Una Bond Girl non muore mai. Anche se ogni tanto leggiamo la notizia che una delle attrici che ne ha interpretato una è volata via, non preoccupatevi: per loro l'immortalità è assicurata. L'ultima a lasciarci è stata la britannica Tania Mallet, scomparsa il 30 marzo 2019, che aveva interpretato Tilly Masterson nel terzo film della saga, Agente 007 – Missione Goldfinger. Che dovesse diventare una Bond Girl era scritto nel destino. L'anno prima aveva tentato di ottenere il ruolo di Tatiana Romanova in Dalla Russia con amore, ma le preferirono la romana Daniela Bianchi. L'anno dopo qualcuno mostrò al produttore del film la sua foto in bikini, la riconvocò, e andò bene. Il suo look più iconico, nel film, è composto da camicia bianca con maniche ampie, cintura strizzavita e pencil skirt grigia. Un po' brava ragazza, un po' mistress, che forse era l'idea confusa ma affascinate della donna che la collettività cominciava a coltivare, mentre il 68 si avvicinava a grandi passi. Il suo personaggio, che viene ucciso dal cattivo Oddjob, che le lancia un cappello dalla tesa affilata, riscuote un gran successo. Nonostante ciò, Tania decise di non girare più film e di tornare al suo lavoro precedente di modella. Il motivo era semplice: per recitare la pagavano molto meno che per posare. Se oggi le attrici si lamentano dei loro cachet, al tempo era ancora peggio. Per Missione Goldfinger le avevano offerto 50 sterline a settimana di lavorazione e solo dopo estenuanti trattative ne aveva ottenute 150. La cifra che guadagnava in un giorno di modelling. Chi glielo faceva fare?

Tania Mallet
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Eunice Gayson alias Sylvia Trench. Bruna ma inglese doc, una vaga somiglianza con Sofia Loren forse perché ne copiava le pose, Eunice Gayson, scomparsa nel 2018, è considerate a tutti gli effetti la prima Bond Girl della storia (titolo conteso con Ursula Andress) perché ha lavorato con Sean Connery nei due primi film della serie, Agente 007 – Licenza di Uccidere e Dalla Russia con amore. Era stata provinata per interpretare Miss Moneypenny, la segretaria del capo dei servizi segreti M, ma trovandosela davanti, il regista e i responsabili del casting preferirono assegnarle il ruolo dell'affascinante Sylvia Trench, la ragazza con cui 007 cerca di iniziare una relazione, abbandonando il corteggiamento sul più bello per due volte perché chiamato in missione. La scena avrebbe dovuto ripetersi anche nei film successivi ma si decise di adottare invece la formula del James Bond tombeur de femmes che tutti conosciamo. Quell’anno del suo debutto da Bond Girl, il 1962, il mondo avrà un gran bisogno di trovare un nuovo sex symbol che sostituisse Marilyn Monroe. Ma soprattutto, è stato l’anno che ha covato alcuni dei fenomeni più importanti della storia contemporanea, dal debutto dei Beatles alla nascita del femminismo di seconda ondata, dal discorso I have a dream di Marin Luther King, all’embargo contro Cuba. Eunice Gayson è quindi passata alla storia per due motivi. Il primo: perché il tormentone “Bond, James Bond” è nato dalla scena in cui è lei a presentarsi “Trench, Sylvia Trench”, e lui se ne prende gioco imitandola. Il secondo è il vestito rosso a più strati di voile, con una sola spallina plissettata e fermata da una spilla, che indossa in Licenza di uccidere. È l’immagine con cui tutti la ricorderemo sempre e che sembrava esprimere, in un colpo solo, passione, rivolta, indipendenza femminile che ribollivano quell’anno in un magma ideologico infuocato.

Eunice Gayson e Sean Connery (1963)
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Honor Blackman alias Pussy Galore. Con Pussy Galore arriva la Bond Girl che mette in soffitta le stoffe impalpabili e i lustrini delle dive del passato e tira fuori i look strong, da donna forte. Una donna forte e determinata Honor Blackman lo è sempre stata anche nella vita. Già famosa nel Regno Unito per il ruolo di Cathy Gale, l’assistente di John Steed nella leggendaria serie anni 60 The Avangers, era riuscita a farsi scritturare in Goldfinger pur non essendo più una ragazzina: aveva 38 anni, cinque più di Sean Connery. Era sportivissima: praticava judo e questo le permetteva di girare qualche scena d’azione senza bisogno di controfigura. Tutte queste novità concentrate in una sola attrice fecero di lei un sex symbol micidiale che fece strage fra i maschi più giovani, un fenomeno rievocato anche dal personaggio di Sick Boy nel film Trainspotting. Il suo look più iconico in Goldfinger non è un abito da sera scollato, né un bikini, ma una giacca di velluto beige su dolcevita bianca e pantaloni da cavallerizza. Accessorio esclusivo: lo sguardo fulminante che sfoggia ancora oggi, bellissima ultra novantenne.

