Londra Fashion Week: cosa succede dopo la Brexit?

L'abbandono dell'Unione Europea e il divorzio con i Sussex faranno tremare le passerelle inglesi? Tra sostenibilità, nomi nuovi e grandi certezze (Burberry e sua signora Vivienne Westwood), splende ancora il sole sul regno di Albione.

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ErdemImaxtree

Cosa c'è, dopo la Brexit, e l'abbandono della capitale da parte della coppia royal di Meghan e Harry? Secondo la London Fashion Week, dal 14 al 18 febbraio, i problemi da affrontare, in primis, sono quelli che riguardano la sostenibilità ambientale. E in effetti, a scandagliare il calendario ufficiale e tutti gli eventi che lo costellano ( 60 sfilate, 346 eventi in 5 giorni, molti più brand che presenteranno le loro collezioni moda Autunno Inverno 2020 2021), sono molteplici le iniziative virtuose. Si comincia con le borse in canvas riutilizzabili ufficiali della LFW, fornite da Richard Malone in collaborazione con BFC (il British Fashion Council) e Bags of Ethics, per passare ai mezzi di trasporto eco: saranno (anche) dei tuk tuk, quelli che accompagneranno i partecipanti alla manifestazione, impegnati a muoversi per la città tra una sfilata e l'altra. A metterli a disposizione, la stilista Olivia Rubin, che per festeggiare la sua partnership con Klarna –il nuovo metodo di pagamento online che consentirà di pagare gli abiti della designer in tre tranche – metterà sui mezzi di trasporto dei fortunati le tote bag realizzate ad hoc, con le tinte vitaminiche che la contraddistinguono. E la sostenibilità sarà al centro anche dell'annuale Woolmark Prize – che porta bene, visto che tra i primi vincitori ci furono Valentino Garavani e Karl Lagerfeld. Tra le linee guida per i finalisti di quest'anno – e tra loro ci potrebbe essere la nuova Supernova modaiola del futuro, considerato che, in lizza ci sono brand già pronti ad esplodere, come l'irlandese Richard Malone, Matthew Adams Dolan, che veste già Rihanna e Kaia Gerber, o A-cold-Wall*, che ha già partnership con Nike e Converse all'attivo – ci sono la tracciabilità della materia prima,la lana, e la trasparenza dell'intera catena produttiva.

Una edizione, quella della London Fashion Week, che, come da tradizione, mette in equilibrio sulla bilancia dello stile i classici nomi delle grandi maison e le promesse del futuro, così come brand accattivanti, che piacciono alla generazione Z. Se tra i primi si possono citare certamente Burberry – a cui il designer Riccardo Tisci ha messo l'acceleratore, migliorando le vendite del terzo trimestre dell'anno scorso con 719 milioni di sterline – Vivienne Westwood, Christopher Kane e J.W. Anderson, tra i secondi è impossibile non riconoscere l'influenza che hanno avuto, a pochi anni dalla fondazione dei loro brand, nomi come quelli di Simone Rocha e Richard Quinn – che infatti collaborano già all'interno del progetto di Moncler Genius – così come quello di David Koma.

E se lo show di Temperley London, uno tra i brand britannici che Catherine Middleton sfoggia più spesso, sarà aperto, come alcuni altri, al pubblico, previo pagamento di un biglietto d'ingresso però piuttosto salato – dalle 135 alle 245 sterline – sfileranno anche le pellicce eco di Shrimps, gli abiti da intellettuali proto-femministe – e femminili – di Emilia Wickstead, già visti in questa Award season indosso a Laura Dern e alla regista di Piccole Donne Greta Gerwig, e le nuvole di tulle di Molly Goddard.

Infine, un membro senior della Royal Family – probabilmente Catherine Middleton, vista la dipartita di Meghan, a cui di certo la moda è sempre piaciuta molto – insignirà uno dei partecipanti del premio The Queen Elizabeth II Award for British Design: anche qui, un riconoscimento che ha portato bene a Richard Quinn, che lo ha ricevuto nel 2018. Chi invece di guardare al futuro, volesse per caso immergersi nel passato, l'Aro Archive inaugurerà il 15 febbraio una esposizione guidata nei suoi archivi, scandagliando nel lavoro di Yohji Yamamoto, negli anni che vanno dal 1983 al 2016. Londra vi lascerà indulgere nel passato, anche se lei, a quanto pare, sta già preparando il futuro.

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