La provocazione della modella all'ultima sfilata Gucci, parliamone

Da Foucault alla massificazione e all'esercizio del potere: come Alessandro Michele ha scosso (ancora) l'opinione pubblica nell'ultima sfilata di Gucci.

Gucci - Runway - Milan Fashion Week Spring/Summer 2020
Jacopo RauleGetty Images

La sfilata Gucci Primavera Estate 2020 fa parlare di sé, e non solo per via della svolta sensuale di Alessandro Michele – che ha vestito sorprendentemente le sue donne di corpetti in pizzo rosso e gonne in pelle, muovendosi dalla estetica camp alla quale ci aveva abituati, e, di nuovo, conquistando – ma anche per una protesta messa in passerella da una delle sue modelle, che già divide l'opinione pubblica.

L'antefatto necessario alla comprensione di una questione che merita più di una riflessione è nella prima parte della sfilata di Gucci, una sorta di prologo introduttivo – che, l'azienda ha specificato, non sarà mai messa in produzione o venduta – e che ha visto sfilare una ventina di modelli in camicie bianco ottico, versione high-end delle camicie di forza. Camminando su delle piattaforme mobili, l'obiettivo del marchio era, come si legge nella nota stampa inviata appena dopo la sfilata "esprimere come, attraverso la moda, il potere viene esercitato sulla vita al fine di eliminare l’autoespressione. Un potere che, dettando le norme sociali, classifica e frena le identità personali". Nella visione di Alessandro Michele, creativo la cui visione estetica può risultare gradevole o meno, ma a cui non si può di certo imputare un approccio superficiale all'arte della vestizione – a ben guardare, ogni sua scelta, ogni modello che ha mandato in passerella, verificando ogni dettaglio, esplode di riferimenti culturali, letterari e artistici –la partenza è stata anche la lettura di Michel Foucault e della sua Microfisica del potere, di cui un estratto era sulle sedie di tutti gli invitati alla sfilata. "Nel passato" – si legge – "il potere era concentrato nelle mani del sovrano, esercitato in maniera unidirezionale. Il potere era dispotico e concentrato, ma era estremamente riconoscibile". "Il nostro presente invece è governato dalla microfisica del potere, che opera a livello molecolare all'interno della società: una forma di esercizio dell'arte del governo che, attraverso una serie di istituzioni, strumenti, e meccanismi di soggiogamento, impone delle regole comportamentali internalizzate dagli individui".

Jacopo RauleGetty Images

Dunque, il potere, oggi, si esercita in maniera molto più sottile, spingendo i suoi soggetti senza particolari atti di forza, ad uniformarsi alle regole, pena l'esclusione dai circoli sociali. Tra i mezzi utilizzati, anche quello dell'abbigliamento, prima carta da visita con la quale ci si presenta al mondo esterno. Per vivere senza particolari disagi, insomma, bisogna vestirsi tutti uguali, adeguandosi: ciò che si perde, nel mezzo, è, ovviamente l'espressione della propria personalità, concetto mai così complesso da spiegare come oggi. Un'armata di persone che si sono private volontariamente di se stesse, per essere come tutti gli altri: questo erano, e volevano rappresentare, quelle camicie di forza. Una posizione di certo provocatoria, in puro stile Gucci – che non è nuovo ad espedienti estetici utili alla poetica e alla filosofia del marchio, che siano esse ambientazioni in asettiche stanze operatorie o teste mozzate portate a spasso da modelli imperturbabili – e che però questa volta ha toccato un tasto difficile, quello della salute mentale. Tra le modelle che hanno sfilato, infatti, c'era Ayesha Tan Jones, che, in forma di protesta, ha mostrato un palmo della mano su cui campeggiava la scritta "mental health is not fashion". Una dichiarazione non pianificata con il marchio, e a cui ha fatto seguito un post sui social, dove Jones chiarificava meglio la sua posizione. "Come artista e modella ho avuto in prima persona problemi con la salute mentale, così come è successo a dei membri della mia famiglia o a persone a me care, che hanno sofferto di depressione, ansia, disordine bipolare o schizofrenia. Per questo motivo trovo deleterio e privo di sensibilità da parte di un brand come Gucci usare questo tipo di immaginario come mezzo per creare un momento fashion. Alludere ai pazienti degli istituti mentali usando delle camicie che ricordano quelle di forza, è un gesto di cattivo gusto. Mettere in passerella tali oggetti come se fossero degli accessori in un servizio di moda, usandoli per vendere vestiti in un sistema capitalista è volgare, privo di immaginazione e offensivo nei confronti dei milioni di persone colpiti da queste problematiche".

