La serie tv Made in Italy: quello che la televisione continua a non capire della moda

Recensione di una possibilità sprecata: raccontare finalmente i giganti della moda italiana come mai prima d'ora. E invece...

Giorgio Armani, fashion designer in Paris, France in March, 1998.
Eric BOUVET / Giorgio ArmaniGetty Images

C'è la ragazza fresca di università che conosce Tolstoj, ma anche Visconti; c'è la caporedattrice inflessibile, che ripone delle speranze nel virgulto “che non sa cosa significhi vestirsi, ma è molto intelligente”; c'è il fotografo tombeur de femmes; c'è un accenno a una sostanziale differenza tra blu polvere e blu lapislazzulo; c'è l'ingresso in redazione dopo la trasformazione griffata, con stivali in pelle, che suscita stupore e approvazione tra segretarie e colleghe; c'è una vita già programmata, là fuori, con un fidanzato con un anello in mano e però la moda, signora mia, è tutta un'altra cosa.

No, non è Il Diavolo veste Prada, nonostante tutte queste corpose similitudini che non sarebbero sfuggite neanche al più distratto. Il progetto in discussione qui è Made in Italy, serie tv (ed esperimento di serialità) in collaborazione tra Amazon Prime, dove è già possibile vedere gli otto episodi, e Mediaset, dove arriverà in chiaro la prossima primavera. Un'occasione, finalmente, per parlare non solo della moda italiana –che nulla ha da scimmiottare i fashion system oltreoceano – ma anche della moda italiana degli Anni 70, quella che ha cambiato sostanzialmente non solo noi, ma il mondo intero: ci sono Armani, Ferré, Krizia, Mila Schön, Gianni Versace e Walter Albini, che basterebbe da solo per un paio di stagioni.

Giorgio Armani con le sue modelle
Vittoriano RastelliGetty Images

E invece no. Una scommessa persa, per chi ci lavora, che si aspettava (e meritava) qualcosa in più di stilisti ridotti a macchie di colore, eclettici e sopra le righe non perché geniali, ma per via delle loro preferenze sessuali. Walter Albini, il padre purtroppo dimenticato di tutto il sistema moda italiano – fu lui infatti a decidere di sfilare a Milano, spostandosi da Firenze, creando, sostanzialmente, la Fashion Week come la conosciamo oggi – è ridotto a un paio di apparizioni, e si inalbera con aristocratico cipiglio quando l'ambiziosa giornalista in erba – che però a seconda dell'estro, fa anche la stylist, due lavori e professionalità profondamente diversi – commette l'errore supremo, quello di chiedergli chi siano i suoi modelli di riferimento. Walter Albini di modelli non ne aveva, è vero, e la sua forza dirompente e rivoluzionaria non aveva precedenti – lavorò con diverse aziende italiane che portò alla fortuna, da Billy Ballo a Misterfox, studiò con Etro il paisley che poi divenne sinonimo della maison, scandalizzò facendo sfilare le donne con i passamontagna come i terroristi degli anni di piombo, e fu considerato, a ragione, l'unico in grado di competere in grandezza con Yves Saint Laurent – ma si dubita che parlasse con quelle pause teatrali, che nell'immaginario comune sono subito imputabili al suo orientamento sessuale, di cui tra l'altro Walter Albini non ha mai apertamente parlato.

A livello di narrazione, le aspirazioni dei consulenti modaioli assoldati per l'impresa si scontrano qui con quelle di una regia che vuole inquadrare il periodo storico – quello difficilissimo degli Anni 70, tra manifestazioni studentesche e Brigate Rosse –guardando molto in alto, a quel Marco Tullio Giordana de La meglio gioventù. Il risultato è di un deludente provincialismo – sempre condito dal filtro sierra di Instagram, di certo molto Seventies, ma che non rende omaggio né alla moda, né alla difficilissima storia italiana di quel decennio, di cui l'unica a essere colpita direttamente è la caporedattrice moda, Margherita Buy, tracciando un'altra sostanziale similitudine con la Miranda Priestly di Meryl Streep, di successo nella vita professionale quanto fragile e incapace di gestire quella personale. Certo, a onor del vero, la serialità italiana non ha mai brillato di ambizioni internazionali – anche se alcuni riuscitissimi esempi recenti (Gomorra,The Young Pope con la regia di Sorrentino, e Il miracolo, nato da una sceneggiatura di Niccolò Ammaniti) ci avevano fatto ben sperare – e il prodotto ha il merito innegabile di spiegare il difficile compito a cui sono chiamati coloro che nell'editoria lavorano, ieri come oggi: quello di trovare un equilibrio tra un ruolo che fotografa il presente e cerca di immaginarsi un futuro, sponsorizzando nuovi talenti, meglio ancora se italiani, e la necessità di accontentare le maison più danarose, che investono sul giornale, acquistandone pagine pubblicitarie.

Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, alla sua scrivania
Mondadori PortfolioGetty Images

Al netto di queste parziali giustificazioni, però, si fatica a capire come, invece di guardare dall'altra parte dell'Oceano, all'Anna Wintour che si celava dietro gli occhiali di Miranda, non si potesse pensare, se proprio c'era bisogno di riferimenti iconografici, a Franca Sozzani, a cui si dedica implicitamente il primo episodio, che inizia con una sua citazione. Il problema principale però è che di moda, qui se ne vede poca, e in maniera didascalica: ogni puntata, incentrata spesso su un solo stilista, si apre con una sorta di prefazione documentaristica con foto d'archivio, dove si provvede a spiegare gli elementi essenziali dello stile del designer, mettendo insieme delle nozioni facilmente ritrovabili su Wikipedia.

Gianfranco Ferré sul finale della sfilata di Dior Haute Couture, nel 1989
Daniel SIMONGetty Images

Perché e come l'Italia ha cambiato il modo nel quale si vestiva il mondo intero

La consistenza e le ramificazioni di un sistema, quello della moda, che a oggi è la seconda voce del Pil italiano, dopo il turismo; il genio e la follia visionaria di chi ha saputo guardare nel futuro, e consegnarcelo, condito a volte di storie drammatiche, come quella di Albini, morto solo e lontano dalla fama: tutto è sacrificato sull'altare di un feuilleton romantico rubato da altre latitudini, e pensato per ingolosire un pubblico vasto, di cui si pensa, sbagliando, troppo poco. Perché proprio quel pubblico generalista a cui la serie ambisce, così come gli addetti ai lavori di sopra, meritava un prodotto diverso, che non li trattasse come studenti un po' duri di comprendonio da educare con della didattica spicciola, ma che permettesse loro finalmente di avvicinarsi, con la potenza di quelle storie straordinarie, eppure realmente accadute, a un mondo che è sempre sembrato rinchiudersi nella sua torre d'avorio, lontano dalla banalità del quotidiano.

Capirlo, inorgoglirsi dei successi dei connazionali – come Gianfranco Ferré, nato architetto, trasformatosi in gioielliere e morto come un maestro assoluto della couture acclamato a Parigi – avrebbe contribuito ad accorciare le distanze tra due mondi strettamente correlati – gli stilisti e chi li acquista, che in quell'etichetta su un vestito vede un sogno, un simbolo – e che però non sono mai riusciti a parlarsi veramente. In fondo ci sarà un motivo se Il diavolo veste Prada, e non Michael Kors. Ma da questa serie, purtroppo, non lo abbiamo capito.

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