La nuova stagione di Marie-Sophie Wilson, icona nineties, che se ne frega delle rughe

Musa di Peter Lindbergh, per quel suo fascino impenetrabile, la ex top model veste i piumini Add nella campagna francese, dove vive. "La bellezza? Parla l'italiano di Anna Magnani."

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Di ex top model che non si arrendono al passare del tempo, continuando a calcare passerelle – complici stilisti un po' stanchi che, in assenza di idee, rincorrono un effetto nostalgia dal successo assicurato – e pagine di rotocalchi, se ne vedono in abbondanza, scorrendo la newsfeed di Instagram. Marie-Sophie Wilson non è, sicuramente, una di queste. Anche se alcune passerelle le calca ancora – come quella della nuova enfant prodige della fashion week di Parigi, Marine Serre, per la quale ha sfilato insieme ai suoi due figli – così come è ancora il volto (e che volto) di alcuni selezionati progetti, che sceglie per passione e spirito d'elezione, come l'ultimo realizzato per Add, brand italiano di urban outerwear. Negli scatti in bianco e nero, risplende ancora la luce su quel volto spigoloso eppure dalla dolcezza botticelliana, che ha incantato Richard Avedon, che la scattò per il Calendario Pirelli del 1997, e anche Peter Lindbergh di cui è stata amica e musa. Ambientato nella campagna francese, dove la modella vive da diversi anni, nelle foto c'è una rilassatezza raffinata, un orgoglio limpido, una serenità appagata, seppur lontana da quel glamour "bombastico" e nostalgico nel quale vivono ancora alcune sue ex colleghe. Una sensazione, quella di una donna pacificata, ma appassionata e dalla bellezza lucente, che si fa ancora più forte, quando la si incontra in una mattina di dicembre a Milano, nello showroom meneghino del brand al quale è legata da un rapporto di ventennale affetto.

Marie Sophie Wilson negli scatti della campagna Add
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In realtà lei era già stata il volto di Add, nel 2000. Come è nata questa collaborazione e cosa le è piaciuto così tanto a convincerla ad una "seconda volta"?
Di campagne, con Add, credo di averne scattate 5 0 6 di seguito, dal 2000 in poi. All'epoca c'era un fotografo spagnolo Nacho Alegre, con un approccio fresco che mi conquistò. Scattammo a Barcellona e devo ammettere che, da francese, non conoscevo il brand (italianissimo, e nato solo un anno prima, nel 1999, ndr). Mi piacque il loro stile, deciso: non è facile creare dei piumini che rifuggano l'effetto "omino Michelin". L'energia che si percepiva, i disegni che ebbi modo di vedere in anteprima: scelsi Add per quelle campagne e anche nella mia vita privata. Ho ancora delle giacche di quegli anni, che indosso oggi. La qualità è incredibile. Quando mi hanno richiamato, di conseguenza, ne sono stata felice, e ho detto loro subito sì.

Le immagini sono state scattate in Francia, poco distante dalla campagna dove vive con la sua famiglia. A chi è venuta l'idea?
Al brand: volevano immagini naturali, che rispecchiassero la mia realtà quotidiana, con i miei cani. Volevano la vera me, una donna che vive in campagna, con gli stivali in gomma. La città, ormai, non mi piace più granché.

Marie-Sophie Wilson con suo marito e i loro cani
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Quando è avvenuta questa "fuga dalla città", e perché?
Faccio questo lavoro da 38 anni: ho vissuto a New York, Parigi, Milano, tra aeroporti, viaggi continui. Un "rumore" e uno stile di vita del quale, a un certo punto, non ne potevo più. Avevo bisogno di silenzio, calma. Avevo questa casa che usavo per le vacanze, nel sud della Francia, mi sono detta: proviamoci. Non me ne sono mai pentita. Vivo nel mezzo della natura, dedicandomi alla cura della campagna, dove c'è sempre molto da fare, così come ai miei progetti. Ho prodotto un documentario sul musicista John Cohen e ora mi sto dedicando alla realizzazione di un altro documentario girato in Messico, incentrato sulla magia del Día de muertos, il 2 novembre. C'è un equilibrio fra cose materiali e pratiche, e la serenità che mi regala la natura, che è utile anche per la creatività. Ci sono volte che non vedo nessuno per 15 giorni. La città non mi manca per niente.