La modella ha inoltre raccontato di come, molti altri tra i suoi colleghi in passerella condividessero la sua sensazione di disagio, sentimento che le ha fatto trovare il coraggio di protestare pubblicamente, decidendo tra l'altro di donare il suo compenso per la sfilata a charity che si occupano dell'argomento, taggandone alcune nel suo post Instagram, per invitare i follower a informarsi in materia, e donare nel rispetto delle proprie possibilità. Un'accusa che, per adesso, oltre alla risposta ufficiale del brand, che ha specificato ancora che quelle camicie non saranno messe in vendita e l'intento non era certo quello di "capitalizzare" su una questione così delicata, ha visto la risposta di Hari Nef, modella e attrice transgender testimonial del marchio negli scorsi anni, e vicina ad Alessandro Michele, che ha dichiarato: "credo che l'intento fosse quello di ricordare, in maniera provocatoria, una certa tendenza alla sottomissione a certi canoni, più che un tentativo di rendere glamour la malattia mentale". A pensarci bene, forse, se questa posizione provocatoria – ma non per questo meno condivisibile – sull'esercizio del potere ha scosso la protesta è perché, ad esprimerla, è un uomo e un marchio che quel potere di suggestione lo esercita, pur senza avere ovviamente nessun intento politico. Capace com'è di creare un'estetica vincente, che ha avuto la sua parte nel rivoluzionare i canoni di bellezza attuali, il Gucci secondo Alessandro Michele è, in teoria, uno di quei "poteri forti". Una critica alla società ha però forse meno legittimità, se a esprimerla è qualcuno in una posizione di potere? In alcuni casi, dove l'ipocrisia di certe istanze è conclamata, si tenderebbe a pensare di sì.

Alessandro Michele alla sfilata Gucci Primavera Estate 2020
Imaxtree

Ad andare indietro con la memoria, tra l'altro, non si ricordano le stesse proteste quando, nel 2013, Kanye West si è esibito a Parigi indossando una camicia di forza, corredata da maschera di Maison Margiela, né quando, ancora prima, sul finire degli Anni 90, proprio Martin Margiela ha realizzato delle giacche cariche di cinte, a ricordare proprio le stesse camicie. Forse gli ultimi anni sono stati davvero quelli nei quali si è sviluppata, finalmente, una maggiore sensibilità rispetto a certe tematiche, e chi ne è affetto o ne vede gli effetti sulle persone care, è particolarmente contrario a qualunque tipo di sua rappresentazione che ne "deformi" la percezione comune. La storia di Gucci, d'altra parte, racconta di un marchio che – senza neanche voler citare la miriade di progetti sociali e ambientali nei quali è attualmente impegnata – quando ha sbagliato, non ha avuto reticenze nello scusarsi, e agire di conseguenza. L'ultimo caso è stato quello di un maglione nero, della collezione Autunno Inverno 2018, con un collo alto, che lasciava scoperta solo la bocca, e accusato di blackface, ovvero quell'odiosa pratica per la quale nel passato segregazionista e schiavista americano, a teatro gli attori si truccavano per interpretare personaggi di colore. Il maglione è stato ritirato, un comunicato di scuse postato su Twitter, e si è subito provveduto ad assumere un diversity manager (oggi il ruolo è di Renée E. Tirado), che ha il compito, come spiegava la nota dell'azienda "di creare un ambiente di lavoro inclusivo ed equo, rafforzando inoltre la diversità rispetto alle iniziative commerciali Gucci. Il suo ruolo include garantire l’implementazione della diversità, dell’equità e dell’inclusione."

Uno scatto dalla sfilata di Gucci Primavera Estate 2020
Courtesy of Press OfficeImaxtree


Posto che, quindi, il marchio ha sempre cercato di spendersi a favore delle cause sociali ed ecologiche che sente più vicine alla sua filosofia, imparando anche dai suoi errori, e non si può quindi ravvedere, andando indietro con la memoria, un intento malevolo, il fatto che sia un'azienda di immenso successo può costituire un fattore discriminante, quando si tratta di esprimere un'opinione – divisiva – sulla società nella quale opera? Aver raggiunto la fama, mette, di default, in una posizione di minor merito morale rispetto agli altri, o di impossibilità a esprimere un'opinione in quanto la stessa sarebbe imbevuta in un privilegio che ne avvelena l'eventuale bontà? Se quello che si chiede alla moda è spingerci, attraverso qualcosa di solo apparentemente superficiale come il guardaroba, a riflettere sul presente e a proporre nuovi modi di intendere il futuro, con necessarie discussioni annesse, Gucci, ha, ancora una volta, centrato nel segno.

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