Il giorno in cui Ralph Lauren reinventò l'America

"Non volevo essere il migliore, volevo solo fare le cose a modo mio", lo stilista nato nel Bronx svela le sue stelle e strisce nel docu Very Ralph.

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Tre scene, tre attori, tre film memorabili. Diane Keaton in Io & Annie, quando dice ad Alvy: «Questa cravatta è un regalo di nonna Hall»; Robert Redford ne Il Grande Gatsby quando spiega a Nick: «Sono cresciuto in America, ma ho studiato a Oxford. Questa è una tradizione di famiglia»; Gwyneth Paltrow quando ritira il premio Oscar come Migliore Attrice Protagonista per Shakespeare in Love avvolta in una nuvola di taffettà rosa. Sono tutti e tre vestiti da Ralph Lauren, ma la lista di personaggi stra-noti, come quella di gente comune, che hanno indossato o indossano i suoi abiti sarebbe lunghissima, perché molti conoscono quel nome, quello dello stilista che è il padre putativo della moda americana ed è sicuramente colui che l’ha fatta diventare grande. Ma cosa dire della sua storia? Fino ad oggi la conoscevano in pochi, ma adesso grazie al documentario HBO Very Ralph - presentato in anteprima alla quattordicesima edizione Festa del Cinema di Roma e presto in onda in prima visione assoluta su Sky Arte (sabato 16 novembre alle 21.15) – ci auguriamo che arriverà a molti.

Ad aver avuto l’idea di raccontarci la vita di quell’ex ragazzo del Bronx partito da zero ci ha pensato Susan Lacy, già vincitrice di Emmy e produttrice e regista di titoli come Jane Fonda in Five Acts e Spielberg. Con Very Ralph cerca di raccontare l’uomo che si cela dietro l’icona della moda e uno dei più grandi brand di successo nella storia della fashion industry. Ralph Lauren è stato capace di rendere reali i suoi sogni e ha trasformato le sue aspirazioni in un impero mondiale e multimilionario diventando la prova vivente dell’ottimismo americano e dell’American Dream. “Per più di cinquant’anni ha celebrato l’iconografia dell’America ridefinendone lo stile, traducendo la sua visione e la sua ispirazione in uno dei brand più conosciuti al mondo”, ci dice la regista quando la incontriamo a Roma. “All’origine del tutto, c’è stata una cravatta”, continua. “Era il 1964 e Ralph, (il cui vero cognome è Lifschitz, ndr), aveva 25 anni e faceva il commesso nel negozio di Rivetz a New York. Appassionato dei cappotti militari, delle cinture western, delle giacche di tweed, dopo un viaggio in Europa con la moglie Ricky, di professione centralinista, restò folgorato da alcuni modelli di cravatta dal nodo extralarge”. Fu allora che decise di trasferire quello stile sulle rive dell’Hudson proponendo una nuova linea di prodotti dai colori accentuati e dalle forme allargate a Rivetz, subito rifiutate, e con un’azienda dell’Ohio con sede a Cincinnati.

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"Non avevo una visione – dice lui nel documentario, iniziato a girare tre anni fa - stavo facendo semplicemente ciò che amavo, cravatte diverse da ogni altra sul mercato, più originali. Non volevo essere il migliore, volevo solo fare le cose a modo mio". Grazie all’amico Norman Hilton, che crede nell’idea e lo finanzia con una somma iniziale di 50 mila dollari per iniziare la produzione, Lauren si lanciò così nella vendita delle sue cravatte fuori dagli schemi: "Quando ho mostrato le cravatte al buyer di Bloomingdale’s mi ha risposto che lo stile gli piaceva ma che avrei dovuto ridurle, togliere il mio nome e inserirne un altro. Allora ho rimesso tutto dentro la borsa e me ne sono andato. Dopo sei mesi mi ha richiamato e mi ha detto che le avrebbero comprate e vendute con il mio nome". Fu così che nel giro di pochi mesi riuscì a vendere per gli Stati Uniti 500 mila cravatte e con il ricavato cominciò a spaziare su altri prodotti tanto che nel 1967 si mise in proprio fondando la Polo by Ralph Lauren con cui offrì una linea di abbigliamento completa. Nel 1969 fu il primo ad aprire una boutique maschile all’interno di Bloomingdale’s e nel 1970, dopo aver vinto il Coty Award (un premio per i personaggi più influenti dell’anno nel mondo della moda), creò la prima collezione donna con le iconiche camicie dal taglio maschile. È in quegli anni che diede vita al logo - oggi celebre (e copiato) in tutto il mondo - con il giocatore di polo a cavallo su t-shirt e polo realizzate in ventiquattro colori differenti.

