Indosseremo le mascherine anche quando l'emergenza Covid sarà passata?

Dalle donazioni per fronteggiare l'emergenza alle nuove routine: quando tutto questo sarà finito, la mascherina rimarrà un accessorio necessario per salute e ambiente?

Face mask production increase with the instruction National Defense Ministry
Anadolu AgencyGetty Images

Solo a gennaio, prima della deflagrazione della pandemia da Covid-19 nelle nostre vite, e il conseguente cambio di passo, Billie Eilish ai Grammy Award ne aveva indossata una di Gucci, ton sur ton con l'outfit. Prima del Covid la mascherina era un'abitudine sanitaria dei paesi orientali o un "vezzo" da popstar in cerca d'autore (e in effetti si erano viste anche ad altri eventi indosso ad altri volti dal rapper Future a Cardi B passando per la futuribile Grimes) . Il resto è storia odierna e nota: una semplice fascia da applicare sul volto è il limite che separa noi dal propagarsi di una malattia, il minimo comune denominatore tra desiderio di protezione personale e altruistico atto di difesa della comunità, che proteggiamo, appunto, anche da noi stessi. Vanessa Friedman ha raccontato la storia delle mascherine sul New York Times, ricordando che esistevano ben prima di oggi – che sono oggetto di un mercato parallelo a prezzi astronomici, come l'alcool ai tempi del Proibizionismo – segnando la loro nascita sul finire del 1800, quando i dottori le usavano per proteggersi da infezioni batteriche durante le operazioni. Un'invenzione sulla quale ora abbondano significati semantici e simbolici che vanno ben oltre la loro funzione: secondo l'antropologo dell'università scozzese di St.Andrews, Christos Lynteris, sono allegoria di "un qualcosa che si nasconde, ma che allo stesso tempo comunica: una dialettica interessante, e che ovviamente dipende dal contesto nel quale è utilizzata"

Billie Eilish agli scorsi Grammy Awards
Amy SussmanGetty Images

Se però il loro utilizzo oggi è caldamente consigliato, e in certe regioni come la Lombardia, obbligatorio, WWD si interroga sulla loro capacità di divenire un elemento fondante del nostro guardaroba, a prescindere dalla stagionalità e dalle nefaste emergenze sanitarie. In tempi di necessità come questi, in effetti, molti brand italiani, e poi anche statunitensi, hanno riconvertito la loro produzione per sopperire al bisogno di proteggere la prima linea – operatori sanitari, cassieri dei supermercati, driver – e tutto l'ecosistema di professioni considerate al momento essenziali: tra loro ci sono Herno (che ne ha prodotte 25.000 per ospedale di Verbania sul Lago Maggiore) e Lardini (che invece le destinerà al suo paese d'origine, Filottrano, così come a tutti i comuni delle Marche che ne sono carenti, distribuendole in maniera gratuita attraverso le farmacie). Tra le aziende di moda che si sono mobilitate anche Prada (che ne ha realizzate 110 mila nel suo unico stabilimento rimasto aperto, quello di Torgiano, in provincia di Perugia) e Kering (che ha annunciato che nelle aziende produttrici di borse e accessori di Balenciaga e Saint Laurent si realizzeranno mascherine da donare al sistema sanitario francese).

