mestiere di pertinenza delle attrici. Le eccezioni, ovviamente, c'erano (vedesi alla voce la modella Dovima, definita da Richard Avedon come una delle bellezze più notevoli e meno convenzionali del suo tempo, e da lui scattata in una polaroid passata alla storia, quella al Cirque d'Hiver a Parigi nel 1955, con la newyorchese in Yves Saint Laurent tra due elefanti), ma rimanevano singolarità in un panorama che equiparava le indossatrici a operaie della moda.

A cambiare drasticamente lo scenario, furono loro: gli agenti. Spesso con un passato da modelli, nessuno meglio di loro capiva le esigenze delle nuove generazioni che si approcciavano, speranzose, alle passerelle. E quando mancava l'empatia data dal comune DNA estetico, indubbiamente agevolato, si compensava con una buona dose di denari familiari. Fu il caso di John Casablancas, figlio di un tycoon dei macchinari tessili spagnolo e di una ex modella di Cristobal Balenciaga: abituato alla bellezza per tradizione familiare, l'idea nacque quando la sua fidanzata di allora Jeannette Christiansen, ex Miss Danimarca 19enne e, ovviamente modella, si lamentò dei servizi della sua agenzia. Nasce così Elysèe 3, che dopo alcuni problemi finanziari e cambi di nome, diviene Elite e sbaraglia la concorrenza. Come è successo? Con molta astuzia e qualche colpo basso agli avversari.

Slim Aarons/ James Galanos e la top DovimaGetty Images

Prima di lui, a definire le regole del mercato c'era Wilhelmina Cooper, con la sua omonima agenzia, fondata insieme al marito Bruce Cooper, produttore del popolare programma televisivo statunitense The Tonight Show with Jimmy Carson. Ex modella, appunto, e detentrice, ad oggi, del record per il numero di copertine di Vogue America sulle quali è apparsa (28 ), raccontava non senza un certo orgoglio di essere una delle “poche modelle costruita come una donna”. Inconsapevolezza della diversità a parte, ma erano gli Anni 50, e non si può avercela con Wilhelmina, in effetti per fisicità e grazia, zigomi delicati e chioma corvina fluente, era la trasmutazione in carne e ossa di quell'eleganza connaturata agli Anni 50 e 60. Per merito suo, hanno calcato le passerelle Gia Carangi – poi morta di Aids nel 1986 – e la madre putativa di Naomi Campbell, Naomi Sims, prima modella di colore. Una figura, quella di Wilhelmina, segnata a fuoco nelle memorie degli insider del fashion system, a cui la serialità del piccolo schermo ha reso un tributo, quando, nel telefilm Ugly Betty – tagliente satira sul mondo della moda con la dovuta aggiunta della love story di rito – ha chiamato la direttrice creativa del magazine Mode, ex modella trasformatasi in businesswoman, proprio Wilhelmina, lasciando il compito di interpretarla a Vanessa Williams, prima Miss America di colore.

Wilhelmina Cooper con modelle della sua agenzia in una foto del 1963
Getty Images

L'altra regina nel mondo delle fashion Agency era Eileen Ford. Stesso percorso della Cooper – carriera da modella, conseguente apertura dell'agenzia di modelle Ford insieme al marito Gerard – in comune con Wilhelmina aveva l'attitudine verso le modelle, che, forse per il comune passato, guardava come a delle protegée: si davano consigli sul make up, le faceva girare solo con degli accompagnatori, e si poneva anche come modello morale. «La maggior parte delle modelle sono emotivamente sole. Hanno bisogno di me. Sono la loro madre», raccontava in un'intervista a Life. Merito suo fu il lancio di molte modelle che poi divennero attrici – da Ali MacGraw, indimenticata e sfortunata protagonista femminile di Love Story, a Carol Alt, Kim Basinger e Sharon Stone, Melanie Griffith e Laurent Hutton, la lista è potenzialmente infinita – ma anche Twiggy e Jerry Hall, futura signora Jagger. Madri chiocce, Eileen Ford e Wilhelmina Cooper, che mettevano gli interessi di tutti i loro accoliti davanti ai loro, senza fare distinzioni, tranne quando facevano ai designer degli sconti, nel caso utilizzassero alcuni dei loro volti meno richiesti.

