La storia dei corpetti liquidi, intuizione di Yves Saint Laurent, omaggio alla Grecia Antica, provocazione 2020?

Dalle armature della Grecia Antica a quelli immaginati negli Anni 60 da Yves Saint Laurent, passando per la versione di Mugler. Storia del "breastplate", il top liquido, che oggi si disegna su corpi "reali", come fa Sinéad O’Dwyer.

A model presents a moulded bustier by US designer
JEAN-PIERRE MULLERGetty Images

In origine fu Zendaya, anzi no. In realtà, per quanto la star di Euphoria lo abbia riportato alle cronache, e sui red carpet dei Critics' Choice Award, il corpetto liquido non è apparso per la prima volta indosso a lei (e neanche indosso a Gwyneth Paltrow, che invece indossava lo stesso pezzo di Tom Ford su una delle ultime copertine di Elle America, cinguettando felice che "finalmente ho qualcosa in comune con Zendaya!")

Il primo in realtà a immaginarsi il body-corpetto, in USA già ribattezzato "breastplate", come i pettorali in metallo della tradizione bellica che disegnavano muscoli, forse esistenti o forse no, di tutta una serie di eroi cinematografici localizzati nella Grecia Antica – dal Brad Pitt di Troy alla ben più pop Lucy Lawless, guerriera gender fluid dei nineties di Xena – è stato, in età moderna, Yves Saint Laurent, che più passa il tempo, più se ne realizza la genialità di immaginarsi usi e costumi di un futuro prossimo, da lui mai vissuto. Era il 1969, la guerra in Vietnam si trascinava già da diversi anni, gli studenti delle università parigine occupavano quelle aule, Woodstock incendiava gli animi dei giovani americani: forse per questa situazione geopolitica incline alla riottosità, forse perché, semplicemente, era un genio, Yves assoldò lo scultore Claude Lalanne affinché creasse un corpetto prendendo le misure sul torso di una delle sue muse modelle preferite, Veruschka. Il pezzo sarebbe stato poi rielaborato su due abiti nella collezione del 2002, quando Yves era ancora in vita, e forse ripercorreva già quella strada a ritroso con la nostalgia, reiterando senza banalità il suo personalissimo "best of".

Thierry OrbanGetty Images

Negli Anni 80 è toccato invece a Issey Miyake, che per l'autunno/inverno dell'anno domini 1980 ne immaginò uno molto simile a quello che poi Tom Ford ha modellato sul busto di Zendaya (e che ha un costo, in negozio, di 15 mila dollari, ben lontano dalla categoria ready-to-wear nella quale pure si inserisce). Quello di Miyake, in un blu elettrico, più "Robocop meets Studio 54" che Atena dea della guerra, fu indossato e modellato sul corpo metafisico e reale insieme di Grace Jones.

Poi è arrivato l'edonismo di Thierry Mugler, che ha spinto l'acceleratore sul sogno americano, immaginandone una versione tirata a lucido come un Harley Davidson fornita di manubrio del caso, poi ripensato per quest'inverno – nell'anno nel quale una mastodontica mostra legata al designer che ha portato il culto del corpo ad un altro livello faceva il giro delle principali capitali europee – e indossato da Irina Shayk. Sono seguite le versioni non meno seminali di Alexander McQueen e solo in tempi recenti quella di Tom Ford. Il fil rouge che unisce ognuna di queste creazioni, però, è l'idea di una donna pronta ad affrontare le sfide dei loro tempi – la rivoluzione giovanile degli Anni 70 per Saint Laurent, il capitalismo rampante e aggressivo degli Anni 80 secondo Miyake e Mugler – grazie al capo d'abbigliamento adatto, e, ovviamente a un corpo perfetto, compreso quello della giovanissima Zendaya che, va detto, non ha colpa alcuna se rientra, con la sua vita sottile e il fisico di una ventenne, in quel canone classico di bellezza che è stato la Bibbia di diverse decadi, nel sistema della moda. Visioni sconfessate da Sinéad O’Dwyer, designer irlandese che opera a Londra – e dove altro, se non nella patria del punk, poteva aver origine la rivoluzione dei canoni di bellezza prestabiliti? – che immagina corpetti scolpendoli addosso a corpi lontani dalla perfezione prescritta dalle passerelle, e però vicini alla sua intimità. Le sue modelle sono infatti amiche che conosce nel profondo dell'anima tanto quanto nell'esteriorità fisica, e sui quali corpi scolpisce stampi in vetroresina, poi trasformati in corpetti in silicone, perfetto per la sua apparenza "liquida".

E la sua sostanziale differenza con tutto quello che l'ha preceduta, è stata stabilita persino a livello didattico, da Francesca Granata, professore associato di fashion studies alla Parson, autrice del libro Experimental Fashion: Performance Art, Carnival and the Grotesque Body, che intervistata da I-D, ha spiegato che «nel caso del top di Tom Ford, il pezzo rafforza una tipologia idealizzata del corpo femminile, creandone una facciata di facile comprensione»

«Quelli di Sinéad O’Dwyer sono diversi sia nella costruzione che negli intenti » prosegue Granata. «Sono creati su corpi imperfetti secondo i canoni classici di bellezza, eppure sono reali. Spesso sono tra l'altro anche trasparenti, un dato che crea un gioco di rimandi interessante tra l'interno e l'esterno del corpo, portando a chiedersi dove i corpi finiscono e dove iniziano i vestiti». E forse, quale sia il legame tra gli abiti, e chi li sta indossando...

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