L'apparenza di un uomo placido, e l'immaginazione visionaria di un creativo che riveste le donne di broccati e jacquard, cappotti rosso carminio e stivali pitonati viola, riuscendo nella miracolosa opera di far sembrare tutto mai meno che supremamente sofisticato. Dries Van Noten è un ossimoro, un rompicapo che avrebbe mandato in crisi Lombroso e le sue teorie di fisiognomica, Dries Van Noten è l'eccezione, la nota solo apparentemente stonata e persistente che in realtà costruisce il corpo di una melodia, che altro non è che una struggente dichiarazione d'amore ad una femminilità complessa, strutturata, risoluta. Nato nel 1958 in quell'Anversa che ha portato al centro degli interessi della moda insieme ad altri cinque amici di università – una sorta di confraternita fiamminga che praticava il talento e la creatività, poi passata alla storia con un titolo, "i sei di Antwerp", che pare uscito da un'idea di Quentin Tarantino copiata a uno spaghetti western di Sergio Leone – viene educato sin da piccolo a stoffe e stampe, complice un nonno già rinomato sarto, che durante la seconda guerra mondiale, in tempi di razionamento scorte e difficoltà a reperire materiali, aveva avuto l'idea di dar nuova vita agli abiti usati, rigirandoli di verso, e indossandoli al contrario. Una praticità svelta, che poi prenderà a modello per tutta la sua carriera, applicandola alla couture, o alla sua totale assenza ( "Mi sono sempre rifiutato di immaginare delle collezioni haute couture, sarò un po' ingenuo ma non vedo l'utilità di produrre degli abiti che poi non arriveranno mai nei negozi", ha sempre affermato), così come mancano tutta quella pletora di pre-collezioni, pre-fall e cruise che fino a ieri sembravano imprescindibili, e su cui invece Giorgio Armani ha avuto da ridire (molto) a inizio pandemia, chiamandoli "show grandiosi per mostrare idee deboli". Una cosa che, forse, Dries ha sempre saputo, e che ha ribadito anche quando, nel 2014, intervistato da Vanessa Friedman per il Financial Times sosteneva che "non mi piace prendere un'idea, e replicarla 30 volte. Preferisco rifare, ripensare, cambiare". Imparata l'arte, l'ha giustamente messa da parte, come da vecchio adagio, per comprendere anche i rudimenti del settore commerciale – che oggi, a molti suoi colleghi artisti tout court, poco avvezzi a confrontarsi con il polso dei mercati, risultano ostici – grazie al papà, che invece possiede un grande negozio di abbigliamento appena fuori dal centro di Anversa. Tra gli abiti di Ermenegildo Zegna, Salvatore Ferragamo e Ungaro, tra i marchi presenti nello store, cresce, per poi imparare a selezionare tra le collezioni in mostra alle sfilate di Milano, Parigi, e Düsseldorf, dove accompagna il genitore. Sua madre colleziona pizzi e lini antichi, retaggi forse del passato colonialista del paese, e per non farsi mancare niente, diventa esperto anche di quello. L'attitudine pratica è rinforzata dalla scuola gesuita che frequenta da bambino, per poi concludere che forse, in una maniera per nulla sottile, le stelle gli stavano indicando un futuro come stilista, e quindi iscriversi alla Royal Academy di Anversa, lavorando nel frattempo per diversi marchi e facendo la necessaria gavetta. Nel 1976 incontra l'amica di una vita, Christine Mathys, che lo aiuterà a fondare poi il suo brand e gli rimarrà accanto, fedele, fino alla sua morte nel 1999.

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Il talento di Dries è lapalissiano sin dagli anni dell'Università, e splende insieme a quello dei suoi amici e colleghi di corso, poi autori di un minimalismo rigoroso (Ann Demeulemeester) o di un massimalismo esercitato con il gusto dell'ironia (Walter Van Beirendonck), che poi però, si può dire ora con una certa serenità, risultavano affascinanti ma di una comprensione meno immediata. Certo, non che i look di Dries Van Noten a oggi – gonne cariche di glitter e maglie che paiono una seconda pelle tatuata da indossare sotto i maglioni in cachemire melanzana – siano adatti a dei neofiti della vestizione, ma è insindacabile che, sovrapporre cromie e stampe e texture con la sua stessa prolificità, e farlo scongiurando l'effetto "Moira Orfei in tour con il Circo Barnum", richiede un equilibrismo fuori dal comune. Dei sei di Antwerp, fanno parte anche Dirk Bikkembergs, Marina Yee e Dirk Van Saene: alla sfilata per la celebrazione della laurea, i talent scout di Barney's vedono le potenzialità di quella prima linea di pantaloni, giacche e t-shirt.

