Digital Fashion Week: le sfilate di Parigi e Milano hanno funzionato o nasce il Netflix Style?

Molti rimpiangono quelle reali, ma queste potevano veicolare nuovi messaggi estetici. Forse è la nascita del Netflix Style.

martyne syms prada digital fashion spring summer 2021
Martyne Syms / Courtesy Prada

«Il medium è il messaggio. Se abbiamo ben capito, professore, è inutile aprire le lettere, è il postino che dobbiamo leggere», scriveva Ennio Flaiano in La solitudine del satiro. Lo scrittore e sceneggiatore si burlava del sociologo e filosofo Marshall McLuhan, secondo cui The medium is the message, ovvero il mezzo stesso di comunicazione è in sé la comunicazione. Dopo le videoabbuffate delle prime Fashion Digital Week della storia – prima l’alta moda francese, poi il menswear parigino e milanese, più alcune collezioni cruise che culmineranno il 22 con la già discussa sfilata di Dior a Lecce, preceduta il giorno prima da quella "fisica" di Valentino Couture negli studi di Cinecittà a Roma, anticipata da un trailer di Nick Knight – si possono fare alcune considerazioni. La prima: tranne poche e lodevoli eccezioni, le sfilate digitali sono state - spiace dirlo - percepite come un’occasione sprecata, un ripiego, una soluzione d'emergenza in attesa del ritorno allo status pre-pandemico. La sensazione è quella di un regalo destinato a una persona che non sa cosa farne, tipo donare una fornitura di chianina a un vegetariano o del prezioso tabacco a un non fumatore.

Il video di Nick Knight che anticipa la sfilata di Valentino Couture, ispirata alla ballerina Loïe Fuller.

Peccato davvero, perché detto papale papale, perché non è detto che a settembre-ottobre il coronavirus sarà sconfitto da paillettes, ricami e ambiti inviti cartacei. E poi perché tra il lockdown e la paura siamo cambiati prima di tutto noi. Non è un caso che a Milano, le uniche due sfilate “fisiche”, viste in streaming, sembravano terribilmente passé, così come vedersi recapitare nella posta le foto del “parterre vip” dava la stessa sensazione di imbattersi in un reperto archeologico di quando l’Influencer Economy incideva ancora sui fatturati delle maison e la Celebrity Culture non era ancora andata in rovina. La moda occidentale poteva approfittare dei nuovi media per costruire nuove narrazioni (se non trarre ispirazione proprio dall'angoscia del lockdown, come hanno fatto con cinico humour Viktor & Rolf e con immensa poesia Yuima Nakazato, nella fashion week parigina) e non dimostrarsi lontana da una realtà in cui un tempo era il fulgido esempio di “impresa guidata dalle idee”.

Vestaglie, camicie da notte e accappatoi. Tra paura e satira, un frame del video per la sfilata couture autunno-inverno 2020/21 di Viktor & Rolf, "raccontata" dalla voce di Mika che giocava con i toni sussiegosi delle annunciatrici di défilé anni 50.
Courtesy Viktor & Rolf

Proprio perché viviamo in una cultura caratterizzata dalla centralità dell’immagine, «la moda dovrebbe essere sempre più un vero e proprio medium di massa, capace di fare del “corpo rivestito”», come scrive la mai troppo lodata Patrizia Calefato, «il luogo in cui si manifestano lo scambio tra i linguaggi, la mescolanza dei codici, l’incrocio di messaggi diversi». Niente da fare. Non c’era molta differenza con i Fashion Film Festival presenti nel mondo. Così da “il medium è il messaggio” si è passati direttamente a “il medium è il massaggio”: dell’ego dei creatori, ovviamente, che però non hanno fatto il conto che: a) viviamo in un modo così veloce che guardare un mini-film di 11 minuti di vestiti supera l’umana sopportazione; b) se la domanda era: «Le sfilate digitali daranno la stessa emozione di quelle fisiche?», non bisognava proprio porsi quella domanda. Le emozioni viaggiano attraverso i più differenti canali, ma è il modo in cui le si mostra e le si veicola che si possono presentare rinnovate e non depotenziate. Se non si potranno fare più sfilate a causa di sciagure planetarie, non sono i défilé filmati a poter costituire una risposta. C’è bisogno di nuove idee di comunicazione.