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«La moda – però, ribadì allora e ripete ancora oggi - non è per forza una questione di etichette. È un’altra cosa che arriva da dentro di te». Lavorare con lui per realizzare questo documentario “è stato piacevole da un lato”, ci confida la regista, “dall’altro però non è stato semplice”. “Ho dovuto fare subito chiarezza a una persona che non avevo mai conosciuto né incontrato prima e che vuole controllare ogni cosa. Nessuna forma di controllo era ammessa da parte sua, doveva fidarsi di me e così è stato”. L’altra cosa che gli ha chiesto la Lacy è stato di firmarlo mentre lavora, cosa che poi è avvenuta. “Ralph è una persona molto riservata e timida che non si apre mai totalmente”, continua lei. “Io ho cercato di metterlo sempre a suo agio, abbiamo passato tanto tempo insieme, ad esempio nel suo ranch in Colorado per quattro giorni a telecamere spente, e in molti altri posti. C’eravamo lui ed io e si è fidato totalmente, ma tutto è avvenuto in maniera graduale”. La cosa che colpisce e incuriosisce di uno come lui, ci fa notare, “è che il suo nome non è stato mai legato a scandali di nessun genere”. “Ralph Lauren è un ex ragazzo del Bronx nato da una coppia di immigrati ebrei aschenaziti della Bielorussia che avrebbe dovuto diventare rabbino, che non sapeva nulla della moda e nemmeno voleva farla”. “Odio la moda”, dice in uno spezzone del film. È diventato quello che è diventato grazie alla sua forza di volontà e al supporto della sua famiglia, ancora molto presente e molto unita: la moglie Ricky Anne, ex centralinista, e i tre figli Andrew, Dylan e David, quest’ultimo l’unico dei tre ad aver fatto carriera nell’azienda del papà.

Miguel Flores Vianna

Nel documentario - un piccolo e prezioso gioiello da vedere più di una volta, ricco di dettagli, di affetto, di passione, di intelligenza, di capacità e di vita – dopo sessant’anni di carriera, Lauren riflette sul suo viaggio da quando era un giovane ragazzo del Bronx che non sapeva cosa fosse uno stilista, fino a diventare l’emblema dello stile americano in tutto il mondo, una mistura magica in cui la vita rude dei cowboy in campagna si mescola a quella dei Vanderbilt con le loro sontuose magioni bianco candido. Racconta la sua infanzia, i suoi cinquant’anni di matrimonio, gli albori della sua società di moda, le sue reazioni alle critiche, le sue creative campagne pubblicitarie e la sua visione pioneristica della moda. Nel mezzo, ci sono interventi di personaggi di quel mondo o ad esso legati, come Karl Lagerfeld, André Leon Talley, Hillary Clinton, Jason Wu, Naomi Campbell, Martha Stewart, Calvin Klein, Diane von Furstenberg, Tyson Beckford, Tina Brown, Jessica Chastain e altri. Visti i risultati raggiunti, ha ragione Anna Wintour, storica direttrice di Vogue America, quando dice che “Ralph è salito oramai su quel treno e non ha nessuna intenzione di scendere”.

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