Tavi Gevinson oggi, dieci anni dopo il boom, prima di Instagram e dopo di lei, nessuna

Da Rookie Mag ai front-row delle sfilate, accanto ad Anna Wintour, ai teatri di Brooklyn: cosmogonia di Tavi Gevinson, la blogger “voce di una generazione”.

Metrograph 3rd Anniversary Party
Dimitrios KambourisGetty Images

C’è stata un’era, ormai geologicamente dimenticata, nella quale Instagram non esisteva. Solo un anno prima della creazione del social sul quale avremmo speso ore a paragonare le nostre vite a quelle dei ricchi e famosi, che finalmente si offrivano al nostro sguardo e alla nostra curiosità, senza la mediazione di giornalisti e uffici stampa, la formula con la quale, chi voleva, presentava la propria immagine di sé al mondo, erano i blog. Piattaforma dalla quale i suoi figli un po’ ingrati sono partiti, per poi, con un atto di metamorfismo, cambiare faccia, ma non sostanza, tramutandosi in influencer, a farne da paladina ante litteram, dall’altra parte dell’Oceano, c’era una undicenne nata a Chicago e residente a Oak Park, Illinois, Tavi Gevinson. Sarebbero ricordi sfocati, se non fosse che, recentemente, The Cut, rivista che ha sempre molto sostenuto Tavi, ha chiesto alla 23enne pacificata e attrice di teatro a New York, di ripubblicare, e raccontare, un suo post dell’Anno Domini 2009.

La blogger Tavi Gevinson
Joe KohenGetty Images

La genealogia dell’occhialuta Rookie (in inglese significa esordiente, come aveva chiamato il suo blog, e come poi si sarebbe chiamata la rivista online da lei fondata, Rookie Mag), zazzera bionda alla Twiggy e approccio all’armadio “creativo” almeno quanto i moodboard di cui tappezzava la sua camera, e di conseguenza il suo blog, si deve, come può succedere solo nelle favole made in USA, a un passaparola di quelli che contano. Tavi Gevinson, ossessionata dallo strutturalismo di Rei Kawabuko, nipponica e leggendaria fondatrice di Comme des Garçons, quando da H&M approda la collaborazione con il marchio, con l’innocenza e la sfrontatezza che si può avere solo nella pre-pubertà, le dedica un rap, condiviso sulla sua piattaforma. La dichiarazione d’amore passa sotto lo sguardo della regina dell’indie Miranda July, incarnazione vivente di una delle intellettuali ed eclettiche protagoniste femminili di un qualche film di Woody Allen negli anni 70 (attrice di pellicole di nicchia amatissime a Cannes, ma anche cantante, artista multimediale che presenta le sue creazioni non certo alla Biennale, ma al Contemporary Art di Portland, o all’International Film Festival di Londra, e infine scrittrice di saggi e racconti brevi sul The New Yorker). Miranda, a sua volta, condivide il video con Laura e Kate Mulleavy, designer e fondatrici di Rodarte, uno di quei marchi per i quali i giornalisti lontani da New York si sforzano ancora di prendere un aereo e partecipare ad una fashion week ormai orfana della creatività.

Il passaggio finale, che manda in gol la triangolazione virtuosa e socialissima, è quello a Dasha Zhukova, direttrice di Pop, magazine che mette l’undicenne in copertina e le propone di andare alle sfilate di New York, e commentarne le collezioni (volo e spese incluse). A quel punto, accompagnata dal padre, professore di inglese e futuro manager della prole talentuosa, approda nella Grande Mela, catapultata senza preavviso in un mondo che non era quello delle sue lettrici – coetanee che si rivedevano nelle sue parole, negli entusiasmi accesi e nei cambiamenti d’umore repentini – ma di fashion insider e figli di, addetti ai lavori, tutti maggiorenni, ma che di lei avevano già sentito parlare.

