Chi è la donna salita in passerella da Chanel (a sorpresa) e l'arte delle sfilate democratiche

Dalle infiltrate da Chanel alle sfilate in streaming, passando per gli show all'aperto: la svolta social della moda passa "anche" per l'invasione del pubblico

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Getty Images

Da top model ad “addetta alla sicurezza”, è un attimo. O almeno così è sembrato a guardare la sfilata di Chanel durante la Fashion week Primavera Estate 2020 di Parigi. Sul finale dello show, ambientato in un set che ricreava gli iconici tetti parigini, le modelle hanno iniziato la loro processione laica, una dietro l'altra, un tailleur di tweed dopo un vestito a fiori, portando in vita l'immaginario di Virginie Viard, direttrice creativa che ha preso il timone da Karl Lagerfeld, quando, una spettatrice che era rimasta fino a quel momento ai bordi della passerella, ha deciso di unirsi al coro, e salire in scena. Passata inosservata per qualche secondo – ad onor del vero per via del look, un tailleur in tweed optical con cappello in perfetto stile Coco Chanel – la disturbatrice non sembrava aver messaggi sociali da lanciare mentre, con un certo piglio, sfilava insieme alle altre pseudo-colleghe, troppo imbarazzate per fare qualcosa di diverso dal “loro lavoro”. E in effetti, persino i nerboruti uomini della sicurezza, forse, quando hanno capito, ne hanno riso sotto gli occhiali scuri. A fermarne il glorioso incedere verso la notorietà online è stata però Gigi Hadid, che in short e collant neri, corredati da un blazer shiny perfetto per le serate al Club Silencio l'ha presa sottobraccio e l'ha accompagnata, non senza qualche riottosità, lontano dai riflettori. Una boutade di cui poi l'artefice si è palesata: Marie S'infiltre, nome d'arte di Marie Benoliel, comica francese non nuova a questo tipo di ingressi.

Solo qualche giorno prima, infatti, era riuscita nella stessa impresa, sulla passerella di Etam, marchio d'intimo. Un appuntamento al quale, si era, ovviamente, presentata vestita in tema, in lingerie e con l'obiettivo neanche troppo nascosto di portare i riflettori su di sé e sullo spettacolo di cui attualmente è protagonista, agli Champs-Elysées. Un evento che la dice lunga sul grado di separazione che intercorre ormai tra la moda, una volta percepita come distante e distaccata dalla realtà, e il pubblico. Sono lontani gli anni delle proteste, ben più serie, espresse su una passerella dalle attiviste Femen contro la mercificazione dell'immagine femminile (durante lo show s/s 14 di Nina Ricci, uno dei marchi che, in realtà, è quanto di più lontano possibile da un'immagine “iper-sessuale” della figura femminile), o quelle del modello di Rick Owens che, durante la sfilata s/s 16 portò sulla passerella il cartello con l'enigmatica scritta “Kill Angela Merkel Not” della quale nessuno ha mai capito appieno il significato. Un avvicinamento, seppur con i dovuti distinguo e i necessari scambi di opinioni, a cui hanno contribuito in prima istanza i creativi stessi, decidendosi ad uscire dalle ombre dei backstage, facendosi portatori di messaggi sociali o personali.

A ben pensarci, sul finale del suo show s/s 17 Vivienne Westwood ha chiuso la sua sfilata con un abito da gran sera e una t-shirt dove si fondevano il suo volto e la capigliatura di Julian Assange, fondatore di Wikileaks in quel momento detenuto nell'ambasciata colombiana di Londra per sfuggire all'estradizione negli Stati Uniti. Il motivo, come sosteneva il claim della t-shirt “I am Julian Assange” era mostrare la sua vicinanza politica e sociale all'attivista, oggi detenuto in un carcere di massima sicurezza a Londra. Prima ancora, nel 2006, Alexander McQueen, noto per la sua timidezza ruvida, si era preso l'applauso per la sua sfilata primavera/estate 2006, presentandosi in passerella con una t-shirt parlata: la scritta in questione era "We Love you Kate", dedica affettuosa alla modella e amica Kate Moss, in quel momento al centro di uno scandalo legato ad alcune foto che la ritraevano assumere droga, nell'epoca del rock'n roll e del fidanzato Pete Doherty. Siamo arrivati così alle sfilate in streaming, a cui tutti coloro che sono in possesso di una connessione wi-fi possono accedere, ( e guardarla molto meglio di come spesso succede agli invitati oltre la seconda fila).

L'ultima evoluzione di questa svolta democratica si è avuta proprio durante questa Fashion week di Milano, che, invero, nella scelta delle location ha puntato su luoghi nei quali pubblico e addetti al settore potessero ugualmente godere della vista di sfilate che si sono fatte sempre più vicine ad eventi: Max Mara,ad esempio, ha organizzato la sua ultima sfilata, per la seconda volta, all'interno del Röntgen, edificio all'interno dell'Università Bocconi e considerato dai suoi stessi architetti, quelli dello Studio Grafton, come “un pezzo di città”. Pensato come una piazza, sede primaria degli scambi commerciali o di idee, le finestre in alto concedevano agli studenti ai piani superiori di vedere quello stesso luogo per loro così quotidiano, sotto un'altra luce. Dopo la prima esperienza, sempre all'interno del Röntgen, in occasione della sfilata precedente, la risposta del pubblico è stata talmente positiva da convincere il marchio a ripetersi.

La sfilata di Max Mara
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Marco De Vincenzo, invece, ha portato i suoi vestiti arcobaleno e le sue modelle impegnate a mangiar gelati, sulla Darsena, nuova area della socializzazione milanese accanto al Naviglio, puntellata di bar, ristoranti etno-chic, macellerie e fiorai. Da Alberta Ferretti, invece, lo show ha trovato la sua location in Piazza Lina Bo Bardi, tra gli specchi del The Mall, edificio polifunzionale più newyorchese che meneghino. I passanti potevano così osservare dall'alto lo svolgimento della sfilata, e prendere già spunti per i look della prossima estate. Sono tentativi di dialogo per due mondi che si sono percepiti sempre agli antipodi, e che la potenza dei social sta convincendo ad una serena e proficua convivenza (al netto delle invasioni di campo, e delle boutade ironiche).

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Per il fashion system, in fondo, abbracciare il grande pubblico, mostrarsi inclusivo rispetto ai non addetti ai lavori – che poi sono anche gli abitanti di città che ambisce a vestire – in un paese come l'Italia dove la moda ha storicamente, pagato lo scotto di una cattiva reputazione, da vanesia reginetta del liceo – nonostante il sistema economico che produce sia la seconda voce dei profitti dello Stivale – può essere davvero la chiave di volta di una rivoluzione social(e). Entrando in una nuova fase nella quale a Gigi Hadid toccherà solo il ruolo da modella e non quello – per il quale ha però dimostrato notevole talento – di buttafuori.

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