Scegliere un capo dall'armadio a seconda del nostro stato d'animo, trasformarsi in un'altra versione di sé, persino muoversi e parlare diversamente seguendo i ritmi e i volumi dei capi che si indossano: l'arte della vestizione va a braccetto con quella della costruzione/decostruzione della propria personalità. Un assunto spesso considerato superficiale – i vestiti in fondo, nulla sono senza qualcuno che li porti in vita, riempiendoli della propria unica storia personale – e che però la Emma Stone protagonista di Crudelia ribadisce con forza (e grazie alla potenza di fuoco di un film destinato a divenire blockbuster, uno dei primi titoli americani a essere visibile, di nuovo, nelle sale cinematografiche). Nel film, il regista Craig Gillespie – già autore di pellicole drammatiche e a proprio agio con l'utilizzo eccentrico dei vestiti, come nel caso di I, Tonya, storia vera della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding – riprende l'originale romanzo del 1956 di Dodie Smith, La carica dei 101, cercando di illustrare al pubblico – senza riuscirci però appieno – il percorso psicologico che porta Estella, ragazza orfana capitata per caso a Londra, a trasformarsi in Crudelia, alter ego malevolo, che, proprio grazie ai vestiti, prende vita, travolgendone persino la personalità. Un viaggio metamorfico, un prologo a quello che poi è stato il cartone animato della Disney – così come pure la trasposizione cinematografica del 1996, dove il ruolo di Crudelia era della mastodontica Glenn Close – sulla scia di altre pellicole come il Joker del 2019 di Todd Philips. Nella complessità dei tempi moderni, in fondo, per il pubblico è più facile – per quanto pericoloso – relazionarsi a esseri imperfetti, "sbagliati", e però tremendamente umani (o così sembrano suggerire certe pellicole) come gli anti eroi, che sentire una qualunque forma di vicinanza con il protagonista di turno, ineccepibile nei suoi ideali e nella loro pratica quotidiana. Un leitmotiv che si ritrova anche nella pellicola di Gillespie, e che però riceve l'aiuto della costumista Jenny Beavan (10 nomination all'Oscar, 2 vittorie, una per Camera con vista del 1985 e l'altro per Mad Max: Fury Road del 2016). Il risultato è in un percorso stilistico disegnato con precisione millimetrica, e che parte dagli Anni 60 per poi fare un salto di una decade e arrivare negli Anni 70. Poco importa, qui, l'adesione storica: Crudelia è ambientato 50 anni fa, ma, nella traduzione di Gillespie, è intrinsecamente contemporaneo.

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Se nella versione letteraria originale la cattiva era la facoltosa moglie di un pellicciaio, con un'ossessione per il pelo canino, qui, come nel film del 1996, si tramuta in una designer a tutto tondo, al soldo della Baronessa, un'Emma Thompson nel ruolo di una stilista sulla cresta dell'onda, ma senza scrupoli, con indosso abiti e giacche i cui volumi rimandano ai classicismi di Monsieur Christian Dior. La sua trasformazione graduale in una donna sicura di sé, che rivendica la sua supremazia – anche stilistica – e la propria indipendenza, passa quindi obbligatoriamente per lo sfoggio dei vestiti, come viatico all'emancipazione (dal suo passato e dai correlati incubi). Se a lavoro Estella cela il suo reale talento per ago e filo – così come cela il bulbo cutaneo originariamente bicolor – con mise total black, gessati arricchiti da dettagli via via più vistosi (dalla cravatta in metallo dorato alle collane costume jewellry), nel tempo libero i capi denotano già un'attitudine più punk, tra t-shirt "scritte" e bluse incrociate con dettagli sottilmente BDSM, presagio di un animo ribelle che scalcia per essere liberato dalle costrizioni dei moralismi borghesi. Un percorso che deve molto, moltissimo, alla moda, che ha volentieri collaborato con la produzione, come nel caso di un outfit realizzato da Nicholas Ghesquière, direttore creativo di Louis Vuitton – di cui Emma Stone è volto – e che veste l'attrice di vibrazioni 70's, con bandane in seta, guanti al gomito e tracolla con l'iconica chiusura sinonimo del brand. Oltre al presente, però, i rimandi al passato puntellano l'intera pellicola, a cominciare in realtà dall'atelier della Baronessa, ispirati a quelli parigini degli Anni 50 di Christian Dior. Se il caschetto con frangia rossa di Estella suggerisce uno dei segni distintivi di un'altra rossa famosissima, Sonia Rykiel, l'attitudine punk paga il tributo alla regina del genere, Vivienne Westwood. Tutt'altra storia per i ben più scenografici completi che Estella cuce da sé, per calarsi nei panni di Crudelia: le maschere per gli occhi fanno l'occhiolino al glamour sempiterno degli ospiti (reali, e non cinematografici) del Black and White ball, leggendario party organizzato al Plaza di New York da Truman Capote nel 1996, al quale prese parte, mascherata, la high society che contava, da Mia Farrow all'attrice Candice Bergen. Un accessorio poi ripreso di recente anche per la Couture autunno/inverno 2009 da Valentino, ma sublimato già nell'autunno-inverno 2006 di Alexander McQueen, in uno dei suoi show più emozionali di sempre, The widows of Culloden. E i riferimenti al genio inglese non si fermano qui.