Vestita come un’arzilla “ottantenne sotto acidi” – è lei stessa a dirlo, nella recente intervista nostalgia a The Cut, si siede in prima fila, tra un saluto a Derek Blasberg di Vanity Fair e un sorriso ad Hamish Bowles, international editor at large di Vogue e istituzione modaiola, che le confesserà di aver sviluppato una dipendenza dal suo blog. Tim Blanks, calamaio arguto di Style.com e oggi caporedattore moda di BoF, le ha già trovato un nomignolo, come all’inizio delle migliori love story platoniche ( è the Tavster, crasi del suo nome con taster, traducibile come “degustatore”, capace di comprendere gusti e riferimenti complessi, e deciderne la validità). Iris Apfel le fa i complimenti per l’abbigliamento, e in effetti Tavi sembra un’undicenne intrappolata nell’armadio di una che di decadi ne ha diverse di più, con un gusto per il glitter e American Apparel che ne rivela invece l’anno di nascita, il 1996.

Una Millie Bobby Brown nell’era pre-Instagram

con la stessa consapevolezza sociale ma priva di stylist dalle pretese concettuali, Tavi è una ventata d’aria fresca, e coloratissima. Crasi stilistica di Rei Kawabuko e le Superchicche, quella Fashion week è la prima di una lunga serie. Aggiorna costantemente il suo blog con autoritratti (prima che arrivassero i selfie) lodati da Cindy Sherman, o con sperimentazioni stilistiche sulle quali ironizza, mettendo insieme scarpe trovate nello scantinato con pezzi trovati in saldo (una giacca di Luella al 75%, specifica con il solito entusiasmo), e maglioni Miu Miu regalati dai genitori. Non esisteva ancora l’hashtag #sponsored, ma Tavi, nella sua assoluta trasparenza, non ne avrebbe avuto bisogno, e forse per questo piaceva alle sue coetanee.

Tavi in tv
Theo WargoGetty Images

Un plauso che però non è unanime: se Grace Coddington, presentandosi, le dice ironicamente, ma senza traccia di cattiveria, “I hear you’re the competition”, non tutti ne accettano con la stessa grazia la presenza in prima fila alle sfilate. Qualche editor inizia a lamentarsi di cappelli e fiocchi troppo vistosi che impediscono la vista sulla passerella, Sarah Mower del Daily Telegraph, punta lo sguardo sui genitori casual, che non si fanno problemi a farle saltar la scuola per portarla in giro per Fashion week e party con Alexander Wang. Nel frattempo lei scrive per Harper’s Bazaar e il sito di Barney’s, taglia i nastri della mostra di Stephen Jones ad Antwerp, e fa da musa per la linea di abbigliamento che Rodarte realizza per Target. Nel 2012 Forbes la inserisce nella lista dei più influenti “30 under 30”, e lei di anni non ne ha ancora neanche 20, nel 2014 per il Time è tra i “25 teeenager più influenti al mondo”. Il suo magazine online, scritto per le sue coetanee, e da contributor che hanno la sua età, è una panoramica a 360° sul mondo, dal sostegno alla campagna di Obama al supporto a Malala Yousafzai, raccontati con una leggerezza che non è mai superficialità. Anzi: i temi affrontati sono di quelli che “i grandi” non riescono mai a raccontare senza scadere nella retorica. Autolesionismo, malattia mentale, masturbazione, perdita della verginità, ossessione per il corpo,

il rapporto spesso malato e trasfigurato con i propri idoli

: l’esercito delle collaboratrici di Rookie, pochi posti per i quali si presentano 3.000 candidature, è guidato da una fact checker del New York Times, Anaheed Alani, che, fulminata sulla strada verso Tribeca, lascia il suo lavoro in redazione per unirsi a un esercito di pre-adolescenti che andranno poi a occupare i posti nelle redazioni di Nylon e Buzzfeed. Il Guardian la definisce “la blogger che è voce di una generazione”, facendo invidia a tutte le future Hannah Horvath di Girls, che quel desiderio di divenire “voce generazionale” lo esprimono nella prima puntata a dei genitori invero stanchi di sostenere economicamente e moralmente una figlia che non riesce a tenersi un lavoro fisso. E proprio con Lena Dunham, mente dietro Girls e interprete di Hannah, Tavi discute spesso di femminismo, affidandosi in materia “cuori spezzati” al premio Nobel della categoria, Taylor Swift. In un cortocircuito di intellighenzia pop, quando si trasferisce a New York lo fa con la migliore amica, all’epoca sconosciuta, che The Cut definisce “a photographer named Petra Collins”, senza immaginare che l’algida bionda dalle chiome pre-raffaelite sarebbe poi divenuta musa e istituzione pop-cult di Gucci.