Come le è venuta l'idea di realizzare un documentario sul giorno dei morti?
Ho girato con la fotografa Carlotta Manaigo 4 anni fa, all'epoca ero dedicata al mio precedente documentario, e ho aspettato di trovare la persona giusta per il montaggio. Della filosofia messicana rispetto al ricordo dei defunti, mi affascina la gioia che riescono a trovare, anche nella tristezza. Mentre in Francia quel giorno è associato a un'atmosfera plumbea, un cimitero sul quale spesso piove, in Messico si fa festa, ricordando chi è andato via.

Marie-Sophie e suo marito nel Sud della Francia, dove vivono
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Non ha però abbandonato del tutto le passerelle. Ha sfilato di recente per Simone Rocha e anche per Marine Serre. In quest'occasione c'erano anche i suoi figli. Ha dato loro dei consigli?
Un'esperienza bellissima, sfilare con i miei figli, tanto più che Marine utilizza moltissimi tessuti di riciclo. Mia figlia era un po' nervosa, era al suo debutto assoluto in passerella. C'era la pioggia, sulla passerella c'era un telo di plastica, tutti facevano attenzione a camminare, sperando di non scivolare: paradossalmente è stato un bene, perché così ha potuto focalizzarsi su ciò che era davvero importante, e dimenticare distrazioni e nervosismi. In passato i miei figli avevano visto delle mie sfilate, però sfilando sulla stessa passerella, si sono resi conto del lavoro che c'è dietro uno show, con degli orari precisi e lontano da tutta quell'idea di glamour...è stato molto utile.

In passato ha sfilato per i più grandi di tutti, oggi sceglie spesso giovani designer: quali sono i suoi preferiti?
Difficile dirlo: oggi nella moda si è abituati a prendere degli stilisti per un paio di stagioni, e poi a buttarli via. In questo modo non è possibile un percorso di crescita, che necessita di altri tempi di "decantazione". Per me Simone Rocha ha un'estetica stupenda, con uno stile già definito, mi piaceva Bertrand Guyon quando disegnava la couture di Schiaparelli, e l'energia giovane e rivoluzionaria di Marine Serre.

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Impossibile non citare, però, nel suo passato, l'importanza di Peter Lindbergh, per il quale lei è stata una musa: oltre a essere un fotografo dal talento indiscusso, cosa lo rendeva un essere umano "unico"?
Era l'unico capace di portare a galla tutte le emozioni che avevi dentro, e rifletterle in uno scatto. Non sapevi neanche bene perché, ma a Peter donavi tutta te stessa, d'istinto. Non era neanche identificabile come "fotografo di moda": da qui veniva la sua capacità di scavare nel profondo nell'anima.

Appassionata di cinema, non solo come regista, ma anche come spettatrice. Sul suo profilo Instagram ci sono rimandi al cinema italiano degli Anni 60, da Fellini a De Sica. Cosa le piaceva e quali sono i registi che le piacciono oggi?
Mi piaceva il tragicomico. Alberto Sordi mostrava il peggio dell'umanità, ma al tempo stesso faceva ridere, c'era un'autoironia che trovo sinonimo d'intelligenza. All'epoca poi, tutti gli attori e i registi italiani parlavano francese, così come i creativi francesi parlavano italiano: era un cinema dal potere narrativo fortissimo. Se un francese non poteva permettersi un viaggio in Italia, ma vedeva i film di De Sica, l'idea che se ne faceva non era poi così distante dalla realtà, e si portava l'Italia in casa. Oggi mi piacciono molto Emanuele Crialese e i documentari di Gianfranco Rosi, come Fuocoammare.

A differenza di molte sue colleghe, pur avendo ancora quell'ovale dallo stesso fascino impenetrabile di vent'anni fa, lei, delle rughe, se ne frega allegramente. Cos'è per lei oggi la bellezza?
Quest'attitudine a ricercarsi perfette, tramite i filtri di Instagram o la chirurgia plastica, la trovo orrenda. Il modello di bellezza à la Kardashian lo trovo sinceramente orrendo. Selfie? Dovranno passare sul mio cadavere! Quando penso alla bellezza, mi viene in mente Anna Magnani, che alla truccatrice diceva "non togliermi neanche una ruga, ci ho messo una vita a farmele". Fin quando ci sarà gente, nel mondo della moda, che crede sia possibile e affascinante lavorare con una donna con le rughe, lavorerò nella moda, altrimenti pazienza.

La mia vita è anche (molto) altro.

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