“Non siamo inventori, siamo innovatori”, Alessandro Enriquez e Ritu Dalmia

Il designer del pop patriottismo racconta la nuova collezione ispirata ai peccati della Divina Commedia attraverso i piatti peccaminosi della chef indiana di Cittamani.

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Rosina Xia

Inferno, come olio bollente, come magma di lurex. Purgatorio, come zenzero purificatore, come un intarsio dove nascondersi, espiare l’attesa. Paradiso, come lo zucchero che esplode nella bocca di Eva con la mela che sfiora le labbra, come i cinque sensi che si riattivano quando un polpastrello sfiora la seta ciano. Se la Divina Commedia fosse stata scritta a metà strada tra Palermo, Delhi, Milano e la Tunisia, avrebbe due Virgili e una nuvola di spezie ad accompagnarli in quel saliescendi per le tre cantiche. Ispirata alla Divina Commedia, la capsule della nuova collezione di Alessandro Enriquez Autunno Inverno 2020-21 è un viaggio al neon che traghetta chi guarda (e indossa) verso i peccati, i riscatti, i piaceri dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso. Insieme al designer della pop couture, Ritu Dalmia, la chef e star della cuisine indiana che ha creato un menu peccaminoso in occasione dello speciale lancio durante la Milano Fashion Week.

Dalle frittelle di lenticchie gialle e zenzero Moong Dal Pakora al dessert Apple Shrikhand, a base di mele Pink Lady glassate al miele con crema pasticcera al garam masala, il ristorante indiano Cittamani di Milano della ristoratrice e imprenditrice worldwide ospita e accompagna le visioni di Alessandro Enriquez. “Non solo un omaggio all’opera di Dante Alighieri ma anche alle origini di chef Ritu Dalmia, la mia collezione ha una stretta connessione con l’India”, racconta lo stilista, “è stata sviluppata anche grazie alla côté indiana dell’azienda Tessitura Monti, con cui realizziamo camicie stampate oversize, dal taglio francese, dall’ispirazione a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta”. Attivista in India per la lotta contro le discriminazioni di genere, businesswoman, fondatrice di 11 ristoranti in tutto il mondo - di cui tre si trovano nella città della Madunina -, chef Ritu Dalmia è una delle muse di Alessandro Enriquez, scattate da Sua Maestà Aldo Fallai per il progetto-evento It Women Exhibition (stay tuned per scoprire di cosa si tratta…). “Quelle che altrove chiamano role women, io le chiamo donne vere, Ritu è una di queste, ed è a lei che ho lasciato carta ehm piatto bianco per trasformare un menu à porter in una collezione à manger”.

Rosina Xia

Avete scelto come mezzo di espressione e di comunicazione i menu e le collezioni. In che modo “traducete” voi stessi in ciò che fate?

Ritu Dalmia: “Creando piatti che siano sempre legati a un ricordo, a una persona, a una tradizione. Leggo il menu e sento che mi appartiene, che mi riflette al meglio, puoi amarlo oppure odiarlo, come me. Non potrei mai essere una chef se non esprimessi me stessa in cucina”.

Alessandro Enriquez: “Concependo gli abiti come bandiere di espressione, tele bianche sulle quali raccontarmi e raccontare un’ispirazione. Siano slogan pop o stampe nostalgiche, le mie collezioni sono un bouquet di capi animati dalle vibrazioni dei disegni e delle scritte”.

Nel 2020 cosa ci si deve inventare per essere definiti “creativi” nel mondo della cucina e della moda?

Ritu: “Ho sempre vissuto la cucina da autodidatta, non ho studiato enogastronomia, non ho fatto la gavetta accanto a un grande chef, e forse è proprio questa la mia forza, la purezza di giudizio e pensiero. La mia più grande ispirazione? I viaggi intorno al mondo. È lì che assaggio ingredienti e piatti mai visti prima, vedo procedimenti mai pensati prima, poi torno a casa, medito, e ricreo quello che avevo mangiato ma dando la mia personalissima versione e visione. Dovresti assaggiare il remake indiano della mia prima arancina addentata a Ballarò a Palermo… In sostanza, non credo e non dico di essere un inventrice, sono piuttosto un’innovatrice”.