Un frame del cortometraggio Le Mythe Dior, realizzato da Matteo Garrone per la collezione couture autunno-inverno 2020/21 di Dior, ispirato a Ninfe, fauni, statue e manti-alberi.
Courtesy Dior

Mettiamola così. I geniali John Galliano e JW Anderson hanno combattuto la dittatura dell’immateriale: il primo con un film su YouTube da cui emerge la genesi di un profondo processo creativo, l’altro attraverso una scatola che riporta alla luce il tatto come elementi fondante del desiderio estetico (però accompagnato da interventi di filosofi, intellettuali, artisti e pensatori sull’account Instagram di Loewe, di cui è direttore creativo). Ma quello che emerge dalle fashion week digitali è un nuovo stile, ribattezzabile Netflix Style.

Un outfit del défilé co-ed di Etro per la primavera-estate 2021, una dei due eventi fisici (l’altra è stata la collezione di Dolce & Gabbana nel campus dell’Humanitas).
Alberto Maddaloni

Non so se anche a voi le serie sulla piattaforma più famosa sembrano essere diverse e poi, alla fine, si somigliano un po’ tutte: o utopiche, distopiche, amorose (con sesso o senza), storiche. E giù di variazioni sul tema. Il paragone con Netflix è calzante, dopo aver visto la serie Homemade: 17 registi-star sono stati invitati, durante il lockdown a realizzare cortometraggi in casa, usando quello che avevano a disposizione. Risultato sconfortante, tranne che per Paolo Sorrentino, Pablo Larraìn, Lady Lj, Sebastian Lelio che hanno pensato alla pandemia come metafora di altre chiusure, altri confinamenti, anche interiori. Gli altri si sono limitati a girare i fatti loro, senza nessuno intenzioni di rendere il loro lavoro una forma di messaggio universale e trasversale.

È successa un po’ la stessa cosa qui, con modalità un po' diverse (ma non troppo). Denominatori comuni: un'ingenua connessione con la Natura (certo, non tutti posso permettersi un vero film con la regia di Matteo Garrone come ha fatto Dior per la sua couture, con la rivisitazione dei miti di ninfe e fauni, più una strizzata d’occhio al surrealismo magico di Jean Cocteau, di fattura raffinatissima come gli abiti, finalmente liberi da allusioni più o meno pretestuose al femminismo). A seguire: video di pura testimonianza della collezione (certo non tutti possono ingaggiare fotografi-artisti come Prada, che ha convocato alla sua Fondazione Willy Vanderperre, Juergen Teller, Martine Syms, Joanna Piotrowska e Terence Nance: cinque sguardi per una visione, quella di Miuccia, che appare alla fine del video in grembiule ad accogliere gli applausi di un pubblico immaginario, visto lo spiritoso titolo The Show That Never Happened).

L’ultima "uscita" nel minifilm corale The Show That Never Happened, dove cinque fotografi-artisti hanno interpretato la collezione co-ed primavera estate 2021 di Prada.
Courtesy Prada

Poi: quelli che ricreavano il legame tra territorio e prodotto come elementi necessari al miracolo del Made in Italy (certo, non tutti possiedono la meravigliosa struttura architettonica del Lanificio Zegna, dove Alessandro Sartori ha fatto sfilare la più bella collezione di questa stagione, con i modelli che si aggirano tra la folta vegetazione dell’Oasi, luogo di meraviglia preservata e incontaminata). Inoltre, c’erano quelli accessoriati di ospite famoso o rappresentativo (certo non tutti possono permettersi come Donatella Versace, di chiamare il rapper britannico AJ Tracey per una performance tutta per lei) o i più sventurati, con richiami troppo evidenti all’arte contemporanea (Marina Abramović, quanti delitti si commettono in tuo nome!) per far vedere che si è studiato, mica stiamo qui a pettinar bambole. Le collezioni sono tutte corrette, semplici ma non semplicistiche, in generale portatrici di un'estetica dove non c’è spazio per la stravaganza, per follia, per la rivoluzione.