Dries Van Noten FW 2020-21
Armando GrilloImaxtree

Da allora i grandi magazzini americani, al momento fatidico degli ordini in showroom, non salteranno mai una collezione di Dries Van Noten, che sarà fondato formalmente nel 1985. A credere in lui da subito sono anche negozi come il Pauw di Amsterdam e Whistles di Londra. E proprio a Londra comincia a sfilare nel 1986 con una linea uomo e donna, che, nelle sue parole "rifletteva quello che stava accadendo negli Anni 80, trovando in Thierry Mugler e Gianni Versace delle ispirazioni. Alcune cose sono invecchiate bene, altre meno". Eppure, con gli anni, Dries rielabora gli assiomi di quegli artisti per nulla timidi, portando la sua donna a situarsi su registri e spartiti diversi, più alti, senza per questo apparire mai solo vagamente compiaciuto. Nel 1989 apre il suo primo vero negozio importante ad Anversa, mai solo un negozio, più un cabinet de curiosité arredato da memorabilia dei suoi viaggi e pezzi di antiquariato scovati nei mercatini: il caso vuole che quel negozio, in un palazzo storico, anni prima ci fosse stata l'insegna del maggiore concorrente del nonno sarto, ma Dries, come lo definirà il New York Times, è un uomo "dall'ego piccolo e dalle idee grandi" che non vede segni del destino in quella casualità della toponomastica, lasciando al negozio il nome che aveva sempre avuto, Het Modelpaleis.

Dries Van Noten SS 2020
Armando GrilloImaxtree

Lontano dal clamore del marketing, dai vestiti offerti in regalo o in prestito a questa o quella celebrity, dalle campagne pubblicitarie che non produrrà mai – almeno fino al 2018, anno nel quale venderà alla compagnia spagnola Puig, rimanendo con serenità il direttore creativo e investitore di minoranza – prende casa con il compagno di sempre Patrick Vangelhuwe lontano dai rumori della città, a qualche km da Anversa: nella magione estiva del 1840, dove nessuno abitava da più di 30 anni, rivive quell'universo parallelo che esiste solo nelle sue passerelle e in nessun altro luogo nello spazio e nel tempo. Un'intimità familiare ripresa e raccontata dal documentario Dries del 2017, girato da Reiner Holzemer, che immortala il proprietario di casa mentre taglia le peonie nel suo giardino, sistema fiori nei cesti in vimini intrecciati, ascolta musica classica, prepara le zucchine raccolte nel suo orto "credo ormai di conoscere più di 50 modi per cucinarle" o si dedica alla conserva e alle marmellate, "mi rilassa portare qualcosa a compimento nel tempo di 2-3 ore, i tempi della moda sono biblici, e da quando pensi una collezione a quando la vedi realizzata sono passati mesi". Nel 1991 si sposta a Parigi con le collezioni uomo, così come faranno i suoi ex colleghi di Università, anche loro apprezzati della capitale indiscussa della moda mondiale: a Parigi, per partecipare alla loro prima fashion week, ci arrivano tutti insieme con un van scalcagnato, carico di abiti e di entusiasmi giovanili. Inizia così un percorso coerente, mai scontato – lo si vede spesso nel documentario, durante fitting e prove con tessuti e stampe, selezionate tra mercatini del vintage e scoperte in antiche botteghe prossime alla chiusura, rifiutare la banalità, derubricando certi abbinamenti come "troppo facili" o anche "troppo moderni, sembra che ci stiamo sforzando per stupire il pubblico". Uno dei pochi, Van Noten a meritare una mostra già nel 2014, organizzata dal braccio "armato" della moda del Louvre, il Musée des Arts Décoratifs di Parigi: nelle stanze troneggiano 180 sue creazioni abbinate ad altri abiti di altri couturier, e quadri che gli hanno fatto da ispirazione (un dipinto del periodo blu di Yves Klein insieme a una foto della grotta azzurra di Capri). Il percorso espositivo racconta, senza prendere in giro il pubblico sulla sua complessità, il perimetro entro il quale si muove un designer, ogni sei mesi, alle prese con un nuovo progetto da strutturare.

Dries Van Noten SS 2021
Armando GrilloImaxtree

Una mostra che, come molte altre sue sfilate, faceva sentire Dries "molto stressato", anche se pronuncia quelle parole con la stessa aria compassata fiamminga e il sorriso educato di chi sta ordinando un piatto di pasta. "Forse è troppo, non credo di meritarmelo" raccontava ai collaboratori. Nel 2018, ancora fieramente indipendente, si decide a cedere il business a Puig, rimanendo appunto direttore creativo: sarà forse stato il desiderio di un maggiore spazio per la vita privata, o forse perché, da persona pratica qual è sempre stata, a preoccuparlo fino a farlo decidere che doveva preoccuparsene anche qualcun altro, era tutto il suo entourage, e la loro sicurezza economica. "Non faccio arte, io faccio vestiti che la gente possa indossare, anche perché ho una responsabilità verso le persone che lavorano per me". Una concretezza la sua, che riesce inspiegabilmente a farsi poesia sui jacquard e sulle stampe floreali, e che si mostra radicalmente reazionaria solo di fronte alle tendenze: sulle sue passerelle, ad oggi, tute non se ne sono mai viste. "Mi hanno affibbiato questo stereotipo, secondo il quale sarei una persona nostalgica, e non credo sia vero: rispetto il valore della tradizione, quello del passato. Semplicemente non credo ci sia bisogno di inserire un po' dappertutto il nylon stretch. A meno che poi non ce ne sia davvero una ragione". Sconfessatelo, se ci riuscite.

Dries Van Noten
Salvatore DragoneImaxtree