Gucci, Jil Sander, Prada: il Tempo, i tempi (sì, quelli di «signora mia, che tempi viviamo!»)

Dalla Milano Fashion Week Autunno Inverno 2020/21: la review delle sfilate.

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Daniele Venturelli

Il Tempo, i tempi (sì, quelli di «signora mia, che tempi viviamo!»). La Storia e le storie (quelle delle vite individuali e delle molteplici identità che le abitano). Dopo quelle di New York (inesistenti), di Londra (sorry, deludenti, sarà lo shock della Brexit), quelle di Milano sono collezioni intelligenti, anche quando non le giudichiamo con il sommario metro del “belle” o brutte. Partite con il sentimento della paura del contagio, si sono trasformate in un contagio di discussioni, esegesi, talvolta litigi. E questo è sempre un bene, soprattutto per chi partecipa alla liturgia delle sacre sfilate. Ritual è il nome che Alessandro Michele ha voluto dare alla sua, molto divisiva, per Gucci. Già l’invito, un WhatsApp vocale in cui invitava l’ospite ad andare al suo show, sottolinea il suo essere maestro di comunicazione, cioè qualcosa che va al di là della semplice trasmissione di notizie ma si situa allo stesso livello dei cosiddetti “atti linguistici” (cioè quelle frasi che non trasmettono informazioni, ma accendono emozioni). E induceva gli astanti a una relazione a tu per tu, senza intermediazioni. Una volta arrivati, si entra nella sala da quello che sembra essere il backstage di una sfilata, tra parrucchieri, vestieriste, sarte, al lavoro sulle e sui mannequin: invece no. Era il preliminare di un evento che si è condensato su una pedana girevole, circondata da una struttura cilindrica trasparente, rivestita di voile rosa dove al centro troneggiava Michele e il suo team, vestendo e dando gli ultimi ritocchi alle modelle e ai modelli che si affacciano immobili al cilindro, un po’ evocazioni fantasmatiche come creature nate dal Demiurgo, un po’ “attirasguardi” a sollecitare un istinto voyeuristico, mentre nell’aria si sentivano le parole di Federico Fellini, rilasciate in due interviste, che parlava di cinema come un grande amore vissuto «forse in modo troppo privato, forse narcisistico, senza vergogna, senza limiti. Ma questo è quello che ho fatto».

courtesy photo Gucci


E questo è quello che ha fatto Michele: una dichiarazione d’amore a quell’atto di cosmesi sentimentale e anatomica rappresentata quotidianamente dal rituale del vestirsi, nella riproduzione di un mondo capovolto in cui il maschile si converte in femminile, l’artificiale in naturale e viceversa, in cui tutto si contamina e sconfina. A questo punto, gli abiti passano in secondo piano, talmente poco visibili da rischiare l’autolesionismo da parte dello stesso Michele, ma alla loro emersione dal buio sciabolato dai riflettori, appaiono concepiti come omaggio a “personaggi” più che “persone”: la bambina perbene, quella un po’ perversa con l’harness in cuoio, la marinaretta e la bambolina pizzi e balze, l’infermierina e la suorina (e, onestamente, un po’ più di cura nella diversità dei corpi non ci starebbe male, con l’attuale culto della diversity). Il grande metronomo che scandisce il tempo sull’usurato Bolero di Maurice Ravel, melodia che potrebbe essere suonata all’infinito, riporta al discorso sul Tempo, un tempo che costruisce e distrugge, per magari far poi rinascere stili antichi con nuove posologie d’utilizzo. Quello di Michele è un tempo antilineare, dove convivono maniere e richiami culturali differenti. Un tempo però che già nella sfilata maschile a gennaio, ora riporta a quel periodo magico in cui si è al limitare estremo di tutto (della sessualità, della personalità, del senso di colpa ma anche di quello del piacere), non ci deve giustificare di nulla, se non di essere come si è: l’infanzia. Ma nel frattempo – scusate il bisticcio di parole – c’è un tempo che verso la morte, seguita magari da una resurrezione, per chi ci crede. Nel finale, la commozione vince ma resta anche la convinzione che Michele ha messo a punto un metodo che oggi, forse, meriterebbe qualche rinnovamento nel suo consistere e non solo nel suo insistere.

