«È tutto così metaforico!», ripete più volte il giovane Ki-woo nel corso di Parasite, il film più premiato dell’anno. Già, è tutto così metaforico. Già nella serata di venerdì, a Milano, tra i giornalisti di moda, inizia a serpeggiare un senso di cupa inquietudine parallelo al consueto, nuvoloso senso di colpa che si ha sempre, quando si deve parlare di vestiti, rispetto a notizie oggettivamente più rilevanti: di fronte a guerre, problemi politici ed economici, già ci sentiamo di solito inadeguati e frivoli, figuratevi quando si tratta di una pandemia. Metafora n° 1: se nel corso dei due giorni successivi la paura dilaga a raggiungere la psicosi – destinata a espandersi chissà per quanto - viene in mente, raschiando i ricordi degli studi liceali, il Dialogo tra la Moda e Morte di Giacomo Leopardi. Entrambe figlie della caducità, entrambe eterne, si definiscono «sorelle»: la morte perché, come la moda, è «nemica capitale della memoria», la moda perché impone determinati usi e costumi che causano dolori e torture tali da determinare un affascinantissimo finale. Metafora n°2: la moda è il coronavirus (troppo poco: diademavirus? Mitravirus?) del consumismo e dello sciupio vistoso e contagia chi la ama con il fascino fragrante della novità, del non visto, del non indossato. Il nuovo, si sa, non appartiene del Dna del made in Italy, mentre è connaturato a quello inglese: noi siamo maestri del saper fare bene un prodotto (sia scritto senza alcun intento polemico), ma prosegue per evoluzioni anziché rivoluzioni, tutte fatte benissimo, confezionate meravigliosamente, realizzate perfettamente. E segue le famigerate “tendenze”, l’incubo ossessivo di Giorgio Armani, che dopo la sfilata di Emporio – intitolata, ironia della sorte, Be a poem – ha fatto un liscio e busso ai quotidianisti, accusati di fomentare la cultura dei macrotemi lasciando quindi fuori chi, come lui, prosegue in un discorso coerente, individuale, esteticamente organico. E sono volate parole grosse: gli stilisti, e lui ci si mette coraggiosamente in mezzo, secondo il Maestro «stuprano» la psiche femminile, proponendo modi vestimentari uguali per tutte, con minime variazioni. Ha ragione, il signor Armani? Sì e no.

Perché no? Per due ragioni: la prima è che, per la prima volta dopo tanto tempo, anche le maison del lusso (costrette a giocare sullo scivoloso terreno del “moderno ma non troppo” per non affrontare eventuali cali di fatturato) si sono rimesse in gioco con idee che, una volta tanto, riflettevano lo spirito del marchio senza scopiazzare quel che sembra essere nell’aria. Esemplari tre sfilate, diversissime tra loro, ma uguale calamitanti per capacità di pensiero autonomo contro il logorio della instagrammabilità: Fendi, a un anno dalla morte del mai troppo compianto Karl Lagerfeld, con Silvia Venturini Fendi dimostra di aver raggiunto una maturità creativa da permettersi anche un elegantissimo sberleffo antiborghese. Seduti su divani rosa cipria da boudoir futurista, abbiamo visto abiti di eleganza venata di sottile sense of humour, dove il power dress (il tailleur da donna in carriera) viene decostruito e ricostruito assemblando elementi di tradizione a malizie da camere da letto, con giacche dal corsetto incorporato, accessori da dominatrice, tubini in cashmere come deliziosi gusci di fisicità davvero diverse, unite da questo gioco in cui è sempre lei a dominare, pur usando le solite armi di seduzione: inserti pizzo, colori pastello, lingerie in evidenza, contrapposti a capispalla dalle maniche rigonfie chiamate in inglese, non a caso, Juliet Sleeve. Un grande senso dell’eleganza assoluta rinvigorita da uno spirito malandrino perché «non mi interessa la politica ma il patriarcato ha fallito e ora è tempo di sostituire alla parola “femminismo” quella di “femminilità”», sostiene la direttrice creativa. È tutto così metaforico.