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Arci nemesi della Baronessa, il cui approccio alla moda è di eleganza sopraffina, ma classica – paragonata volutamente a quella di Christian Dior – Estella si fa notare per l'utilizzo di una silhouette tagliente, che sembra disegnata con un bisturi da chirurgo, molto simile a quella del compianto McQueen. Quando Crudelia si presenta agli eventi sociali, per adombrare l'odiata rivale, infatti, lo fa indossando cappe e blazer dai volumi definiti e dalle spalle puntute, che sembrano presi dalla sfilata autunno/inverno 2009, The Horn of Plenty, che ironizzava e portava all'estremo le giacche e le gonne quadrettate di Monsieur Dior, regalandogli un'anima nuova, contemporanea e ben più disturbante. Il talento creativo di Estella si spinge e oltrepassa i limiti, sublimandosi in un vestito da red carpet ricavato, letteralmente, dai sacchi per la spazzatura: un assunto che era stato trasformato in parodia in un'altra pellicola, Zoolander. Il cattivo – e che ovviamente, è ancora, un bizzoso creativo, Jacobim Mugatu – realizza infatti Derelicte, una linea ispirata alla vita quotidiana dei senza tetto americani: per quanto la scena in sé possa sembrare, appunto, parodistica, l'idea originale è stata di un vero designer, John Galliano, che nella couture della primavera/estate 2000 di Dior dette alla luce la Hobo collection, ispirata in parte all'abbigliamento dei senzatetto che il creativo incontrava lungo la Senna. Una collezione che fece scandalo tra i giornali e gli addetti ai lavori, con l'accusa di rendere glamour il disagio sociale, e che fu seguita dall'autunno/inverno 2000, dove, incurante, Galliano ribadì più o meno lo stesso concetto, traducendolo su abiti con stampa giornale, a ricordare i fogli di carta nei quali i senzatetto si avvolgevano per affrontare le freddi notte parigine. Vestiti che poi divennero desiderabili e privi di qualunque controversia nel momento nel quale vennero indossati da Sarah Jessica Parker nei panni dell'eroina sentimentale dei primi anni 2000, la Carrie di Sex and The city.

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Ispirazioni esplicitate dalla stessa Beavan, che per creare il guardaroba di Emma Stone ha setacciato i mercatini del vintage di Portobello Road, e studiato la moda degli Anni 70. Certo, l'iconico cappotto bianco e nero – Sacro Graal e ossessione della cattiva letteraria – appare, ma ha un ruolo marginale, ed è simbolico non tanto di una passione esecrabile che scatenerebbe, oggi, le ire di molti, ma di un desiderio di vendetta, di una ferita profonda coperta e sanata solo in superficie dall'ostentazione di un oggetto che, senza fare spoiler, rappresenta lo scalpo del nemico. Un escamotage intelligente per tramutare un personaggio oggi fuori tempo massimo in un essere umano fragile, divenuto cattivo per colpa delle disavventure (e di un Dna di certo predisposto all'operazione). Il sottotitolo, analizzato brillantemente da Vanessa Friedman su un pezzo del New York Times, In Cruella, fashion is toxic, è che il mondo (malsano) della moda, o almeno la sua trasposizione cinematografica, fatta di cliché ed esagerazioni, sia un terreno fertile per la creazione dei nuovi mostri che popolano la nostra contemporaneità: un assunto semplicistico, lo definisce la stessa giornalista, e che però è stato sostenuto negli anni da una serie infinita di pellicole dei più svariati generi, dal Prèt à porter di Robert Altman passando per Zoolander, senza dimenticare il sempiterno Il diavolo veste Prada. Un'antologia della quale Crudelia, purtroppo, è l'ultimo, e molto ben riuscito, prodotto: peccato che la realtà non sia come le pellicce amate dalla protagonista, smaccatamente bianca o nera.