Il caso Daniel Lee, il wunderkind di Bottega Veneta che ha conquistato tutti

Dalla Pouch ai cappotti in pelle intrecciata, dai combat boot con gli abiti in maglia agli impermeabili in vinile: il compendio della sensualità Made in Italy è riscritto da un inglese, che si candida a diventare "the next big thing"

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La campagna Primavera Estate 2020 di Bottega Veneta

Non ha Instagram, Daniel Lee, e questo la dice lunga sulla sua necessità di tenersi fuori da tutto quell'agone psico-social del quale molti altri suoi colleghi sono invece schiavi. E però sicuramente avrà avuto modo di sbirciare online, quando è circolata la notizia che, con Bottega Veneta, il brand di cui è il nuovo direttore creativo, ha guadagnato 4 nomination per i prossimi Fashion Awards, gli Oscar della moda che verranno consegnati alla Royal Albert Hall di Londra il prossimo 2 dicembre così come il brand è stato dichiarato il marchio rivelazione 2019 nell'analisi annuale di Lyst. Chissà se ha fatto effetto, a uno che fino a 8 mesi fa era molto lontano dai riflettori, essere acclamato a gran voce come il nuovo wunderkind della moda italiana: miglior designer di accessori, miglior stilista di abbigliamento femminile, miglior stilista in generale – categoria nella quale sfiderà la gigantesca Miuccia – e miglior brand, dove, ancora, se la vedrà con un colosso della stazza di Prada. Ma forse, dove è nato, a Bradford, città popolosa del West Yorkshire con lo stesso spirito brutalista della vicina Manchester – e definita nel 2015 dal Guardian il posto peggiore dove vivere in Inghilterra –si riesce a mantenere un realistico aplomb su certi successi. Eppure chissà, se quella città grigia e burbera, divenuta così grande con la Rivoluzione industriale, espandendosi proprio nel settore del tessile, non gli abbia mai regalato la passione per stoffe e tessuti, o se con quella poesia ha dovuto giocar da solo, fin quando non è stato abbastanza grande da trasferirsi a Londra per frequentare la Central Saint Martins. Un riserbo timido, eppure deciso, quello di Lee, ancora più stupefacente considerato che ha soli 32 anni, iscrivendosi appieno nella categoria dei millennial la cui vita pare scandita dagli aggiornamenti dei social. Invece Daniel Lee, il fisico atletico e compatto di uno con i piedi ben piantati per terra, il mezzo sorriso sfuggente e i capelli dai riflessi rossi, messi apposto per le foto ufficiali, preferisce, nel silenzio, far parlare i risultati al posto suo.

Il designer di Bottega Veneta Daniel Lee
Victor VIRGILEGetty Images

I numeri parlano dei 9 mesi appena trascorsi in Kering, la multinazionale del lusso che ha nel suo portfolio brand come Bottega Veneta e Gucci. Se per quest'ultimo è arrivato l'atteso assestamento – fisiologico, dopo diverse stagioni sulla cresta dell'onda – il gruppo Kering ha comunque chiuso settembre segnando un +17,5%, con ricavi a 11,5 miliardi. E, di questo risultato, ha merito anche Bottega Veneta, che è tornata a crescere (del 9,5%) : numeri che, tra gli altri hanno concesso al Ceo di Kering François-Henri Pinault di superare l'eterno e unico rivale che ha nel fashion system, Bernard Arnault, Ceo dell'altro grande gruppo modaiolo, LVMH. A stabilirlo è stata la lista dei 100 Ceo di maggior successo, stilata dall'Harvard Business Review. Pinault è divenuto terzo (dopo Jensen Huang, di Nvidia, che si occupa di processori e schede madri per pc, e Marc Benioff, Ceo dell'azienda di cloud computing salesforce.com), mentre Arnault è scivolato alla decima posizione.