Daniele Venturelli

E, una volta per tutte, sia chiaro: a chi rimprovera gli spettatori che restano a occhio asciutto che quella di Gucci è una performance e non una sfilata, vorremmo ricordare che ogni sfilata, anche la più sgarrupata, è un atto performativo in quanto mette in scena, teatralizza, fa della moda un atto spettacolare nella migliore accezione del termine. Certo, c’è chi è più bravo e chi meno, ed è su questo che si possono fare dei distinguo, ma non nell’essenza di un avvenimento che unisce creatività, commercio, la capacità di far sognare ma anche di portare la gente in boutique. E di fatturare.

Per esempio, l’evidente connessione al lavoro di Pina Bausch è un’altra, riuscitissima performance che Luke e Lucie Meier, coppia nel lavoro e nella vita, disegnano per Jil Sander, di cui sono i direttori artistici. Le modelle percorrono un perimetro di un grande spazio industriale, che incornicia un perimetro identico fatto di sedie di legno, dove vanno a sedersi a una a una dopo aver sfilato. Ed è un vestire adulto che si nutre di grazia e di ricerca per capi neri, bianchi, che strutturano la silhouette dalle spalle rotonde e grandi come gusci di bellezza discreta, poco instagrammabile ma altamente elegante, in cui la ricerca di tagli e forme è quasi nascosta, sussurrata, bisbigliata. Tanto che i coniugi non si definiscono «minimalisti», ma «puristi». Creazioni che, nella loro apparente convenzionalità sono del tutto rivoluzionari perché portatori di messaggi positivi, pacifici, distillati da un pensiero profondo su cosa significhi o no comprarsi un abito, per ogni donna. Al di là dei dati anagrafici o della taglia.

Salvatore Dragone

Da Prada, dove lo studio AMO disegna una scenografia che è una piazza immaginaria molto dechirichiana, le modelle vagano nello spazio, appaiono e scompaiono, seguendo traiettorie invisibili. La connessione con il passato è in una certa estetica nordeuropea, forse tedesca, forse fassbinderiana: Fassbinder è un regista molto amato da Miuccia, che già lo aveva ampiamente omaggiato in una sua precedente collezione. Su blazer dalle spalle squadrate s’innestano gonne ridotte a strisce, c’è un uso incongruo delle frange, un’aria cupamente militaresca nelle grandi pellicce (ecologiche) anni 40, ai completi di piglio sportivo si alternano languidi pigiami di seta stampati con fiori Jugendstil. Nelle note per la stampa si parla di donne forti e decise, che non rinunciano alla dolcezza, di «un accento sull’autorità innata che si ritrova in ciò che è intrinsecamente femminile».

Daniele Oberrauch

Eppure, la sensazione è quella di una compilation dei “pezzi forti” della stilista che più delle altre, fin dagli anni 90, ha rivoluzionato il senso del gusto, del concetto di “eleganza”, del sottile crinale tra kitsch e chic. E così, in questa sfilata, sembra quasi che il primo tributo Miuccia compia sia soprattutto verso Miuccia medesima, verso un cammino professionale che l’ha resa famosa nel mondo e ora non punta più a quel cambiamento che – volenti o nolenti – è insito nella moda, ma a un’operazione d’archivio probabilmente dedicata a chi, i capi delle sue sfilate di vent’anni fa, forse ancora non era nato. Un’operazione che sicuramente avrà i suoi perché e i suoi percome nel marketing e nella finanza aziendale, ma che si rivolge a persone – non donne, “persone” – che proprio lei aveva già da tempo liberato dai legacci degli schemi prefissati dal vestire secondo le regole.

Alberto Moncada

Però, dopo tre giorni di sfilate sparate a raffica e la presentazione della mostra Memos, al Museo Poldi Pezzoli, curata da Maria Luisa Frisa, una cosa ci sentiamo di dirla. Temevamo di fare i conti con il ritorno in grande spolvero di un abbigliamento conservatore, canonico, simbolico più della troppo decantata capacità artigianale e meno di quella ideativa. Non sembra (per ora) che sia così, anzi. Nella modernità liquida e impaurita una nuova forma di bellezza si presenta come l’ultimo rifugio, viene vissuta come un modo per fortuna poco tecnologico e molto ponderato per misurare il proprio rapporto con il mondo esterno e, insieme, di misurare sé stessi: non solo la propria interiorità e il proprio immaginario ma anche la propria fisicità ed esistenza. Tutto ciò si configura come una forma d’esperienza, un rapporto di carattere estetico con chi ci circonda, una procedura importante per produrre relazioni, una messa in atto di intenzionalità con il mondo. Anche senza mascherina antivirus.



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