Un abito di Zegna Couture, collezione per la primavera-estate 2021 disegnata da Alessandro Sartori, e documentata in un film girato nell’Oasi Zegna a Trivero, vicino Biella.
Courtesy Zegna
Il rapper britannico AJ Tracey ha interpretato con un suo brano la collezione co-ed primavera-esate 2021 disegnata da Donatella Versace per Versace.
Courtesy Versace

Per fortuna, ci sono stati inciampi creativi, sperimentazioni che hanno tenuto conto di come fosse importante leggere il messaggero anziché il messaggio. Penso alle presentazioni di Magliano, divertita e profonda, di M 1992, che “usa” le fobie come motore di ricerca del nuovo, di Simone Rizzo e Loris Messina, fondatori di Sunnei, che giocano con gli avatar per la nuova linea, Canvas, personalizzabile in alcuni store selezionati.

Un outfit di Magliano, che ha presentato un video per la collezione primavera-estate 2021 sulle poesie recitate da Isabella Santacroce. La location è una casa disegnata da Nanda Vigo in una località turistica italiana.
Courtesy of Press Office
Le immagini-avatar del video della collezione co-ed primavera-estate 2021 per la linea Canvas disegnata da Simone Rizzo e Loris Messina per Sunnei.
Courtesy Sunnei

Alessandro Michele per Gucci, seguendo le orme di Andy Warhol che filmava un grattacielo per 24 ore o un dormiente per 8, ha lanciato una diretta di 12 ore sul sito della griffe, su quello della Camera della Moda, su varie piattaforme mondiali, su Instagram e YouTube, dalle otto di mattina alle 20, di cui l’elemento centrale è stata la presentazione di Epilogo – questo il nome dato alla collezione, indossata dagli assistenti dell’ufficio stile, «i miei compagni di viaggio: quell’intelligenza collettiva, ispirata e sensibile, che rende possibile l’incanto della bellezza». Erano riuniti nei giardini di Palazzo Sacchetti a Roma, mentre il fotografo Alec Soth scattava le immagini della campagna e i gemelli D’Innocenzo – reduci dal successo di La terra dell’abbastanza e il più recente, fantastico Favolaccene giravano il video.

Geraldo Da Conceiçao, uno degli assistenti di Alessandro Michele nell’ufficio stile di Gucci, mentre indossa un outfit che è stato concepito dal team lavoro del designer per la collezione co-ed primavera-estate 2021.
Courtesy Gucci

«Abbiamo rovesciato il budello. Ho tirato fuori le interiora della moda. Non so cosa succederà. Si tratta di un’operazione, in cui i ruoli, ancora una volta, si ribaltano. Le distanze si accorciano. L’atto creativo diventa prassi espositiva» Al netto dell’enfasi delle dichiarazioni di Michele, è stato un tentativo di stabilire nuovi ponti tra creatore e consumatore, che oggi si sta chiedendo - a prescindere dal suo status - a cosa serva la moda in assenza di pubblico, quale ne sia il vantaggio emotivo, in che maniera possiamo ancora farcene sedurre. Solo chi capirà che il sentimento con cui ci interroghiamo sul senso-per-noi di ciò che chiamiamo apparenza, potrà evitare quella sfumatura depressiva indotta da un consumismo che ha utilizzato una mentalità antica per degli abiti nuovi. Abiti di cui, scusate, non abbiamo parlato abbastanza. Ci sarà pure un perché.

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