Al netto di queste felici combinazioni, non si capisce perché, poi, Rookie abbia chiuso ufficialmente lo scorso anno, senza neanche guadagnarsi dei saggi ripresi sul New York Times o quantomeno dei premi letterari di qualche festival indie, come quello di Toronto, o un film documentario su Netflix – che se sta per dedicare una serie televisiva ad Anna Delvey, stagista imbrogliona di Purple Magazine che si faceva passare per ereditiera tedesca in procinto di aprire una fondazione a New York, ( e oggi in carcere) non si capisce perché non potrebbe raccontare la storia di un talento lapalissiano come quello di Tavi Gevinson.

La blogger Tavi decisamente cresciuta
Rabbani and Solimene PhotographyGetty Images

La risposta, come sempre trasparente, è arrivata dalla stessa Tavi, che oggi vive sempre a New York, fa l’attrice di teatro e presta la voce a diversi film in computer grafica come Neo Yokio, sembra uscita da un film di Sofia Coppola e ha un seguito su Instagram di 509 mila follower. “Non era più sostenibile economicamente” ha spiegato a slate.com “Ne ho tratto vantaggio in moltissimi modi, certo, ma non dal punto di vista economico. Le reazioni che ci sono state quando ho annunciato la chiusura, però, mi hanno riportato indietro alla passione iniziale che avevo quando l’ho fondato. Per lungo tempo, in questi anni, ho dovuto presentarne una versione diversa da come la volevo, per entrare nelle grazie di potenziali investitori. Bisognava pensare a un modello economico, e non ne valeva la pena se questo prodotto poi non era la mia assoluta priorità in termini di carriera, e di impegno.”

Siti che muoiono/chiudono perché il loro innegabile valore morale non si tramuta in valore economico

Soraya Roberts, giovane autrice di un saggio in materia su Longreads, ha in effetti dato la colpa all’industria, ancora troppo patriarcale per accettare un modello come quello di Rookie. “Questi siti muoiono o chiudono - spiega - perché il loro innegabile valore morale non si tramuta in un valore economico, soprattutto in un sistema capitalista guidato da uomini che non sanno valorizzare le donne, se non vendendole. Mentre delle donne giovani, affamate e curiose si apprestano a entrare nel mondo, il sistema economico si sta già occupando di tenerle fuori”. Senza scomodare il patriarcato, in effetti, quello che sostiene Tavi Gevinson è comprensibile: Rookie era una realtà editoriale, e come tutte le realtà editoriali, doveva trovare modo di sostenersi economicamente, per poter pagare i costi di gestione e gli stipendi di chi, per quel giornale visionario per un’undicenne di Oak Park, lavorava con passione.

L’alternativa, lo dice Tavi con eleganza, era “vendere alla gente dei prodotti. Se avessi trovato qualcuno capace di comprendere la visione di Rookie, ingenua e trasgressiva allo stesso tempo, e capace di navigare a suo agio tra investimenti e pubblicità, forse avrei potuto pensare a modi per portare questa rivista anche nel panorama di oggi, in modi che mi sembrassero coerenti con la sua identità. Si potevano organizzare laboratori di scrittura, era un’idea che mi sembrava logica, eppure lontana da Goop” (il sito di lifestyle lanciato da Gwyneth Paltrow, ndr). “Ma non volevo suggerire alla gente di acquistare prodotti costosi, di cui non hanno realmente bisogno, mi sembra una filosofia che ha già prodotto troppi danni. Per farlo funzionare, inoltre, avrei dovuto dedicarmi a tempo pieno, e, al momento, non riesco neanche a guardare Instagram. Forse, perché, al liceo, Internet rappresentava uno sfogo, un modo per tirare fuori quello che avevo, per entrare in contatto con chi la pensava come me: oggi il mio stile di vita è cambiato, e a livello creativo, ho bisogno di ascoltare di più me stessa, cancellando le voci degli altri”.

E forse è sempre stato questo, l’ingrediente segreto dell’undicenne di Oak Park: cercare la sua voce, nel chiacchiericcio del front-row, o nel silenzio di un teatro durante le prove a Brooklyn. Accettando il rischio di non essere un modello – stereotipato e già pronto alla catalogazione nella categoria lifestyle influencer – per nessuno, ad eccezione di se stessa.

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