Dalle sfilate di Londra Autunno Inverno 21/22 la domanda: questo british style è lo specchio dei tempi?

Pandemia, Brexit: la malinconia contagia le sfilate britanniche. Il mitico, coraggioso sense of humour forse ancora è in lockdown. Belle, malinconiche (e un po’ ripetitive).

Esiste ancora un concetto di britishness? E, se sì, chi la racconta meglio: la serie americana Bridgerton o quella inglese Downtown Abbey? Charles Dickens o Martin Amis? James Bond o Bridget Jones? Keira Knightley (non perdete, se non l’avete già visto, il suo ultimo suo film, Il concorso, sulle pioniere della diversity) o Phoebe Mary Waller-Bridge, indiscussa eroina di Fleabag? Kate o Meghan? E, nella moda: Vivienne Westwood o JW Anderson? Topshop o Asos?

Mettiamola così: qual è il punto preciso dove la “varietà” slitta nella metamorfosi in “frammentazione”? Le sfilate londinesi, post Brexit e durante i lockdown, solitamente snobbate dai colleghi più blasonati che le ritengono troppo ruspanti, ma in realtà gustose proprio perché ruspanti e ricchissime di idee ma non di soldi (tant’è vero che molti designer locali sono stati espiantati dalla loro patria per dare linfa e immaginazione a maison impolverate e prima di loro poco redditizie: i nomi che vengono in mente sono John Galliano e Alexander McQueen, Phoebe Philo, Stella McCartney, ma anche Antonio Berardi, Simon Holloway, John Richmond e molti altri). Erano show tutti differenti, riuniti sotto il segno di una stravaganza stropicciata e accogliente, in grado di ospitare nomi di sartoria da Royal Family con stilisti super-underground. Perché Londra era fatta così: «Comunque la si guardi, una cosa è certa: non è una città, è un animale in costante mutazione», scrive Peter Ackroyd nel bellissimo saggio Londra. Una biografia (Neri Pozza). Però la moda per il prossimo autunno-inverno, vista sugli schermi dei computer restituisce l’idea più di una disperata confusione che di una prospera abbondanza. Tutta genderless, questa tre giorni pomposamente chiamata week ha offerto momenti di sorpresa, ma anche una sensazione di dispersione del messaggio o, al contrario, una reiterazione di codici col rischio di cadere nello sbadiglio.

La collezione maschile di Burberry, secondo il direttore creativo Riccardo Tisci, avrebbe dovuto incarnare quella tensione verso il verde, gli spazi aperti e le vacanze fuori casa indotte dai confinamenti del Covid-19: ma allora perché inscatolarla nella mega-boutique di Regent Street, tra spartane tende beige? E, a parte la confezione filmica, il designer parla di allegria, di amicizia maschile rappresentata davanti a scenari boschivi (l’invito era una vera sedia da campeggio) come quella che ci può essere tra i lupetti dei boy-scout o tra i soldati in trincea: e, nella purezza di linee e forme molto nette che gli è propria, ha messo a punto un’immagine dove appaiono (fantasmi dell’imperialismo perduto?), frange dorate sui giubbotti, allacciature da uniforme militare, giubbotti da cacciatore: un guardaroba da esterni, certo. Ma è un fuori che invita a ritornare dentro, tanto che perfino gli accenni umoristici come le orecchie da coniglio attaccate al cappuccio dell’eco-pelliccia rischiano di far somigliare chi le comprerà più come l’inquietante roditore gigante di Donnie Darko che non a Bugs Bunny.

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Anche Simone Rocha, autrice forse della più bella sfilata, evoca un Medioevo dei sensi e dei tempi, ricostruito con giubbotti da biker e gonfie maniche da ritratto nobiliare: I racconti di Canterbury meet Arancia Meccanica, insomma. Con risultati dall’estetica tempestosa, cupa eppure femminilmente luminosa.

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Del british humour ci sono modiche tracce, proprio da ricercare con attenzione: se Vivienne Westwood diventa ancora più green del solito e piazza sul cotone organico di Candiani (marchio italiano di tessile sostenibile), la stampa del quadro Dafne e Cloe del pittore rococò francese François Boucher, c’è una tensione a un mettere il naso fuori di casa rifugiandosi nel sogno utopico di un’Arcadia mai esistita. E Dame Vivienne, nel suo approccio punk, rischia di rimodulare formule già sperimentate, più che invitarci davvero a contestare un sistema della moda ai cui appuntamenti, tra l’altro, non manca mai.

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In questo senso, il commovente video di Roksanda (in apertura)- firma amatissima dalle signore Uk, più genere alta borghesia che aristocrazia da generazioni - è indicativo di un’inquietudine profonda: tre generazioni di Redgrave, la nonna Vanessa, sua figlia Joely Richardson e la nipote Daisy Bevan. Girato nella splendida casa di campagna di Richardson, come colonna sonora ha la voce della diva che recita uno dei sonetti più tristi di Shakespeare, il n°73: quello che termina con «Ciò vedi in me / e più forte diventa il tuo amore / ama ciò che dovrai presto lasciare». Per fortuna i colori vivacissimi, da cultura digitale, controbilanciano lo sconforto, perché questi abiti vivono in una zona intermedia tra la chiamata su Zoom del boss e il red carpet. Questo concetto di terra di mezzo, che è esattamente dove viviamo tutti noi, oggi, è forse l’elemento unificante di questi eventi, sicuramente più interessanti degli omologhi americani. Per il resto, c’è chi ha fatto un bellissimo “best of” del suo lavoro (Molly Goddard), chi ha lavorato su temi sociali o artistici come marchi più piccoli ma da tenere presente: Ahluwalia, Bianca Saunders, Bethany Williams e Saul Nash. Ognuno, come al solito, ha seguito la sua strada. Però stavolta a raccontare la britishness fratturata di oggi – un tempo concentrata in quella città che era la quarta al mondo per quantità di italiani, fiondati a Londra come camerieri, in attesa che si vedesse riconosciuto il loro genio - forse bisognerebbe richiamare in vita chi l’ha saputa visualizzare meglio: Stanley Kubrick. Che era statunitense, ma non vide l’ora di diventare un naturalizzato suddito di Sua Maestà.

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