Uno dei look della prima collezione di Daniel Lee per Bottega Veneta, la fall/winter 2019
Isidore MontagGetty Images

Così si è iniziato a parlare negli scorsi giorni, legittimati dai numeri, del "Bottega effect", ovvero quel fenomeno per il quale gli accessori – una su tutti, la Pouch, borsa hobo dalle dimensioni maxi, da portare a mano – non riescono a rimanere sugli scaffali delle boutique, ma appaiono ripetutamente sui profili Instagram di tutte le giornaliste à la page e autorità massime del sistema, insieme a top model come Rosie Huntington-Whiteley, che pare abbia già iniziato a collezionarle. Su Net-à-porter e Mytheresa, in effetti, sono esaurite da tempo, e per alcuni modelli della Pouch, declinata in diversi colori e pellami, si è aperta una lista d'attesa. E in effetti, proprio l'immagine della borsa, adagiata sul sedile posteriore – in pelle, ovviamente – di un auto, è stato il primo post Instagram del brand, che ha cancellato tutti i contenuti precedenti, forse per iniziare daccapo. Di recente, inoltre, la piattaforma di ricerca moda globale, Lyst, ha stilato la classifica dei prodotti più desiderati (e cliccati) negli ultimi tre mesi: non è stata una sorpresa per gli addetti ai lavori vedere (per la prima volta) la presenza di Bottega Veneta, che si è piazzata al 16esimo posto, salendo di 21 posizioni, con le sue décolletées in nappa imbottita (27000 ricerche online solo negli ultimi tre mesi, con un aumento, rispetto al passato, del 156%.

Un look della sfilata fall/winter 19/20 di Bottega Veneta
Isidore MontagGetty Images

Eppure, nella sua corposa carriera, stupefacente per un ragazzo della sua età, Daniel non si è mai occupato di accessori. Dopo la Central Saint Martins ha militato negli uffici stile di Donna Karan, Balenciaga, e, infine, ha passato 7 anni alla Corte laica e veneratissima di Céline, quando aveva ancora l'accento ed era guidato da Phoebe Philo. Daniel era il direttore del ready-to-wear, posizione che ha abbandonato per instillare nuova linfa vitale in un marchio che appariva fisiologicamente un po' stanco, dopo esser stato traghettato per 17 anni da Tomas Maier. Il suo arrivo, e poi la prima sfilata, ambientata sotto l'Arco della pace milanese in un febbraio stranamente caldo, sono stati anticipati dalle prime immagini pubblicitarie: una lei con un taglio alla maschietta, di spalle, che osserva il tramonto da una balconata in un trench in pelle nero stretto in vita. Lo scatto coglie l'attimo nel quale un refolo di vento le alza gli orli, rivelando che "sotto il cappotto, niente". Chi s'immaginava – o sperava – che Lee si facesse erede dello stile cerebrale della sua maestra Phoebe Philo, ha riconsiderato la propria opinione. Perché se è certamente vero che le prime due collezioni fino ad ora prodotte denotano un approccio diverso da quello di Maier all'heritage della maison dell'intrecciato– lavorazione della pelletteria divenuta marchio di fabbrica – è anche vero che Daniel lo ha fatto usando il suo stile, senza rifarsi a maestri celebri. La sensualità al limite dell'erotismo di abiti da cocktail al ginocchio in glitter e dagli scolli morbidi, così come dei vestiti in maglia bicolor da indossare senza reggiseno, non ha nulla di neanche vagamente sguaiato. Un guardaroba che, nelle parole del creativo, si traduce in "vestiti veri. Penso che ci sia essenzialmente bisogno di un ritorno all'eleganza". Facile a dirsi, ma non a farsi, senza cadere in trame scritte da altri: e infatti la donna secondo Daniel Lee è über-chic, senza però annoiare, nella sua perfezione. I maglioni hanno scolli decorati con pesanti collane a catena in metallo dorato, e persino gli ensemble più formali si abbinano a combat boot in pelle nera.

"Il nostro obiettivo" dice Daniel, già parlando al plurale, evidentemente a suo agio nel nuovo ruolo di Master & Commander del ready-to-wear "è focalizzarci sul processo e sulla chiarezza: il risultato deve essere immediato, e diretto". Un intento nel quale, fino a ora, è riuscito, al netto del fatto che "quest'anno è stato impegnativo, e non sono uscito molto". Una dedizione al lavoro che Pinault, si dice, apprezzi parecchio. A fargli compagnia, c'è un intero genere femminile, una nuova tipologia di cliente – l'obiettivo più ambito di ogni brand – che non vede l'ora di (ri)vestirsi di gonne in pelle matelassé e jumpsuit total black, in pelle. Il regno di Daniel Lee da Bottega Veneta è già qui.

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