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John Casablancas ci vide una debolezza, e vi si inserì con una certa ispanica esuberanza: niente sconti, da lui si selezionavano solo le prime della classe – infrangendo una regola non scritta del sistema delle agenzie, per la quale non si era autorizzati a “rubare” le ragazze degli altri competitor – che venivano trattate al pari di celebrities. Gli assegni per ingaggiarle erano salatissimi – Dior e Mary Quant furono tra i primi ad accorrere – ma d'altronde si trattava, per Casablancas, di un sistema per vezzeggiare l'ego delle modelle, facendole sentire in un club esclusivo, molto più esclusivo degli altri. Se Linda Evangelista pronunciò la frase passata alla storia “Non mi alzo dal letto per meno di 10 mila dollari”, usata poi nei più svariati e molto spesso ironici contesti, lo si deve a lui. La trasformazione da indossatrici a top model avviene all'inizio degli Anni 80. John Casablancas le fa scritturare come protagoniste dei video musicali, regala loro ruoli da presentatrici di MTV. Quelle donne non sono solo dei corpi, ma anche delle emanazioni in carne dello spirito di Venere, e in fondo non importa molto cosa dicono nelle interviste, la loro apparizione su un campo di solito riservato ad altre, cambia lo scenario. Egocentrico quanto basta – o forse anche troppo, visti i manifesti che invitavano ai casting con il claim Casablancas wants you, che lo trasformavano nello Zio d'America della passerella – si fa vedere con le sue creazioni ( e tra loro, negli anni, ci sono state Naomi Campbell, Iman, Gisele, Andie MacDowell, Cindy Crawford e Claudia Schiffer) allo Studio 54, discoteca tropo della nightlife newyorchese che conta.

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Un personaggio a cui piaceva la luce, ma che viveva anche tra molte ombre, Casablancas: nel documentario Shut up and Smile – Supermodels: the dark side, il giornalista investigativo Ian Halperin, autore di molti best seller, racconta che «c'erano infinite storie su come alcune delle ragazze reclutate come modelle fossero incitate a una vita di feste, alcool e droghe...due erano già morte quando Elite aveva appena compiuto un anno». Intervistato qualche anno prima di morire, John Casablancas non si è mai tirato indietro rispetto alle accuse, rimpiangendo molto, tra l'altro, ad aver contribuito in maniera fondamentale a creare il fenomeno delle top model. “Le odio tutte (portando ad esempio senza alcuna gentilezza i nomi di Heidi Klum, considerata una “salsiccia tedesca senza talento”, o Gisele, “mostro di egoismo”): per quanto Elite abbia portato i compensi delle modelle a somme che prima non si potevano immaginare, le ragazze non mi hanno mai ringraziato. Ne ho avuto abbastanza.” Furbamente, la sua progenie, ha riparato in altri angoli della creatività. Suo figlio Julian Casablancas, seppur non agevolato fisicamente da quella mascolinità taurina, e sempre, apparentemente abbronzata a Miami dell'augusto genitore, è musicista di culto, fondatore dei The Strokes, band autrice nei primi 2000 del revival del garage rock, di cui oggi i fan, dopo alcuni concerti nei principali festival europei, aspettano il ritorno con il fiato mozzato dall'emozione.

Naomi Campbell per Terry O'NeillGetty Images

In Italia, figura di riferimento è stata quella di Piero Piazzi, oggi presidente worldwide di Women Management, agenzia che fa parte del gruppo di Elite, primo italiano a ricoprire il ruolo. Ascendenze bolognesi e il consueto passato da modello, ha visto la bellezza dove, all'epoca, nessuno guardava: è stato lui a scoprire Marpessa, che all'inizio erano in pochi a cercare, così come a trovare la poesia nello sguardo alieno – e in effetti, bellissimo – di Mariacarla Boscono. Oggi, Piazzi, da visionario qual è sempre stato, punta su Rebecca Longendyke, bionda dallo sguardo enigmatico, contornato da efelidi, già protagonista delle campagne di Saint Laurent e Calvin Klein – e però lontana anni luce da Kendall Jenner e dal binomio delle sorelle Hadid, anche in termini di follower, (solo) 22 mila. Una carriera iniziata a 18 anni, secondo Piazzi aver cominciato “tardi, per i canoni della moda, le ha concesso di avere una maturità con la quale si è in grado di gestire e pensare un progetto di vita”.


