Le crinoline, le piume e gli abitini ton sur ton con il colore degli interni – epigoni di quel feuilleton che è Bridgerton – di Emma; i vestiti da flapper girl con linea a colonna e carichi di paillettes, pronti per essere agitati per bene nel sottoscala di un bar dell'Era del proibizionismo, di Mank e Ma Rainey's Black Bottom; i vestiti vaporosi, con le gonne ampi e i pizzi della Fata Turchina nel Pinocchio di Matteo Garrone; i kimono e le armature di Mulan. I candidati Oscar ai migliori costumi di quest'anno riflettono uno sguardo che è decisamente puntato al passato, seguendo una tendenza anticipato sul piccolo schermo proprio da Bridgerton, produzione Netflix divenuta ufficialmente la più vista di sempre del gigante americano – 82 milioni di telespettatori solo nei primi 28 giorni di programmazione. E in effetti Emma, trasposizione dell'omonimo romanzo di Jane Austen, con la regia di Autumn de Wilde, è ambientata nello stesso periodo storico – gli anni della Reggenza inglese – delle disavventure sentimentali alla ricerca del perfetto buon partito di Daphne in Bridgerton. La protagonista, interpretata dalla Regina di Scacchi e prossima regina di tutti i red carpet fisici, Anya Taylor-Joy, si ritrova qui nel ruolo di affascinante ventunenne dell'alta società inglese, che la stessa Jane Austen anticipa con un profetico "Sto per descrivere un'eroina che non potrà piacere a nessuno, fuorché a me stessa". E in effetti Emma è l'ape regina di salotti e sale da ballo, "bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere." Abituata e avvezza a tessere trame e combinare matrimoni, sempre in un ruolo di prim'ordine, quasi irritante nella sua perfezione e nel manifesto agio che prova per se stessa e per il mondo che la circonda, la situazione prenderà una piega inaspettata con l'arrivo sulla scena di una nuova amica Harriet (interpretata da Mia Goth) che Emma Woodhouse intende sistemare con un probabile ottimo partito, il Mr. Elton interpretato qui dal Carlo di The Crown, Josh O' Connor, causando le critiche del vicino e amico di sempre, Mr. Knightley, che aveva già pensato ad un altro tipo di soluzione sentimentale per Harriet. Una trama ben più complessa di Bridgerton e che però quel gusto estetico e storico riprende, coadiuvato dalla costumista Alexandra Byrne, veterana del genere (ha curato i costumi di Elizabeth - The golden age, Hamlet e Mary Queen of Scots). Studiando accuratamente dalle illustrazioni dell'epoca e ricreando abiti sulla base di tali reperti, Byrne non lesina su crinoline, colli importanti e cappellini a cuffia tipici dell'epoca. Un momento storico che segna un prima e un dopo, nel modo nel quale si vestono le donne, anche perché vede l'esordio della circolazione di giornali cartacei che si occupano di lifestyle, buone maniere, galateo, e ovviamente delle tendenze modaiole: tra camicie, corsetti, sottovesti e abitini in mussola e seta, il rituale della vestizione è estenuante quasi quanto la ricerca della perfetta combine amorosa, il Tinder ante litteram che ha luogo non nel sulfureo mondo del web, ma nelle dimore aristocratiche inglesi. Essendo Emma perfettamente a suo agio nel milieu al quale appartiene, per una curiosa operazione di mimesi cromatica che aveva luogo anche in Bridgerton, spesso i suoi abiti sono ton sur ton con gli interni, a dimostrare una totale appartenenza stilistica e semiotica al luogo di nascita e crescita.

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Ancora più complesso il processo dietro la realizzazione dei costumi di Pinocchio, curati da Massimo Cantini Parrini. Un lavoro che ha richiesto al costumista un'immersione nella prima edizione del libro di Carlo Collodi, del 1901 con le illustrazioni di Enrico Mazzanti, e nel suo archivio personale, di quasi 4 mila pezzi, che vanno indietro fino al 1630. Il guardaroba si concentra però su abiti che rimandino ad un abbigliamento quanto più simile possibile a quello sfoggiata dalle classi umili che abitavano la campagna toscana nel 18esimo secolo, ad esclusione del frac in cotone ruvido di Geppetto (Roberto Benigni) che il falegname regala al libraio, come pagamento per l'abbecedario del figlio, e di cui racconta la genesi, inventandosi l'appartenenza "al nonno del nonno della marchesa", nel tentativo di fargli acquisire un maggiore valore economico. Altra ispirazione di Cantini Parrini è stato il movimento dei macchiaioli, corrente pittorica attiva principalmente in Toscana nella seconda metà dell'800, da cui ha preso ispirazione per affinare i colori del guardaroba, e bilanciare luci e ombre: così nascono i costumi della Lumaca, presenza fantastica che abita una casa dei fantasmi, e che, vivendo a metà tra la vita e la morte, in un perenne purgatorio, indossa quello che è considerabile il precursore del loungewear, ossia l'abbigliamento da casa dell'epoca, un vestito di un rasserenante color malva, sistemato ad hoc con degli uncini per adeguarsi alla sua conchiglia. La fata turchina, invece, interpretata da Marine Vacht, creatura ugualmente concepita dal reame della fantasia e per questo avvolta da un'aura e da vestiti un argento traslucido e ultra-terreno, indossa un abito tipico dell'inizio del Romanticismo, tra il 1830 e il 1835, con gonna ampia, maniche a sbuffo e scollo a V.

