Un'etichetta che sbuca da un blazer, al Lido di Venezia, può causare un terremoto ad Hollywood? Il tremendo "butterfly effect" teorizzato da esimi matematici e reso mitologico da certi film di fantascienza, ma pure da Woody Allen in Match Point, sarà scatenato da un momento di umana e apparentemente innocua distrazione, che cambierà poi, gli equilibri mondiali dello stile così come l'abbiamo sempre conosciuto? A Georgina Rodriguez, inconsapevole artefice del misfatto – l'arrivo al Lido con blazer ancora etichettato, e pronto per essere rispedito solertemente allo showroom del marchio, una volta indossato – non si potrà imputare la fine della Golden age del red carpet, perché, i rapporti tra celebrity – ma molto più spesso, tra i loro personal stylist – e maison di moda, che desiderano vestire questa o quella personalità, durante la stagione dei premi cinematografici o musicali, sono materia ormai nota. Più simile, in realtà, a un segreto di Pulcinella che allo spaventoso QAnon teorizzato da cospirazionisti di destra americani reduci dal binge-watching di Scandal. Certo però, assolta con formula piena la compagna di Cristiano Ronaldo, rimane l'interrogativo, più profondo, sul senso che il cerimoniale del red carpet, ha, a settembre 2020.

Alla prima vera grande prova di evento live, in un momento storico incastrato tra una pandemia non ancora debellata, le prossime elezioni presidenziali statunitensi a novembre, gli scontri che infiammano, letteralmente, molte città americane sin dalla morte di George Floyd, e tutte le questioni relative al riscaldamento globale passate in secondo piano, ma purtroppo esistenti, la sensazione è che le stesse star abbiano deciso di adottare una certa morigeratezza. Lontani gli Oscar e i Golden Globe di febbraio, quando ancora la pandemia sembrava una remota possibilità, le maggiori stelle che hanno calcato il tappeto rosso, lo hanno fatto con una gravitas richiesta, quasi obbligata, dal momento storico. Eccezion fatta per alcune modelle e soubrette disposte a osare scolli, fantasie chiassose, improbabili meringhe a balze di seta, e una generale – pur umana – leggerezza, da Cate Blanchett a Tilda Swinton, l'unica gara possibile, non è stata combattuta a suon di metri di chiffon e piume di marabù – che entrambe nella loro carriera hanno dimostrato di saper indossare con la consumata abitudine delle professioniste – ma a colpi di mascherine, capi riciclati, dichiarazioni di impegno civile nascoste tra le trame degli abiti.

Tilda Swinton con maschera dorata a Venezia
Vittorio Zunino CelottoGetty Images


Non si è tolta (quasi) mai la mascherina, Tilda Swinton, approdata a Venezia per presentare l'ultimo film del quale è protagonista, The Human voice, con la regia di Pedro Almodóvar, e ricevere il premio alla carriera, passeggiando tra le calli e spostandosi tra i set del photocall in abiti Chanel dall'impatto più emotivo, che scenografico. Quando ha dovuto, per comprovate esigenze dovute alla cerimonialità, privarsene per sfilare sul tappeto rosso, lo ha fatto in un cappotto bianco castigato dell'Haute couture in crêpe di seta, accompagnato da una maschera dorata, forse omaggio al carnevale della Città, forse tentativo glamour di schermarsi anche laddove le modalità dello star system richiedono di esporsi il più possibile. Attitudine ieratica e misticismo degno di una novella Pizia lagunare, a farle da controcanto ci ha pensato l'altra grande star della kermesse, Cate Blanchett, vincendo a man basse il titolo di sacerdotessa della sostenibilità couture: se alla cerimonia di apertura sfoggiava un vestito di Esteban Cortazar già indossato cinque anni prima, alla presentazione del film Carol, per la visione del film Amants, ha invece riproposto un top floreale di Alexander McQueen già indossato ai Bafta del 2016, sostituendo alla sontuosa gonna piumata dei premi inglesi, dei più sobri pantaloni palazzo neri. A brillare, anche Vanessa Kirby, la giovane principessa Margaret in The Crown, arrivata in laguna con completi maschili essenziali e vestiti rosso Valentino che traducono sul tessuto un minimalismo allo stato puro, così come la madrina Anna Foglietta, ugualmente seducente in abiti total black dallo scollo profondissimo e in tuxedo da uomo.

