La storia di Emanuel Ungaro, il couturier pugliese alla corte di Francia

Dagli inizi con il padre sarto alla corte di Balenciaga, passando per gli eccessi degli Eighties: chi era Emanuel Ungaro, il pugliese amato dalla couture e dalle jeunes filles en fleurs, da Parigi a New York.

Fashion Designer Emanuel Ungaro
Sergio GaudentiGetty Images

Basta guardare una vecchia foto in bianco e nero, per capire quello che Emanuel Ungaro, scomparso il 21 dicembre a 86 anni, ha significato, nella costellazione modaiola. Nella foto in questione, il ministro francese della moda Jack Lang posa con i maestri conclamati della moda francese degli Anni 80. Kenzo ha un caschetto di capelli corvini e phonati come richiedeva la decade; Anne-Marie Beretta si copre lo sguardo sorridente dietro degli occhiali dalle linee futuriste che sarebbero arrivati al mainstream solo negli Anni 90; Jean-Charles de Castelbajac è in perfetta posa plastica; Chantal Thomass era già all'epoca la pasionaria di una sensualità sotterranea, che poi si esprimerà al massimo grado nella sua linea di intimo; la leggendaria Alix, a cui tutti però si riferivano con una certa riverenza, chiamandola per cognome, Madame Grès, sarebbe scomparsa 9 anni dopo, ma quello più bisognoso di protezione e sostegno sembra essere Yves Saint Laurent, che a lei si stringe; Sonia Rykiel indossa una delle sue pellicce accanto a Issey Miyake; Pierre Bergè in secondo piano – unico non stilista del gruppo, ma la sua rilevanza nel mondo della moda è stata, allo stesso modo, non quantificabile – posa con la mano sulla spalla di Emanuel Ungaro, che, nonostante l'eleganza francofona dell'onomastica, e la presenza sui registri anagrafici di Aix-en-Provence, dove nasce nel 1933, ha nelle sue vene sangue pugliese in purezza.

I couturier francesi nel 1984 con il ministro della moda francese Jack Lang. Ungaro è l’ultimo a destra, accanto a Pierre Bergé
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Eppure, alla corte di Francia di solito molto più schizzinosa rispetto a certi dettagli geografici, Emanuel Ungaro sedeva (e posava) insieme ai numi tutelari della couture e del ready-to-wear, di cui faceva parte a pieno titolo. La manualità con ago e filo è merito del padre Cosimo, sarto che ripara in Francia insieme alla famiglia per sfuggire agli orrori della guerra di cui già si sentivano le prime avvisaglie, persino a Francavilla Fontana, paese di 36 mila abitanti in provincia di Brindisi. Emanuel cuce da quando ha 6 anni, un periodo del quale ha sempre parlato con una nostalgia rusticana, lontano anni luce dalle narrazioni drammatiche e da feuilleton di tutti i suoi colleghi. "Sono cresciuto in una famiglia numerosa. La domenica ci si ritrovava con gli amici per cantare: mio padre adorava l’Opera, io facevo Rodolfo e lui Mimì, le donne preparavano la pasta e le polpette. Ancora adesso quando mi sento giù di morale - confessava- mangio pasta e polpette. Mi confortano"