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Per quanto riguarda Mank e Ma Rainey's Black Bottom, se il primo si situa nel 1940, anno nel quale viene partorita dallo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz la trama di Quarto Potere, film di Orson Welles che poi arriverà sul grande schermo nel 1941, nella Chicago del Proibizionismo si ambienta Ma Rainey's Black bottom, ispirato alla vita vera di Gertrude Pridgett, la Ma Rainey del titolo, e qui interpretata da una mastodontica Viola Davis. Una rappresentazione, quella della Davis, fedele all'originale e lontana dagli stereotipi, aiutata dalla costumista Ann Roth, veterana del settore già dietro i cuissardes di Jane Fonda in Una squillo per l'ispettore Klute, il guardaroba di Meryl Streep in The Post e quello di Matt Damon ne Il talento di Mr.Ripley. Ma Rainey è infatti apertamente bisessuale – tanto che introdurrà tematiche LGBTQ+ persino nelle sue canzoni, come Prove it on me – e brucia dal desiderio deciso di distanziarsi da quella che è stata la sua mentore, e che poi diviene la sua principale rivale, la cantante Bessie Smith. I suoi vestiti a colonna, come richiedevano gli Anni 20, hanno dei profondi spacchi laterali, sono in tessuti lussuriosi, velluti arricchiti da ricami e paillette sul fondo e sono accompagnati dagli altri attrezzi del mestiere, come i denti d'oro dell'originale cantante vaudeville e una collana fatta di 20 monete dello stesso materiale, a sottolineare il suo benessere, sfoggiato anche quando arriva a Chicago nel 1927, dove si presenta con un soprabito in broccato e una stola di visone, nonostante il caldo opprimente della città. E l'attrice spinge molto l'acceleratore anche sulla potenza sessuale della cantante – che, secondo le leggende, fu arrestata nel 1920 a Chicago per aver organizzato un'orgia al femminile – qualità poi molto diluita nelle successive rappresentazione sceniche. "La donna nera è sempre grassa, divertente, sa cantare e non è mai resa un magnete sessuale, o non si evidenzia la sua sessualità in un modo che sia anche vagamente pericoloso" dice la stessa Davis. "Ma non è l'idea che io ho di donne del genere. Ma Rainey è la mia zia Joyce, mia zia Letha, che erano fortemente sessualizzate, e le donne più belle io abbia mai visto in vita mia. Erano alla moda. Non volevo che Ma apparisse come una donna che si scusava per la sua fisicità prorompente. Volevo che ne fosse orgogliosa. E dovevo onorare la sua vita".

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I toni si fanno più sobri infine, in Mank, pellicola di David Fischer con Amanda Seyfried nel ruolo di Marion Davies, stellina in erba degli Studios holliwoodiani che divenne l'amante del magnate William Randolph Hearst, figura alla quale si ispirò poi proprio il film Quarto potere, girato da Orson Welles con la sceneggiatura di Herman J. Mankiewicz, qui interpretato da Gary Oldman. Il cambio di tono non è solo dovuto ad un periodo storico diverso, con Hitler che invade la Polonia gettando nel resto del mondo il tremendo seme del dubbio su una guerra mondiale che è ormai vicinissima, ma anche perché, semplicemente, il film è stato girato in bianco e nero. Una difficoltà in più per Trish Summerville, la costumista, che ha dovuto studiare le giuste gradazioni di colore che assumessero profondità e brillantezza anche nella bi-cromia d'antan. Così i toni scelti sono quelli che effettivamente erano i più in voga all'epoca, dai salmone ai verde smeraldo passando per lavanda e il verde chartreuse. Tra uno sguardo al passato carico di nostalgia (Pinocchio) con il desiderio di rendere omaggio a degli eclettismi spesso taciuti per un persistente moralismo (Ma Rainey), o di immaginarsi vestiti con abiti da grande soirée, che evidentemente non sfruttiamo da tempo (Mank), è evidente nei registi, e di conseguenza nei costumisti che li seguono, la tendenza a rifugiarsi in un passato da riscoprire, valorizzare, esplorare. Con la nuova consapevolezza storica, sociale e di genere figlia della contemporaneità, si possono infatti ritrovare facilmente territori precedentemente inesplorati per pruderie, ed evitare di confrontarsi con la realtà, con un futuro che era stato preconizzato da Marty McFly nel 1985 come ben diverso (il 2015, secondo la Trilogia di Ritorno al Futuro, ci avrebbe infatti visto alla guida di macchine volanti, privi dell'ordine degli avvocati, abolito per via di una giustizia che invece, è efficientissima e veloce, e mai colti alla sprovvista dai cambiamenti climatici, grazie a un servizio meteo che misura al secondo inizio e fine delle precipitazioni). Previsioni ampiamente sconfessate da una pandemia mondiale che ci ha messi di fronte ai nostri limiti e ci fa pagare lo scotto di una disattenzione all'ambiente che è durata troppo a lungo: più facile, di certo, rivangare un passato che appare quasi arcadico. Per tutti i film che parleranno - con cognizione di causa – di una pandemia mondiale, e che saranno probabilmente tratti dagli innumerevoli libri già scritti sull'argomento, c'è sempre l'anno prossimo. Anche se, probabilmente, quando questo tremendo presente sarà alle nostre spalle, nessuno avrà davvero voglia di parlarne ancora.

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