Gucci, 100 anni da festeggiare in felicità, eleganza ed erotismo

Alessandro Michele firma con Aria una collezione che unisce desideri globali a messaggi filosofici e consegna la moda a un ottimismo festoso. Con l’aiuto di un amico.

«Se Guccio Gucci fosse qui oggi, per prima cosa inizierebbe a ballare con noi». Uno smagliante Alessandro Michele nella conferenza in remoto – saluta tutti i giornalisti per nome, ha capelli sciolti spostati da un lato, indossa un cardigan morbido oltre a decine dei suoi gioielli-amuleto - chiacchiera amabilmente con la stampa dopo aver presentato Aria, la prima collezione che apre le danze per le manifestazioni del 2021, anno del centenario dell’azienda. Mai così ottimista e concreto, ma anche mai così messianico, astrale, profetico: «Gucci santifica la moda. E io venero questo marchio come una divinità, perché a sua volta ha creato uno stile che si è evoluto, è cambiato, si è trasformato a prescindere da coloro che ne sono stati direttori creativi». E in effetti, nella sua inimitabile capacità alchemica di unire elementi di epoche diverse e addirittura di “mani” differenti, solo lui riesce a unire discorsi altissimi (questa volta, nella nota per la stampa, introdotta da una citazione della poetessa Emily Dickinson, “La Natura è una casa stregata, l’arte una casa che cerca di esserlo”, tocca al pensatore Walter Benjamin, alla filologa Monica Centanni, al filosofo Emanuele Coccia) alla realizzazione concreta di abiti e accessori ad altissimo tasso di desiderabilità. Prodotti culturali per il fatto di esser compiuti in un determinato periodo storico e per portare in sé la testimonianza delle predilezioni, dei sogni, del gusto di quel periodo. «E io volevo una collezione non celebrativa, ma popolare: perché Gucci è popolare e lo si sente anche nel soundtrack del film», con tre canzoni in cui è presente il nome del brand.

Gregoire Avenel

«La moda esiste, la moda è e continua a esserci», promana come un guru, però allegro, lieve, empatico. E dedica questa sfilata – perché di show filmato, più che di fashion movie si tratta, anche se la regia è sua con Floria Sigismondi, videomaker perturbante e gotica - «ai feticisti del vestire, a chi come me lo considera una forma estrema d’espressione che trova in una continua rinascita la sua ragione d’essere».

Stavolta la citazione ce la mettiamo noi: se Jean Cocteau sosteneva che la moda fosse da compiangere perché moriva giovane, vivendo solo soli sei mesi, invece per Alessandro Michele è nel suo ininterrotto riprodursi, quasi per autogemmazione o partenogenesi, che risiede il suo «mistero mariano» che a intervalli più o meno regolari la fa riapparire più nuova e sfolgorante (un po’ come la liquefazione del sangue di San Gennaro). L’esile trama è presto condensabile: un gruppo di ragazzi si trova all’ingresso dell’Hotel Savoy, luogo immaginifico nella storia del fondatore Guccio (pare vi abbia iniziato la carriera come cameriere), che dietro la porta si rivela essere un club: un lunghissimo corridoio, costellato di macchine fotografiche e con un drappello di fotografi in fondo, si rivela una passerella dove fare sfoggio di sé con abiti sartoriali, da gran sera, immersi nella “luccicanza” (un termine usato da Coccia, ma anche da Shining di Stanley Kubrick) di strass e paillettes giganti, piazzate ovunque, anche sui capi da giorno. Perfino i gesti sono adeguati al momento d’entrare in discoteca negli anni d’oro della disco music: c’è chi si pettina, chi si mette il profumo, chi si sistema la giacca prima di entrare in una stanza buia che potrebbe indulgere a peccaminosi pensieri di sesso anonimo. E invece a sua volta si dischiude su un giardino edenico e luminoso, perché «il massimo dell’erotismo è la Natura». Territori aperti, prati dove fare l’amore, abbracciarsi, toccare, ballare, correre, baciarsi: in poche parole, quello di cui adesso più soffriamo l’assenza. E in questo Michele conferma la sua capacità di decrittare i desideri più intimi e globali, quelli così puniti durante la pandemia.

