Un'occasione sprecata, la mini serie Halston su Netflix, sacrificata sull'altare di un'estetica camp, ossessivo leitmotiv del suo produttore, Ryan Murphy, e sul desiderio di indagare nei vizi – d'altronde, molteplici – più che nelle virtù, dello stilista capace di reinventare lo stile americano, gareggiando alla pari con i grandi couturier francesi. Le cinque puntate prodotte dal gigante americano insieme a Murphy – che per Netflix sta producendo una copiosa antologia di serie e film, da The Prom a Pose passando per Ratched – raccontano ascesa alle stelle e caduta rovinosissima di Roy Halston Frowick, passato alla storia come Halston, dandy nato in Indiana e arrivato a New York, dove diverrà presto il nome di riferimento per qualunque socialite delle city statunitensi. Inizi come cappellaio scelto addirittura da Jackie Kennedy per l'inaugurazione presidenziale, il suo personaggio è interpretato da un Ewan McGregor intenso, ma incapace di restituire il dramma reale nascosto dietro la facciata glamour della vita di Halston, nel suo ufficio sulle nuvole, tra divani in velluto rosso assoluto, alle Olympic Towers, tra i vetri e le scalinate della casa minimalista ed esplosione del suo gusto sofisticatissimo a New York, o sul patio della villa sul mare a Montauk, dove si rifugia negli inverni più freddi per mangiare tacchino insieme alle amiche e muse Liza Minelli ed Elsa Peretti.

Ewan McGregor nel ruolo di Halston
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L'evoluzione della sua carriera è trattata in maniera accademica, come una serie di notizie da citare senza però concedere loro lo spazio necessario a restituire la grandezza della visione dello stilista, dall'Ultrasuede tradotto su vestiti che sensualmente ammiccavano a delle maxi camicie da uomo indossate dalle donne, al wrap dress, passando per la linea di valigie con Hartmann e al suo profumo, forse la creazione di maggior successo commerciale, la cui bottiglia fu disegnata dall'amica – e poi principale designer di Tiffany & Co. – Elsa Peretti. A prendersi il ruolo da protagonista è il suo stile di vita sfarzoso, le patate fatte arrivare in jet da New York a Montauk per l'ora di pranzo, il disprezzo assoluto per qualunque limitazione alle sue dispendiose abitudini, in ufficio e fuori, le notti senza fine allo Studio 54, le albe trascorse in qualche parcheggio malfamato, dove soddisfare gli appetiti sessuali con ragazzi a pagamento, le natiche strette ad hoc dai necessari chaps in denim, strappati all'occorrenza. Sottolineando con un certo compiacimento più le manie da diva, che le ossessioni da visionario da cui era costantemente perseguitato – senza però avere la stabilità emotiva per trarne il meglio – si fa un disservizio alla figura del più grande stilista americano, tramutandolo in un santino camp, l'uomo immagine degli eccessi, e delle loro conseguenze, affrontate sempre però con uno stile sublime, dal cappotto in pelle agli avvolgenti cardigan in lana intrecciata sfoggiati per le scene a Montauk: una immagine che, in realtà, assomiglia più a una campagna pubblicitaria che all'umanità vibrante – ma certo supremamente elegante – di Halston.

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L'indagine sui suoi vizi toglie tempo addirittura al racconto di alcune delle donne che per Halston furono fondamentali: oltre alla prima musa, Elsa Peretti, per cui orchestrò il colloquio da Tiffany dopo il quale esplose il successo e la bravura dell'orafa italiana, e alla cara amica Liza Minelli, cinque puntate da un'ora l'una non bastano per inserire, anche solo con una breve apparizione, due tra le più note Halstonettes – termine coniato da André Leon Talley per definire il gineceo che circondava Halston, le donne che erano il fulcro della sua ispirazione, e per le quali disegnava. Pat Cleveland, che per lui sfilò durante l'epocale Battaglia di Versailles – raccolta fondi per ristrutturare l'omonimo palazzo attraverso una sfilata – gara tra americani e francesi – così come l'attrice Anjelica Huston, altra nota accolita del ristretto gruppo, non appaiono, cancellate sull'altare di molteplici amori di gruppo che evidentemente necessitavano di passare sullo schermo in maniera ossessiva, per ribadire l'odioso concetto di una comunità LGBTQ+ costantemente divisa tra Eros e Thanatos.