Alessandro: “Non auto censurarsi, non lasciarsi bombardare e saturare dalle informazioni che arrivano dai social, permettere alle idee, anche quelle che ci sembrano più improbabili, di fluire, di aggregarsi, di concretizzarsi. Quando tutti mi dicono less is more, io aggiungo, allontano la paura del “troppo”, troppo per chi? Tutto quello che faccio fa parte del mio racconto, non permetterei a nessuno di censurare i miei paragrafi. Letteratura, cinema, cucina, fotografia, nostalgia, riflessione, questo è Enriquez”.

Il pollo al tandoori di Ritu Dalmia per Alessandro Enriquez
Rosina Xia

Quali sono le sfide della cucina e della moda del prossimo decennio?

Ritu: “Le stesse che c’erano 10 anni fa. Combattere contro il carattere anti social, chiuso, assuefacente della cucina. Se inizi a lavorare come cuoco, non desidererai mai più un altro lavoro. Ti cito Anthony Bourdain “Chiedimi quali sono le cose che odio del mio lavoro e ti risponderò: le ore piccole, la solitudine, la pressione, il calore, i profumi, la stanchezza, la rabbia. Fammi bere un paio di cocktail, chiedimi quali sono le cose che amo di più del mio lavoro e ti risponderò: le ore piccole, la solitudine, la pressione, il calore, i profumi, la stanchezza, la rabbia”.

Alessandro: “Arrivare a quanti più target di persone possibili. Moltiplicare le opportunità di lavoro per le nuove generazioni, e in questo i social “ammorbidiscono” le selezioni all’ingresso. Investire sulla ricerca, tanto umana quanto industriale. Dichiarare un approccio al colore più aperto e rilassato, meno oscuro e serioso rispetto al passato”.

Ritu, sincera, com’è lavorare in un mondo maschile e maschilista?

“Forse dovrei dirti che mi dispiace, che sono triste, che mi dispero. Ma la verità è che affronto a muso duro ogni difficoltà, da donna chef, da donna gay, da donna innamorata che vorrebbe passare più tempo con la sua compagna e che spesso non può perché deve correre dietro i fornelli”.

Il dessert "Apple Shrikhand" di Ritu Dalmia per Alessandro Enriquez
Rosina Xia

Qual è quel cibo che, come la madeleine per Proust, ti riporta indietro nel tempo?

Ritu: “L’asafoetida, una spezia indiana che gli inglesi chiamano devil’s shit. Fa parte di quegli odori che usiamo in India per profumare la zuppa di lenticchie, che mangiavo sempre da piccola. Ai tempi la odiavo, oggi è il mio comfort food per eccellenza”.

Alessandro: “La menta. La raccoglievo insieme a mia nonna nelle campagne palermitane, ogni volta che sento quel profumo il mio pensiero va immediatamente a lei”.

La cucina, la moda, possono essere dei business davvero sostenibili?

Ritu: “Dopo 30 anni di carriera e 11 ristoranti aperti in tutto il mondo, posso dirti che sì, è possibile, ma non bisogna mai perdere di vista i propri investimenti. Non sarà romantico, lo so, mi sento per metà sognatrice e per metà businesswoman, ma bastano pochi passi falsi per far chiudere un ristorante, quindi mente sempre creativa ma attenta a come girano gli affari”.

Alessandro: “È una bella sfida, che ognuno dovrebbe cogliere e affrontare come può. Per quanto mi riguarda, parte della mia collezione è realizzata in Tunisia, luogo legato anche al mio heritage famigliare, è lì che sviluppo una collezione di jeans trattati con lavaggi ecosostenibili. L’investimento non è poi così maggiore rispetto al normale, ma è il minimo che io possa fare”.

Alessandro, sei un po’ gitano nell’anima e nel lifestyle, cos’è per te Milano?

“Il mio raccoglitore di idee. Il posto giusto per fare questo lavoro”.

A proposito di mele, peccati originali e di gola. Qual è il vostro guilty pleasure di fronte al frigo?

Ritu: I lievitati, amo pizzicarne la pasta fra le dita e farla sciogliere in bocca.

Alessandro: Il cioccolato, da mordere, prima di andare a letto.

Ritu Dalmia e Alessandro Enriquez
Rosina Xia
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