Andrea AdrianiImaxtree

Ha lavorato sugli archetipi femminili junghiani – la cacciatrice, la madre, la regina, la saggia, l’amante, la mistica, la fanciulla – Paul Andrew in una memorabile collezione per Salvatore Ferragamo: un’operazione più intellettuale che letterale, per fortuna, che riunisce un concetto di confortevolezza concepita per rivestire corpi diversi che vengono lusingati da catene, frange (tormentone stagionale, cappotti lineari e abiti da sera con applicazioni che formano lunghi festoni), dove ogni tipologia rimanda all’altra attraverso un sottile e sofisticatissimo gioco di rimandi culturali, prima che psicologici. Con un impegno preciso: utilizzare solo, per gli accessori in coccodrillo o in pitone, stock di materiali invenduti e ridurre per i capi al massimo l’impatto ambientale.

Armando GrilloImaxtree

Infine, Daniel Lee, direttivo creativo di Bottega Veneta, ristabilisce i codici del brand (l’intrecciato, la semplicità ricercata) con una collezione uomo e donna modernissima: proporzioni asciugate, anche qui frange come se non ci fosse un domani, unite a uno slancio di chic utile. Tutto è giocato sulle proporzioni, talvolta eccessive (borse enormi, girovita sottili, giacche cortissime maschili) e sulla sottrazione del colore: quasi tutto è nero, illuminato da flash di colori al neon nei colletti delle camicie, nel retro di un abito, nella dislocazione di materiali: il trench lungo da sera per lei, il bolero in pelliccia per lui. È tutto così metaforico.

Armando GrilloImaxtree

Se per Agnona, disegnata da un ormai sicurissimo Simon Holloway la novità è rappresentata da una collezione maschile che assume le forme di un vestire décontracté (ma i jeans sono in realtà di cashmere a multipli fili), per Dolce & Gabbana continua la tradizione del celebrare l’artigianalità italiana, finalmente priva di connotazioni sicilian-cartolinesche: autocitandosi, ritornano alle loro radici e ripropongono un loro stile degli anni Novanta che si esprime in bianco, nero, grigio e usa come materia prima la maglia, gettonatissima come non mai.

E una bellissima sorpresa è trovare Massimo Giorgetti da MSGM come cresciuto di dieci anni a tre mesi dalla collezione uomo: stessa ispirazione (i film di Dario Argento e la paura) ma reinterpretata con una classe e un savoir-faire che lo rendono desiderabile da un pubblico trasversale e raffinato. Lo stilista sostiene di non avere pensato a delle streghe (sarebbe stato troppo facile) ma a delle allieve e maestre di stregoneria, divise tra bambinitudine e adultità. È tutto così metaforico.

Isidore MontagImaxtree

Una menzione a parte merita il sempre più alchemico Francesco Risso per Marni, dove appare (se è lui) nel finale con in testa una gigantesca maschera di coniglio che arriva dritta dritta dai tormenti di Donnie Darko: l’abito da sciura è diviso a metà e rabberciato da cuciture volutamente malfatte, i cappotti («le nuove pellicce») sono in broccato stinto e dilavato, il vestito da ballo è fatto di patchwork di pelli diverse di misteriosa natura, un po’ come se Hannibal Lecter avesse deciso di darsi al taglio e cucito o una sarta pazza avesse messo insieme i puzzle del suo divano anni Settanta, mentre nell’aria c’è una voce femminile che sussurra solo e soltanto «Inside… Inside…». E sì, lo abbiamo capito che la nostra prima causa di terrore siamo noi. È tutto così metaforico.

Daniele OberrauchImaxtree

Ma tornando ai sì e ai no con cui poter dialogare con il signor Armani, in effetti, perché sì? Perché ha un po' ragione? Perché le tendenze persistono: il fascino indiscreto del vestire borghese che flirta talvolta davvero troppo con forme e stilemi a rischio sbadiglio e una certa infantilizzazione dell’abbigliamento, in certi casi davvero inquietante, proprio nel momento in cui il female empowerment sembra aver bisogno, se non di divise, di un’attitudine in sintonia con i tempi vorticosi e oscuri in cui ci dibattiamo. Certo, Quella di Armani è una collezione che accoglie e raccoglie forza e fragilità delle persone (ehi, abbiamo detto “persone”, non donne!) che al momento in cui scriviamo stanno svuotando supermercati di generi alimentari per barricarsi in casa, pronti per l’Apocalisse come nella serie tv Contagion. E forse, a salvarci dall’angoscia della morte imminente sarà propria la supposta fatuità della moda: perché comprare nuovi vestiti, se moriremo tutti? Per fare dei fantastici video party prima che arrivi il Triste Mietitore, ovviamente. Ché tanto, prima o poi, arriva per tutti comunque. E in ogni caso, ci troverà soli. Ma elegantissimi. È tutto così metaforico.