Emanuel Ungaro nel 1972
Alain DejeanGetty Images

A 22 anni si sposta a Parigi, dove diviene allievo di un guru assoluto, che Ungaro considera (a ragione) il suo maestro: Cristóbal Balenciaga. Un apprendistato che dura dal 1958 al 1964, quando aprirà la sua maison. Una casa di moda che, nonostante Ungaro sia divenuto negli anni sinonimo di una certa eleganza parigina, pacificata, nasce con uno strappo: quello di non voler disegnare abiti da sera, ma preferendo immaginare una donna giocosa, che popola le strade delle metropoli vestendosi di orli e drappeggi, colori accesi, troppo accesi per quegli anni – che pure erano quelli della rivoluzione della figura femminile, ma vai a spiegarlo alle cinquantenni con il potere d'acquisto atto a possedere un abito di Ungaro – stampe a contrasto, ruches e volant. Nonostante tutto, intorno a sé raccoglie da subito una corte di jeunes filles en fleurs, parigine e americane già icone di stile, da Lee Radzwill a Carolina di Monaco, Jackie Kennedy e Salima Aga Khan, Lauren Bacall e Catherine Deneuve, così come l'attrice Anouk Aimée – musa di Lelouch e sfuggente donna del mistero anche per Fellini, che l'ha voluta in La Dolce Vita e 8 e mezzo – di cui è stato per anni innamorato. Il matrimonio però è con Laura, sua moglie e compagna a casa e sul lavoro, dal quale avrà una figlia, Cosima, omaggiando, come da tradizione salica pugliese, l'avo primigenio che gli ha messo in mano ago e filo.

La collezione Ungaro del 1981
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Il suo successo esplode però negli Anni 80, la decade più adatta al massimalismo estetico, insieme garbato e seducente di Ungaro. Silenzioso e riservato rispetto alla sua vita privata, Ungaro è uomo elegante e compassato, che vive nel suo atelier di Avenue Montaigne indossando una giacca bianca da lavoro, in cotone, con nelle tasche gli spilli che appuntava sui vestiti per creare i suoi drappeggi, e la musica classica in sottofondo. "Io amo tutto ciò che canta. Amo Debussy e il Free Jazz, Paolo Uccello e Motherwell, Proust e Peter Handke, i colori, il colorismo, l'impressionismo. Amo il calore del Sud ed il freddo del Nord. Il couturier esiste per precorrere, indovinare un desiderio in un balzo. Io dovrei stare zitto. Sono i miei abiti a parlare". La seduzione della sua collezione si muove in aristocratico equilibrio tra sussurri e dichiarazioni orgogliose (e rumorose) d'appartenenza, senza mai perdere il baricentro, mestiere difficilissimo che Ungaro tentava di spiegare con l'imbarazzo dell'uomo del Sud, poco a suo agio con le parole, più con i fatti. "Per creare ho bisogno di essere sedotto, di avere voglia della persona che sta davanti a me... Spero che questa espressione non sia troppo forte".

Carolina di Monaco e Marie-Helene Rotschild ad una sfilata di Emanuel Ungaro
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Nel 1996 firma un accordo con Ferragamo che acquisisce il brand, lasciandogli però ampio margine decisionale. Nel 1998 arriva al timone creativa Giambattista Valli, per il quale Ungaro sarà quello che per il pugliese è stato Balenciaga: maestro e guru. La collaborazione dura sino al 2004, quando, a sorpresa, Giambattista lascia, con coraggio, per fondare il suo brand, e in seguito, si sussurra, a dei dissapori con Laura Ungaro. Da lì Emanuel si ritira definitivamente, e per il suo marchio inizia un susseguirsi di scelte a breve termine, che non permettono a nessuno dei designer chiamati a rivitalizzare il marchio di costruire un progetto. Si avvicendano Giles Deacon, Peter Dundas, Fausto Puglisi, Esteban Cortazar – epurato dalla proprietà in quanto non voleva associare il nome del brand a quello delle celeb degli Anni Zero, da Paris Hilton in giù. Il marchio viene acquisito nel 2005 per 84 milioni di dollari da Asim Absullah, imprenditore di origine pakistana.

Collezione Emanuel Ungaro 1985
Daniel SIMONGetty Images

C'è persino, nella parabola discendente, il baratro di una direzione creativa affidata a Lindsay Lohan, che, fortunatamente dura molto poco, ma abbastanza per imprimersi a fuoco nei ricordi horribilis degli addetti ai lavori. Dal 2017 l'arduo compito è di Marco Colagrossi, 43enne già consulente per Armani e Dolce & Gabbana. L'obiettivo è far breccia, come il suo fondatore negli Anni 60, nei cuori delle giovanissime, tenendosi stretto il DNA originale. Un compito che, sicuramente, Ungaro, gli consiglierebbe di svolgere a ritmo di musica.

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