Honor Blackman
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Ursula Andress alias Honey Rider. Qualche anno prima dell’effetto Dolce Vita di Fellini che aveva lanciato Anita Ekberg, a rivestire il ruolo di bomba sexy del nord Europa ci pensava già Ursula Andress, svizzera di origini tedesche che si era fatta notare anche in Un americano a Roma, con Alberto Sordi. La Paramount se l’era accaparrata nel 1955 con un contratto da 287 dollari a settimana e il gossip le aveva subito puntato addosso i riflettori perché usciva con James Dean. Il contratto venne stracciato perché non riusciva a parlare l’inglese abbastanza bene da recitare, passò alla Columbia ma anche con loro non girò nulla. Quando si sposa con l’attore e regista John Derek inizia a lavorare con lui, ma il boom lo fa con l’ingaggio per Agente 007 – Licenza di uccidere dove finalmente si decidono a doppiarla. Tanto nessuno fa caso a quello che dirà quando emerge dal mare dei Caraibi col bikini bianco e il pugnale da pesca sub appeso alla cinta. “Quel bikini bianco mi ha regalato l’indipendenza economica”, ha sempre detto Ursula Andress il cui cachet, da quel momento, aumentò notevolmente e le assicurò il ritorno sul set di 007, Casino Royal, nel 1967. Il bikini bianco è stato venduto all’asta nel 2001 per quasi 60mila dollari e nel 2003, oltre 40 anni dopo. La scena in cui Ursula Andress lo indossa è risultata in un sondaggio di Channel 4 al primo posto fra i 100 momenti più sexy del cinema, ed è tuttora imbattuta.

Ursula Andress
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Jane Seymour alias Solitaire. Il 1973 è l’anno di Vivi e lascia morire, James Bond è Roger Moore e il mondo si sente allo stesso tempo futuristico e attratto dall’Oriente. Negli Stati Uniti parte la prima telefonata con un cellulare della storia e vengono inaugurate le avveniristiche torri gemelle. Ma allo stesso tempo, il divo del momento è Bruce Lee, che a luglio muore in circostanze misteriose. Il film numero 8 della saga di James Bond, con colonna sonora composta da Paul e Linda McCartney sembra pigiare insieme tutti questi eventi nei look e nelle scene che celebrano la modernità. L’attrice americana, nata statunitense, Jane Seymour ha il corpo e il volto (e la capigliatura, lunghissima) perfetti per indossare i costumi che riempiono lo schermo di colori saturi, in particolare un abito da sera di velluto rosso che farà tendenza. In realtà i costumi di Solitarie, realizzati da Julie Harris, erano di ispirazione turca e nord africana, ma nella confusione culturale, e grazie a un copricapo da estremo oriente che la Seymour indossa in una scena, viene fuori un gran calderone etnico. Bellissimo.

Jane Seymour
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Barbara Bach alias Anya Amasova. Ancora Roger Moore, stavolta affiancato da una modella della leggendaria Ford Agency, Barbara Bach, con un passato da contessa italiana e un futuro da donna di un Beatles. Quando nel 1977 ha girato La spia che mi amava, infatti, era reduce dal divorzio con il conte Augusto Gregorini, conosciuto su un volo per Roma, ma si risposerà nel 1981 con Ringo Star (tuttora suo marito). I look di Barbara Bach nel film sono passati alla storia del costume per una caratteristica al tempo inedita, che sarà subito tendenza assoluta: l’abito lungo che copre totalmente le gambe, ma dal top striminzito e super rivelatore che scopre la schiena o cela il seno fino al limite del consentito. L’immagine più iconica: lei in scene d’azione, con la pistola, in abiti neri dall'orlo oltre i piedi in cui nella vita reale sarebbe impossibile non inciampare.