La Fall/winter 2020-2021 di Marine Serre
Victor VIRGILEGetty Images

Oggi, però, in molti si stanno muovendo in diverse direzioni, immaginando un futuro nel quale la mascherina sarà un accessorio che rimarrà anche quando tutto questo sarà finito, una sottocategoria che troverà spazio tra cappelli e scarpe, ma dalla comprovata utilità, adattandoci alle culture asiatiche, per le quali indossarle prima di uscire, è naturale tanto quanto ricordarsi di portarsi dietro il portafoglio con i documenti.
Se il luciferino Don Charvey, fondatore di American Apparel poi defenestrato dal board per diverse denunce di molestie – e di conseguenza fondatore di un altro marchio dal nome "lontanamente" simile, Apparel – ha già lanciato sul sito del brand le sue mascherine, in un pacco da 3 in diversi colori e stili, per il costo (opinabile) di 30 dollari, attori di maggiore spessore fanno riflessioni di altro tipo. Natasha Fishman, vice presidente del gruppo Authentic Brands Group – che ingloba al suo interno brand come Hickey Freeman e Hart Schaffner Marx, attualmente al lavoro per produrre mascherine PPE – ha raccontato al WWD che "prima di oggi questo prodotto ha sempre subito una forma di discriminazione, forse perché non ci si era mai trovati di fronte a un'emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo. Al momento, dato che alcuni stati americani le hanno imposte in maniera obbligatoria, le stiamo producendo e le distribuiremo gratis. In futuro però, è lecito fare una riflessione sulla probabilità che diventino parte integrante del nostro guardaroba".


Se in effetti sulle passerelle ci erano già arrivate – l'ultima in ordine di tempo era stata la sfilata per la Fall/winter 20-21 di Marine Serre – i motivi erano più legati ad un'emergenza climatica che non a una profetica capacità di prevedere il futuro. In effetti marchi come Vogmask, fondato nel 2011, si concentravano sulla produzione di mascherine con filtro, da destinarsi a persone con patologie respiratorie legate anche all'inquinamento: ovviamente in questo momento i loro prodotti hanno visto una crescita esponenziale nelle vendite, nonostante le difficoltà contemporanee di fornire il quantitativo di merce richiesta, e rispettare gli infiniti criteri e verifiche di qualità (una checklist che secondo l'azienda è lunga 14 pagine) ai quali si sono adeguati in maniera del tutto volontaria. Le mascherine Vogmask infatti, rispettano il vademecum del National Institute for Occupational Safety e Health e avevano già in passato collaborato con brand modaioli come Manish Arora tramite accordi di licenza.

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La co-fondatrice Wendower Brown spiega infatti che " fin quando non si è testato il corretto funzionamento del filtro, non si può mettere sul mercato un prodotto sulla cui efficacia non si è sicuri al 100%, e al momento abbiamo già grandi difficoltà nel reperire i materiali di base. Realizzare le mascherine a casa in maniera artigianale ti protegge dalle goccioline o dagli schizzi ma non dalle particelle microscopiche". E in effetti le Vogmask, realizzate a Seoul con 4 strati di micro-fibra e cotone organico, proteggono da polvere e allergeni, così come da muffe e spore. "Il problema è che gli infiniti controlli di qualità (sul materiale ricevuto, sui tagli tessili, sull'installazione della valvola, ndr) rendono il processo necessariamente lungo" – spiega Brown – "e visto che le fascette da appuntare sulle orecchie vengono inserite all'interno della mascherina in maniera manuale, si tratta di un lavoro impossibile da affidare all'automazione delle macchine." Per quanto riguarda l'Italia, la problematica ambientale è stata quella che ha spinto C.P. Company a reinserire nella propria collezione del prossimo inverno, la sua Metropolis Jacket, dotata di una mascherina N95 – come quella di Vogmask – incorporata. "Non avremmo mai potuto predire questa situazione quando abbiamo concepito la collezione" - ha spiegato Lorenzo Osti, figlio del fondatore Massimo, al WWD – ma siamo convinti che ora come ora, le mascherine diventeranno parte della nostra vita quotidiana, quindi stiamo pensando anche a dei modelli riutilizzabili, visto che in Cina, ad esempio, parlando di modelli monouso, se ne producono 110 milioni al giorno, e non è assolutamente sostenibile a livello ambientale". Riportando l'accento su un cambiamento, quello climatico, che ci imporrà tanti cambiamenti alla nostra quotidianità quanti quelli a cui ci obbligherà la gestione della vita dopo il Covid-19, e dai quali non abbiamo più tempo (o modo) per prescindere.

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