Milano, sfilate uomo: nel dubbio, vestiamoci

Dal rave di Marni alla piazza di Prada: le review della Moda Uomo Autunno Inverno 2020/2021.

Le sfilate moda uomo di Milano per il prossimo Autunno/Inverno, oltre a alla definitiva evaporazione tra ciò che può essere considerato formale e cosa no – disputa che francamente, con i mala tempora che currunt, sta iniziando a stremare anche i più accaniti fashionisti – rischiano di essere interessanti perché mediatrici culturali di un pensiero che solo a un primo sguardo è salutato come il “ritorno del classico”. Sono controintuitive.

Vale a dire che, anche se tutti ci affanniamo da anni a dire che l’ideazione dei capi avviene mesi e mesi prima, in realtà l’immagine finale del maschio da passerella viene studiata da cosmopoliti e sofisticati stylist pochi giorni prima. E che, sia pure noncuranti di ciò che accade intorno, non possono non risentire delle vibrazioni politiche, sociali e culturali di un mondo che sembra cadere a pezzi tra ambiente impazzito come i politici e di guerre prenotabili via Twitter.

La sensazione, per gli addetti ai lavori, è quella di un impalpabile velo d’inquietudine (per entrare da Prada si passa al metal detector e già sono in molti i colleghi che pensano di disdire i défilé a Parigi per la remota eventualità di possibili attentati da aggiungere allo sciopero che sta ormai sfibrando la città).

Ci saremmo dunque aspettati collezioni rigorose e militaresche oppure fortemente escapiste con stampe hawaiane o citazioni passaiste. E invece no.

Ermenegildo Zegna by Alessandro Sartori Autunno Inverno 2020/2021
Paolo LanziImaxtree

Dalla magistrale prova di bravura di Alessandro Sartori per Zegna alla complessa semplicità di Prada, dalla sensualità che s’insinua nella sartoria di Alessandro Dell’Acqua alla materica consistenza di Dolce & Gabbana (evento su cui torneremo), dallo struggente spettacolo vestimentario di Etro alle sofisticate ibridazioni d’atelier di Paul Andrew per Salvatore Ferragamo, dall’incravattato e impaurito omaggio a Dario Argento di Massimo Giorgetti per MSGM, il marchio italiano più Millennial che c’è, si registra – è vero- un richiamo all’ordine che può apparire nostalgico.

N°21 Autunno Inverno 2020/2021
Salvatore DragoneImaxtree

Dolce&Gabbana Autunno Inverno 2020/2021
Daniele OberrauchImaxtree
Etro Autunno Inverno 2020/2021
Daniele OberrauchImaxtree
MSGM Autunno Inverno 2020/2021
Victor VIRGILEGetty Images

Proprio Andrew parla di archetipi (il soldato, il surfer, il biker, il businessman, il pilota, il marinaio); Miuccia fa allestire due dechirichiane “piazze d’Italia” con tanto di caricaturale statua equestre in mezzo ma costruita come in dinosauri di cartone i cui pezzi s’incastrano l’uno sull’altro come fondale a una moda «senza complicazioni»; Missoni fa appello all’eleganza innata dei jazzisti dei 60 e dei 70 per uno stile che è jam session di forme e colori.

Salvatore Ferragamo Autunno Inverno 2020/2021
Salvatore DragoneImaxtree
Prada Autunno Inverno 2020/2021
Daniele OberrauchImaxtree
Missoni Autunno Inverno 2020/2021
Gino MenozziImaxtree

Ma la realtà, secondo il nostro modestissimo parere, è un'altra: queste sfilate rimettono al centro della discussione il corpo, in questo il corpo maschile, da rivestire con un abito che è «un’interfaccia sensibile che si sviluppa in interazioni multiple e complesse con il paesaggio, l’ambiente, le scene e fonda la sua strategia aperta su teorie aperte e in divenire», come scrive Ornella “Kyra” Pistilli in Dress Code.

Un corpo “analogico” (da anni non si vedevano sfilate così prive di devices tecnologici, tessuti sintetici, rifiniture robotizzate) he riporta alla moda come metafora abitativa, confortevole ed elegante. Abbiamo visto corpi etnici, corpi sessuati, corpi snelli, corpi muscolosi. Una delle collezioni più potenti, in questo senso, è stata quella di Francesco Risso per Marni. È stato quasi tenero leggere i commenti dei colleghi che hanno fatto slalom verbali difficilissimi per dire ciò che era evidente, ma forse eccessivo per le tante anime belle del politicamente corretto. L’invito era un richiamo evidente ai “francobolli”, i quadratini imbevuti di LSD che spesso venivano usati per innalzare il tono di libertà dei rave anni Novanta.

courtesy

E, nella disco-caverna reinventata nella periferia milanese, i modelli-performer, seguendo i movimenti del coreografo Michele Rizzo, hanno riprodotto le movenze dell’ultima forma di aggregazione comunitaria e non mediata da app e siti d’incontri che proprio nei rave degli anni Novanta ha trovato la sua massima celebrazione. La portata sociale del racconto passa attraverso la musica, le droghe, parte fondamentale della narrazione, le ex fabbriche abbandonate e le periferie di città spagnole, francesi, tedesche e italiane nelle quali arrivavano i sound system. Nella performance, persone di ogni orientamento sessuale camminavano lentamente guardandosi negli occhi – altro che “swipe”! – ballando per proprio conto o avvicinandosi in un contatto fisico in preda a sensazioni, emozioni, palpitazioni: alcuni camminando lentissimamente e poi via via sempre più veloci, altri seguendo un ritmo interiore in un sabba festoso e misterioso dove gli abiti, sempre volutamente sbagliati – troppo grandi, troppo corti, troppo lunghi, troppo striminziti, realizzati con tessuti vintage o nuovi, quasi cuciti casualmente – passano in secondo piano per esaltare il vissuto di ognuno, attraverso il suo corpo, nella sua specificità e diversità. Un’architettura di carne di cui il vestito è estensione e protezione, che ha una sua personale misura, non riducibile alla standardizzazione delle taglie tradizionali.

Prada Autunno Inverno 2020/2021
Daniele OberrauchImaxtree

Questa nozione di “corpo cosciente” – di sé, degli altri, dotato di una propria forma e di una propria mente - diventa anche il fil rouge che riporta alle collezioni di Prada e Zegna: un luogo dove si fa visibile di quale società e quindi anche di quale moda abbiamo bisogno, e quale desideriamo e sogniamo. Laddove la prima riporta il vestire a una radice che non è semplice minimalismo ma ostinata indagine su un’essenzialità necessaria di questi tempi (un’impresa eroica, come eroica è la statua equestre e la colonna sonora, quasi tutta di Wagner), per la seconda, l’istanza dell’ambientalismo si fa esigenza indossabile. #UseTheExisting è l’hashtag scelto per l’operazione che Alessandro Sartori, il direttore creativo, porta avanti con coraggio da un paio di stagioni. Un metodo che parte dai tessuti per estendersi alle collezioni e oltre. Questa stagione, anche la scenografia della sfilata usa ciò che esiste: un’installazione ospitata nello spazio di un’ex fonderia milanese, realizzata dall’artista americana Anne Patterson e composta con migliaia di nastri ricavati da avanzi di tessuti Zegna delle precedenti sfilate (visibile fino al 31 gennaio). Un enorme cubo sospeso – un gioco di colore, materia e luce – che sembra solido, ma è in realtà trasparente. Volevo intitolare questo pezzo Nel dubbio, stordiamoci. Ma adesso lo intitolerei Nel dubbio, vestiamoci.

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