Barbara Bach
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Grace Jones alias May Day. Il tripudio degli anni 80 è concentrato in Bersaglio mobile del 1985 che in Italia diventerà più più noto col titolo originale, A view to a kill, grazie all’omonima title track composta e interpretata dai Duran Duran (con tanto di videoclip virale sul set parigino). La presenza più dirompente del film, ancora con Roger Moore, è quella di Grace Jones, la cantante giamaicana dal fisico di un cyborg, impegnata sentimentalmente al tempo, con un altro cyborg, quel Dolph Lundgren che lo stesso anno diventerà leggenda con la battuta “ti spiezzo in due” in Rocky VI, Grace Jones fa stile su tutto: musa di Jean Paul Goude, interprete di pezzi immortali come Slave To The Rhythm. In Bersaglio mobile Grace sembra interpretare l’estetica di Patrick Nagel, artista simbolo degli anni 80 autore della cover di Rio, dei Duran Duran. Era già scomparso nell’84 e graziato da una grande fama postuma. Come le donne di Nagel, nel film Grace Jones indossa costumi da eroina dei fumetti, con accostamenti di colori inaspettati e il tocco di mistero donato da un accessorio rubato allo street style: il cappuccio, reinventato in chiave iper glamour.

Grace Jones
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Sophie Marceau alias Elektra King. Nel 1999 è la volta di due Bond Girl interpretate da attrici già parecchio popolari, Denise Richards e la francese Sophie Marceau. Delle due, l’ex ragazzina de Il tempo delle mele è quella che buca di più lo schermo nel ruolo della figlia in pericolo di un megaindustriale. James Bond – qui Pierce Brosnan – ha il compito di proteggerla, finché si scopre che la supercattiva è invece lei, che progetta segretamente l’omicidio del padre. Sophie Marceu interpreta forse, in questa occasione, il suo ruolo più sexy e accattivante: si arrampica a cavalcioni su Brosnan legato come un salame, gira scene d’amore con lui, ma soprattutto sfoggia abiti nude look col tessuto più bramato del momento: il pizzo elastico con un tocco di trasparenze e di paillettes o di strass, quel che capita purché brilli. E dallo spacco spuntano le calzature d’ordinanza di fine decennio: le immancabili mule che poche si potevano permettere senza l’effetto ottico della gamba corta, ma che lei osava addirittura con tacco da vertigini.

Sophie Marceau
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Halle Berry alias Jinx. Con La morte può attendere, del 2002, Pierce Brosnan dà l’addio al ruolo di James Bond e cede il passo a Daniel Craig. Questo capitolo passa alla storia del cinema per questo motivo, ma anche per qualcosa che lascia folgorati gli spettatori più agé. È la famosa scena in cui Halle Berry rende omaggio a Ursula Andress in bikini nel primo episodio della saga. In realtà, Halle non sarà mai soddisfatta del risultato, sia perché l’originale era imbattibile, sia perché “l’acqua era gelata”, dirà alla stampa anni dopo. Inoltre, si scontrava con il regista Lee Tamahori che le continuava a urlare “Più sexy! Più sexy”. Una brutta esperienza con un risultato però, non certo insignificante. Intanto, quella scena rese tangibile il mutare dei tempi. Se nel 1962 la donna più sexy del momento era una bionda formosa, ora la più desiderata era un’afroamericana di Cleveland tutt’altro che svampita. Il bikini invece che bianco era arancione, e non è stato creato per il film. Era stato scelto dai costumisti nel catalogo del brand parigino Eres, cha appena il film arrivò nelle sale cominciò a essere tempestato di richieste imbarazzanti dello stesso modello ma con la cintura per il coltello, che invece era stata aggiunta sul set. Il bikini, che Eres aveva disegnato ispirandosi però a quello di Ursula Andress, è andato a ruba per lungo tempo e ora non è più disponibile in quel colore. Ma pare che scavando bene nel loro sito si trovi ancora in marrone...

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Monica Bellucci alias Lucia Sciarra. E con Spectre siamo ormai al terzo episodio dell’era Daniel Craig, dove la Bond Girl dovrebbe essere Lea Seydoux. Ma per tutti lo è anche Monica Bellucci, che con i suoi 50 anni nel 2015, al momento di girare, batte persino il record di Honor Blackman. Cosa rimane nel cuore, della nostra diva e della sua apparizione nel 24esimo film sull’agente creato da Ian Fleming? Senza dubbio, il fiero tailleur nero con bustino che Lucia Sciarra indossa nella scena del funerale, disegnato dalla costumista Jany Temime: “qualcosa di pudico ma colmo di sensualità”, dirà la stilista su Refinery. “Per farlo ho deciso di aggiungere un po' di mistero al nero tradizionale. La cosa più importante nel costume è il crespo sul cappello: volevo che Bond la guardasse e non sapesse immediatamente chi fosse perché è una sorpresa per lui come lo è per noi, e crea un momento di attesa, con cui la scopri lentamente".

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