Ad aver avuto “l'occhio lungo” è stato anche Bruno Pauletta, titolare dell'agenzia Brave, capace di intravedere dietro un'adolescente con capelli biondi dalla rasatura laterale, piercing, salopette e scarpe da skater, gli occhi azzurri e l'ovale perfetto di Bianca Balti, che, nello stesso anno della sua scoperta, viene ingaggiata da Dolce & Gabbana. Il resto è storia. Autore del successo delle sorelle Gigi e Bella Hadid, modelle 3.0 nell'era dei social, è invece Luiz Mattos, senior manager di IMG: una presenza a tutto campo, la sua, dato che le accompagna ovunque e impedisce alle due di esprimersi su temi controversi, politica compresa, evitando i passi falsi di Kendall Jenner (vedesi alla voce Advertising della Pepsi poi ritirato, dove Kendall metteva fine agli scontri tra polizia e manifestanti, offrendo una lattina all'agente).

Ma in un panorama radicalmente cambiato, figlio dei social,

come si diventa modelle da copertina?

E il ruolo stesso del manager, dell'agente, del talent scout, ha ancora senso?

Qualche risposta l'ha data recentemente a Forbes Italia Paolo Barbieri, primo italiano alla guida di Elite World, network che comprende i marchi Elite, Women Management e The Society (20 agenzie presenti nelle capitali della moda, e migliaia di modelle e modelli in gestione). Uomo di finanza nel patinato mondo dei lustrini e dei casting (“Ma in fondo la moda, come la banca, è un people business, fatto di persone”, sostiene lui), attenzione ai numeri, anche a quelli di Instagram, il ruolo del model manager è di certo cambiato: “il nostro rapporto è più cliente-centrico, perché l'obiettivo diventa quello di fornire un pacchetto di modelle che vanno a colpire il target specifico del cliente, identificabile e misurabile proprio grazie alla tecnologia, e agli algoritimi”. Non si guarda più, allora, alle passerelle, ma alle campagne pubblicitarie, di certo più remunerative e sicuramente capaci di regalare un ruolo da protagonista. “Nel fashion e nella cosmetica è cambiato poco, c'è un viso che interpreta una collezione. Nel consumer conta la nostra capacità di aver sviluppato una presenza digitale, aver creato e sostenuto un'immagine”.

A essere cambiata, di conseguenza, è la figura di modella, che scorre fluida tra i ruoli di rappresentante di un brand e rappresentante di se stessa, magari con una forte presenza social. Innegabile che lo scouting dei nuovi talenti, oggi, guardi anche moltissimo ai profili Instagram, ai follower: lo sostiene anche Piazzi, nell'intervista rilasciata proprio a Marie Claire Italia nel gennaio scorso, che “sono gli stessi clienti a pretenderlo, ma l'obiettivo è quello di formare una professionista”. Una figura di mediazione, di esperienza, e di fiducia, come quella dell'agente, rimane assolutamente necessaria, secondo Barbieri. “Senza un buon manager o un agente”, sostiene “il rischio è quello di non riuscire a costruire un sistema che massimizzi il ritorno economico, o di non sapere gestire nel tempo la propria carriera, riducendo il proprio ciclo di vita professionale”. Perché, come ha raccontato lo stesso Piazzi, fare la modella non è un mestiere, ma un momento professionale, una parentesi, tra un prima e un dopo. Una fase di transizione, quindi, che come tutte le stazioni di passaggio, deve essere preparata alla perfezione. A guardare il suo esempio, in fondo, non si può che essere d'accordo.

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