Qual è l’ultima volta che avete trovato nelle tasche della giacca qualcosa che non ricordavate di avere? La sorpresa per un oggetto minuscolo che solo per voi ha valore, e per questo, è impagabile? Tra cartigli e fili dorati troviamo i pezzetti di memoria che la costumista e scenografa Giuseppina Maurizi crea con l’arte del ricamo e del cucito. Cuce su carta, stoffa, pellicole fotografiche, lascia in tasche di apparenti tute da lavoro piccole chiavi di volta per ricordare. Il suo è un “esercizio della delicatezza”, un percorso che dai teatri più prestigiosi l’ha portata, dal 2018 ben prima dell’era dei lockdown, a rallentare, creare il bello per una necessità personale e non stagionale, commerciale. Il percorso è arduo, la sfida invitante: il progetto NONOME è una galleria di opere d'arte di quello che già siamo, tra foto del padre da giovane su cui ricamare a laboratori come TRA/AMARE nato per prendere la tradizione del saper fare italiano e mischiarla a ciò che troveremmo in un museo (emotivo). Segno del suo lavoro più intimo sono gli Amuleti e talismani nascosti, tessuti recuperati su qui Giuseppina Maurizi ricama racconti in immagini e parole da perdere nelle tasche, l’opera che riassume meglio anche gli ultimi mesi? TUTAATUTTI, divisa da lavoro impreziosita da pensieri in punta di ago.

Quanto è rischioso rallentare, coltivare la bellezza?
Penso che sia naturale rallentare, fa parte delle leggi della natura. Ogni evento, progetto, qualsiasi cosa noi facciamo ha in sé due forze, una attiva e una passiva, è dal rispetto di questa legge che si trova un equilibrio. Ovviamente è molto faticoso in questa epoca, dominata da un'unica spinta dove tutto deve essere sempre in crescita costante e dove si è confuso il significato di energia, che in genere è una forza calma, con quello di frenesia. Si percepisce il rallentare come rischioso, è un condizionamento sociale, affrontarlo implica un atto di coraggio. Coraggio: l’etimologia di questa parola riconduce alla parola cuore, significa fare un azione ascoltando il cuore. La vera bellezza la riconosci da quello spazio che fai dentro di te dopo esserti ascoltato e per ascoltarti devi rallentare, fare silenzio e sentire quella voce che sussurra mentre la mente urla.

Tutaatutti, progetto in collaborazione con Laura Campomizzi
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Quando hai capito che avevi bisogno di una ripartenza personale?

Non credo che alcuni percorsi intrapresi in un determinato momento debbano necessariamente rimanere costanti per tutta la vita. Mai come in questo periodo storico il tempo è andato così veloce, per cui situazioni e modalità si modificano molto rapidamente, e non è detto che alcune scelte ci corrispondano ancora. È naturale cercare un senso di sicurezza, ma credo che l’unica realtà sia l’impermanenza, spesso si avverte un disagio e non si riesce a capire bene cos’è: forse è un “demone” che si fa sentire, è quel daimon che abbiamo dentro e che probabilmente ci vuole portare da qualche altra parte. Le mie prime passioni fin da piccola sono state il disegno e la pittura, fondamentali per la mia professione di costumista e scenografa. Dal 2018 ho iniziato un nuovo percorso di ricerca dove sperimento principalmente il cucito e ricamo a mano attraverso un approccio intuitivo e prediligendo la carta e supporti fragili, così ho riscoperto una dimensione meditativa che riporta alla cura e alla contemplazione, tornando a quel luogo interiore che è forza vera ed è stato preziosissimo per affrontare questo periodo di pandemia così faticoso. Attraverso questa nuova ricerca artistica e artigianale, posso condividere una visione, in forma di suggestione tangibile che condensi e sia da stimolo nel ricordare alcuni “saperi” che forse abbiamo dimenticato, frutto anche della mia curiosità per la psicologia, la fisica e l’esoterismo. Direi che ho seguito il mio daimon!

Daimon, serie limitata di 7 amuleti nascosti, ricamo a mano su tela di cotone
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Cosa rende un capo il nostro costume da super eroi (in un film scritto da noi)?

Gli abiti dei popoli di un lontano passato e di alcune etnie che hanno mantenuto nel tempo una sorta di autonomia, erano caratterizzati da un intimo legame con il magico. La forma dell’abito, i colori, come e quando indossarlo e quali accessori associare, avevano un preciso significato e l’indumento acquisiva forza in relazione a queste “regole” condivise. Come l’HAKAMA, indumento tradizionale giapponese arricchito da cinque pieghe frontali che rappresentano la via dei cinque principi: lealtà, pietà filiale, armonia, affetto e fiducia. Oppure lo SHUKA dei Masai, un drappo di colori sgargianti tra cui domina il rosso, dove ai svariati significati si unisce la contaminazione con altri popoli; si pensa che le tramature a quadri e righe derivino dai tessuti delle coperte dei soldati inglesi e scozzesi che i Masai iniziarono a comprare e usare. Sono le storie che incarnano a suscitare in noi fascino. Oggi un abito acquista forza quando diventa simbolo per chi lo indossa, non significati e valori dettati dall’esterno, ma quando ha un valore e una storia individuali, quando evoca sensazione, ricordi e gesti e si instaura un dialogo intimo; come ti abbracci in uno scialle, l’annodare di un nastro o cintura fatto in un modo che sai solo tu, il bottone chiuso in un punto preciso, minuzie che fanno di un abito qualcosa di vivo legato a dei rituali privati. Questo tipo di attenzione implica una cura anche nella scelta dell’abito che è l’effetto di un sentire il tessuto, il colore, i dettagli, è l’intuizione che ha già una sua storia, e che con te può proseguire.

Qual è il dettaglio/firma che lasci in ogni tua opera?

Ho chiamato il contenitore delle opere di quest’ultimo periodo NONOME, è un omaggio all’astuzia di Ulisse, che di fronte alla richiesta del suo nome da parte di Polifemo rispose “Nessuno”, riuscendo a salvarsi per la sottigliezza dell’inganno. Mi piace pensare che divenire senza nome corrisponde a uno svuotamento, a un farsi “nulla” che diviene pienezza. Quasi un non voler essere identificata in qualcosa di specifico, una sorta di vacuità che porta a una scoperta continua e mi permette di spaziare tra materiali e tecniche diverse, ma che hanno sempre lo stesso fine, esercitare una passività attiva. La mia firma direi che è la disposizione con cui le realizzo, è un grazie che mi piacerebbe fosse percepito come un’apertura, un respiro. Può essere riassunto in questa frase: “… non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene.” di Rainer Maria Rilke da Lettere a un giovane poeta.

L’artista Giuseppina Maurizi
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