Pierre Cardin, quando la modernità era di moda

«Ho sempre messo la mia testa nel futuro. Ho sempre creato per i giovani».

pierre cardin
Courtesy / House of Cardin

Lunga la vita felice di Pietro Costante Cardini, in arte Pierre Cardin, nato il 2 luglio 1922 a Sant'Andrea di Barbarana, in Veneto, da genitori contadini. Lunga, felice e soprattutto allegorica di un Novecento che credeva nelle magnifiche sorti e progressive, viveva nella testarda sicurezza che il meglio deve sempre ancora arrivare e sarà sempre più bello e sorprendente del passato. Di lui ho un ricordo di un uomo astuto e preveggente, dall’enorme autostima. «Ho inventato tutto». «Io stesso sono il mio più grande successo». «Ero un bambino di periferia che è diventato Pierre Cardin». Queste erano le frasi che amava ripetere ai giornalisti, e aveva ragione. Molto prima di Gucci, Calvin Klein o Dior, è stato il primo a fare della moda un’arte di vivere, a utilizzare il suo marchio su una pletora di prodotti. Negli anni 70, colui che ha acquistato il Théâtre des Ambassadeurs (che aveva ribattezzato Espace Pierre Cardin e la cui concessione era terminata nel 2016, con suo rammarico), poi Maxim's e il castello del marchese de Sade, a Lacoste, nel Lubéron, è il più grande licenziatario del mondo. Gli avrebbero portato circa 35 milioni di euro di royalties all'anno. E la sua residenza estiva, quella futuribile Maison Bulle situato nel cuore della Costa Azzurra, precisamente nel piccolo paese di Théoule-sur-Mer, sulla baia di Cannes, oggi è un monumento nazionale, dove passa le sue vacanze perfino il nome più fragrante dei giovani designer francesi, Jacquemus, che in qualche modo deve molto all’estetica di Monsieur Pierre. Anticipando perfino i suoi colleghi Paco Rabanne e André Courrèges che come lui inventarono una moda futuristica in cui vinile e metallo si sostituivano alle mussole, i rasi, i crêpe, le organze dell’alta moda, che vedevano come sterile esercizio di stile zero innovativo, ha sperimentato con i materiali, ha voluto lavorare su forme semplici e geometriche, ma soprattutto ha democratizzato davvero la moda, perché la sua massima aspirazione era creare

«abiti per la Duchessa di Windsor come per i suoi custodi».

L’ho incontrato negli anni Ottanta, quando la sua fama era già un po’ appannata, ma aveva 850 licenze in tutto il mondo, dagli accendini alle lenzuola, dai vestiti all’acqua minerale («mi manca solo la carta igienica, da firmare!», mi disse scherzando ma non troppo, a una cena di gala a Parigi nel prestigioso Chez Maxim’s, di sua proprietà, una delle propaggini dell’immenso patrimonio immobiliare «dove mi sono espanso come un polpo») e 500 fabbriche più 200mila persone che lavoravano nel mondo direttamente o indirettamente per lui. Giustamente, non evitava il piacere di evocare i propri successi, acceso com’era da quella inestinguibile vendetta che lo aveva acceso da quando gli italiani migranti erano chiamati con sufficienza «maccheroni sporchi, sale macaroni» (ci ricorda qualcosa, a proposito dei nostri giudizi italioti su chi arriva in Italia a cercare lavoro?). Gli ricordai un leggendario film del 1966 di William Klein, Qui êtes-vous, Polly Maggoo?, una satira crudele sul mondo della moda spaziale, la cui scena iniziale è un défilé in cui le modelle sono vestite con creazioni ispirate a lui, in abiti scolpiti in lamiera per un défilé ambientato in una sala che sembra un disegno di Escher: il pubblico è composto da direttrici stronze di riviste di moda che non sollevano un sopracciglio neanche quando un’indossatrice si ferisce con una manica d’acciaio e dà un nuovo significato all’espressione “osservazione tagliente”.

This content is imported from YouTube. You may be able to find the same content in another format, or you may be able to find more information, at their web site.

E lui, di osservazioni taglienti, non era avaro. «Il metallo lo uso per la couture, i tessuti per la gente normale», aveva risposto. E infatti. La geniale intuizione che nel 1959 cambiò il corso della storia (e della storia della moda) fu quella di fare sfilare nei grandi magazzini parigini Printemps abiti di ottimo gusto e ottimo prezzo, ma era nata anche quella dal bisogno di far lavorare i suoi dipendenti. «Ho creduto molto nella circolazione di massa», ha spiegato. «È grazie al prêt-à-porter che ho potuto andare avanti.

Non è una vergogna lasciare i salotti d'oro per andare in piazza.

La creatività deve tener conto della manualità, dell’industria e dell’aspetto sociale». Gli anni Sessanta lo vedono dedicarsi al design di mobili – considerati “sculture da utilizzare” - e di piccoli oggetti quali orologi, sveglie e altri legati alla quotidianità. Al momento, fu molto criticato dalla Chambre Syndicale de la Couture, e costretto a dimettersi. Tre anni dopo, ne divenne il Presidente. C’era in lui la volontà di proiettarsi in un avvenire che, molto prima del fast fashion, prevedeva un guardaroba bello e ben fatto per tutte e per tutti, visto che aveva aperto sempre nello stesso spazio un corner di abiti da uomo. Un suo altro grande successo, l'aver capito che nel dopoguerra anche i maschi volevano cambiare e cambiarsi: disegna le giacche nere con il collo alla coreana per i Beatles, studia l’immagine dei primi Rolling Stones, perché «ho sempre messo la mia testa nel futuro. Ho sempre creato per i giovani». Giovane, in qualche modo, lo era sempre rimasto anche quando era finito il suo tempo «perché io ho sempre avuto uno stile riconoscibile, e questo non lo si può dire di altri». Nel 1974, Cardin ha 50 anni e conosce la consacrazione: posa a torso nudo in copertina della rivista Time. Ma l'uomo sorprende ancora di più con il suo lato avventuroso e iconoclasta.

Nel 1960 è il primo stilista a lanciare una vera collezione completa di abbigliamento maschile presentata in una grande anteprima da 250 studenti reclutati alle università parigine. Parallelamente lancia sulle passerelle della moda femminile la prima giapponese mai vista a Parigi: Hiroko. Gay dichiarato (anche qui, un altro primato), aveva avuto una relazione non sappiamo quanto platonica con Jeanne Moreau, perché sognava un mondo genderless e fluido. E questo dovrebbe risuonare in testa a molti, oggi. Come anche la sua passione per le linee svelte, fluide, poco decorate, visti adesso si rivelano di una modernità assoluta: Gabriele Binder, la costumista de La regina degli scacchi, ha rivelato di aver vestito la protagonista Elizabeth Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, con alcuni capi autentici di Cardin e Courrèges, insieme ad altri disegnati da lei. E non conosco nessuna ragazza che non invidi oggi quelle gonne a vita alta, gli abitini a trapezio, le bluse a motivi geometrici. Non è solo una questione di passione per il vintage, ma quella nostalgia di futuro di cui, in questi tempi, siamo tutti desiderosi.

ChesnotGetty Images

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Fashion News