Halston, nel 1979
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Tra errori storici orchestrati per farlo apparire più incline al dramma di quanto non fosse già – l'ordine di chiusura della Battaglia di Versailles, con Oscar de la Renta a concludere le offensive della compagine americana, era stato deciso ben prima dell'arrivo in Francia, e non causò le terribili ire di Halston viste sulla pellicola – e cocaina che ostruisce le cornette, il risultato è sensazionalistico. A esserne convinta è la famiglia dello stilista, che conserva i suoi archivi – i vestiti in scena non sono originali, ma sono stati ricreati dalla costumista Jeriana San Juan che però ha ritrovato online e tra collezionisti privati alcuni pezzi vintage del designer, ai quali si è ispirata – e che ha rilasciato interviste abbastanza piccate. La nipote Leslie Frowick, che gestisce i suoi archivi ha commentato: «Queste persone che non lo conoscevano bene, forse perché erano dei bambini durante gli anni del suo successo, spesso tendono a concentrarsi sulle parti più sensazionali della storia. Quei dettagli tendono a essere gonfiati ad arte, senza dare la giusta enfasi alle sue qualità di artista, al suo contributo alla moda americana, alla sua etica lavorativa e al suo successo come uno dei primi, grandi stilisti capaci di influenzare davvero lo stile. In realtà, mio zio Halston era una persona riservata, un gentiluomo dignitoso, e spero che sarà ricordato e rispettato in quanto tale». E l'influenza di Halston ha trapassato confini e la sua morte, per arrivare direttamente a Tom Ford, che ha spesso ammesso di essere stato profondamente ispirato dalla figura di Halston, conosciuto per caso allo Studio 54, che Ford frequentava giovanissimo, mentre Halston era già all'apice della fama. In coppia con Fred Hughes, collaboratore di Warhol, che dello stilista era amico, all'epoca Ford capitò anche per un paio di sere nella casa che si rivede nel film. «Quando ci entrai per la prima volta pensai "è così che voglio vivere"». Un'ossessione estetica ammessa con serenità ed esplosa nei suoi anni da Gucci, con divani in velluto rosso uguali a quelli dell'ufficio di Halston, e che poi ha trasportato anche nei suoi negozi. Non di meno, quell'abitazione, è stata proprio da Tom Ford acquistata nel 2019: quando nel 1990 Halston la vendette per passare gli ultimi anni della sua vita sulla West Coast, a San Francisco, ad acquistarla furono Gunter Sachs e Gianni Agnelli, che ne cambiarono l'arredamento. Lo stilista texano ha però intenzione di far tornare il gioiello al suo stato originale, con i mobili dell'epoca di Paul Rudolph.

Halston con Bianca Jagger nel 1981 al Moma di New York
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Se il prodotto televisivo è però tratto dal libro Simply Halston di Steven Gaines, il merito di aver riacceso l'interesse sulla figura del couturier è del documentario Halston del 2019, girato in collaborazione con la famiglia, che ne documenta la genialità – tra la quale quella di essere stato tra i primi a creare una linea di abbigliamento dai prezzi modici, in collaborazione con JCPenney – attraverso filmati d'epoca e interviste a chi è rimasto, senza censurare gli eccessi con la droga e il temperamento difficile, una parte dello sfaccettato diamante che è stato il couturier. E forse quegli eccessi sarebbero sembrati meno capricci, se il prodotto di Murphy avesse indagato più a lungo sul passato dello stilista, scappato da un luogo che non sentiva suo, e da un padre violento, per poi divenire un'icona, incapace di reggere il peso del successo e delle responsabilità che esso richiedeva. Certo, però, la nota positiva è che probabilmente il prodotto darà maggiore forza al rilancio del brand: per il prossimo mese è infatti già prevista una capsule collection, dal titolo poco suggestivo, Halston x Netflix, costituita da 10 abiti da sera ispirata ai pezzi d'archivio. Peccato che però il brand, dal quale Halston fu licenziato nel 1984, nel frattempo è passato diverse volte di mano, tra aziende e fondi di private equity (oggi è di Xcel brands, che possiede anche l'impero di un altro designer che ha peccato di ingenuità, Isaac Mizrahi). Una lotta sempiterna, quella tra creativi incapaci di mischiarsi con attività triviali, come quelle di far da conto, e aziende invece dedite solo al profitto, che nella serie di Netflix ovviamente, addossa la maggior parte delle colpe del triste finale, alle ultime, a volte con un eccesso di semplificazione. Per Murphy, già incastrato in un'estetica camp che soffoca tutto di glitter e celebra l'eccesso, è solo un'altra serie: per Halston, e la sua eredità, è la puntata finale di un'opera di revisionismo storico che si ferma sulla soglia dello Studio 54, senza mai entrare nei recessi di un animo che ha visto la bellezza, e l'ha restituita agli americani.