KEVIN TACHMAN

Se la precedente collezione, concepita con Gus Van Sant come una serie tv, aveva come titolo Ouverture e sperimentava nuovi linguaggi di comunicazione, questa si chiama Aria, da intendersi nel doppio significato di elemento grazie al quale riusciamo respirare, e dunque a vivere, ma anche a momento più lieve dell’opera lirica, quello più melodico, destinato a rimanere nelle orecchie (e a essere un esercizio di virtuosismo). «"Volutamente forte ho voluto farla" come una sfilata classica, addirittura immaginavo dove vi sareste seduti», per sottolineare che anche a lui forse questa accanita virtualità inizia ad andare stretta. L’evento è accompagnato da uno spiritoso GucciQuiz!, spedito a casa, pubblicazione cartacea con cruciverba, rebus e rompicapi con il supporto della redazione di Domenica Quiz. Del resto: non è forse la moda il vero enigma per cui ognuno di noi crede di avere una soluzione?

Certo, c’è chi potrebbe superficialmente bollare questa collezione come “furba”, “smart”: e se anche fosse? Aria è una risposta edonistica ai tempi che stanno (speriamo!) per concludersi, in cui la pervasività dell’angoscia segue traiettorie destinate a uno scioglimento in un’atmosfera di pura libertà. Libertà che, trasferita nel metodo di lavoro di Michele, significa anche legittimare l’imitazione, se non addirittura la copia. Molti capi della collezione sono stati “rubati”, per così dire, alle silhouette sartoriali di Demna Gvasalia per Balenciaga («si è divertito molto, all’idea che mi divertissi con alcuni suoi elementi, lo stimo molto, mi sentivo un bambino in un negozio di giocattoli», sorride) e soprattutto al lessico sexy di Tom Ford, di cui Michele è stato assistente. Certo, Balenciaga e Gucci fanno entrambe parti della stessa multinazionale del lusso, il gruppo Kering, e quindi è più facile poter instaurare fecondi scambi. Ma in effetti «sarebbe stata un’iniziativa inimmaginabile fino a pochi anni fa», dichiara Michele, ed è verissimo – anche se c’è già qualcuno che ha coniato il termine Balengucci, giusto per aggiungere scherzo allo scherzo. Però questi “accadimenti” stilistici (Michele rifiuta l’espressione “ispirazioni”, perché in realtà sono vere e proprie repliche) sono ricondotti a una collezione di grandissima coerenza creativa e culturale: la rimessa in gioco dell’abito formale da uomo e da donna - «una mia ossessione» - e delle strutture nitide, perfette, scombussolate solo un po’ da elementi equestri (briglie, frustini, stivali da equitazione) usati «per spronare all’amplesso», in una strizzata d’occhio alla controcultura BDSM e all’ironia per «certi nostri cugini francesi che facevano le selle mentre invece Gucci no, non le ha mai fatte, ha iniziato con la valigeria».

Il buonumore che pervade l’intero défilé non smentisce però che l’innovazione, per essere tale, non deve corrispondere all’ubbidienza della tradizione, nella fedeltà a un regolamento fondativo, nella consegna di un patrimonio dato per immutabile: è invece traduzione, trasmissione, traslazione, trascrizione, travisamento. La sopravvivenza delle forme, dei testi, delle idee e dei miti antichi, è affidata al tenace desiderio di una misura “classica” e alla plasticità di codici culturali che si perpetuano tramite manipolazioni, riutilizzi che garantiscono la ri-circolazione delle idee. Tutte da respirare. Come aria pulita.

KEVIN TACHMAN

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