Cate Blanchett a Venezia in top Alexander McQueen
Matteo ChinellatoGetty Images

Certo, il tasso di glamour è sceso rispetto agli Oscar 2019, dove Cate Blanchett arrivò al Dolby Theatre, divina, in un abito Armani Privé con scollo profondo e piume rosa a ricoprirle le spalle, e della polvere di stelle che pare ricoprire normalmente i corpi dei maggiori rappresentanti dello star system hollywoodiano, si è persa traccia, in un solo anno. Ostentare scioltezza, o negare la drammaticità del momento storico, di fronte al quale si annullano distinzioni di forma come vip e nip, famosi e semplici civili, e si torna a essere tutti semplici umani, parrebbe in fondo un formalismo inutile, quando non profondamente fastidioso, come l'orchestra del Titanic che continua a suonare mentre il transatlantico affonda. E di questa mutata sensibilità hanno già capito tutto gli stylist delle celebrity hollywoodiane adattando agevolmente la loro professionalità, per rispondere a delle rinnovate esigenze. Se la figura dello stylist è in effetti nata secoli fa, con la Rose Bertin consigliera di pizzi e crinoline alla corte di Francia – e con parcelle salatissime, che fecero arrabbiare i francesi tanto quanto certe battute infelici sulle brioche, e contribuirono a far perdere la testa, letteralmente, a Maria Antonietta – la sua visibilità è però esponenzialmente aumentata nei primi Duemila. A contribuire alla loro fama, è stata l'americana Rachel Zoe, autrice di tutto l'immaginario pop dell'epoca, dai look dei Backstreet Boys in certi video che ora appaiono già vintage, di Mischa Barton nella golden age di O.C., di Lindsay Lohan in quelli delle scorribande a tarda notte in compagnia di Britney e Paris, di Anne Hathaway, Jennifer Lawrence e Kate Hudson, tra gli altri. Pioniera dello stile boho-chic che ha in effetti imperversato in quegli anni, di cui è stata assoluta sacerdotessa, replicando quel guardaroba su se stessa e su altre celebrities, Nicole Richie su tutte, ha saputo trasformarsi da addetta ai lavori nascosta dietro le quinte degli eventi a celebrità che, a quegli eventi, partecipava da invitata di rilievo. Il suo irrompere di fronte all'occhio delle macchine fotografiche, e il conseguente abbattimento di quella immaginaria quarta parete, l'ha trasformata in un personaggio meritevole di firmare collezioni di moda (una linea di borse per il marchio Judith Leiber), mettere la sua faccia sulle campagne nazionali di marchi di telefonia (come quando è apparsa nell'advertising americano del modello Blackjack di Samsung) e lanciare reality show.

Emma Stone in jumpsuit di Lanvin ai Golden Globes del 2015
Steve GranitzGetty Images


Oggi però, se persiste la figura della "donna (o uomo) che sussurra alle celeb", si è tornati a muoversi con maggiore discrezione, evitando di finire troppo di fronte all'obiettivo, salvo particolari eccezioni. L'Hollywood Reporter stila ad esempio una classifica che sancisce quali sono i 25 celebrity stylist più richiesti del momento, e per il 2020 ha addirittura redatto la classifica dei più importanti della decade, capaci di tramutare le loro clienti da ragazze appena arrivate nella città degli Angeli con grandi sogni di gloria in consumate "ambassador" di questo o quel marchio. Un esempio è il caso di Emma Stone, che, grazie al lavoro di Petra Flannery (medaglia d'argento nella lista di cui sopra) ha inanellato una serie di outfit assai applauditi già nelle fasi iniziali della sua carriera –come la jumpsuit di Lanvin ai Golden Globes del 2015, sfida alle regole non scritte dei red carpet, sui quali una tuta si era vista raramente – tanto da guadagnarsi il beneplacito di Louis Vuitton e del suo direttore creativo Nicolas Ghesquière, tramutandola in una tra le donne che simboleggiano l'estetica del marchio, e ne indossano ovviamente le vesti. Tra i successi di Petra Flannery si inanellano anche lo statuario monospalla bianco di Armani Privé indossato da Renée Zellweger agli ultimi Oscar, capace di restituire un momento di puro glamour che ha fatto rivivere i fasti della Old Hollywood dei fifties. "Se sei al 100% concentrata sul tuo lavoro come attrice, è impossibile aspettarsi che tu trovi il tempo anche di interessarti di moda, quindi chiedi ad un esperto", filosofeggiava sul New York Times cinque anni fa Brooke Wall, fondatrice del Wall Group, una delle maggiori agenzie americane che si occupano dell'immagine dei ricchi e famosi.

Renée Zellweger agli Oscar 2020 in Armani Privé
Albert L. OrtegaGetty Images


Con l'avvento dei social media e di Instagram su tutti, è nata però un'altra figura professionale, iterazione by day dello stylist, che si occupa quindi di vestire attrici, soubrette, e modelle, per le uscite più casual, l'arrivo all'aeroporto, la passeggiata dalla lobby dell'hotel alla lezione di SoulCycle, o al suv parcheggiato poco distante, il brunch fuori con le amiche. Ogni momento, per le star, è un potenziale red carpet; ogni occasione buona per cementare lo "star power" sfoggiando questo o quell'accessorio ancora non disponibile nei negozi, e potenzialmente, favorire l'ascesa di brand fino a quel momento poco conosciuti, come nel caso di Miaou, brand di denim indossato nel 2016 da Bella Hadid, e poi velocemente richiesto anche da altre sue pari – da Kaia Gerber alla sorella Gigi – e di conseguenza agognato dalle migliaia di donne che scorrono, inconsapevoli, un feed Instagram come un altro. Sull'onda di quel successo, i grandi magazzini Bergdorf Goodman hanno fatto il loro primo ordine del prodotto, nel momento nel quale la sua fondatrice Alexia Elkaim aveva appena a disposizione 40,50 pezzi. Una storia raccontata nel 2018 dalla stessa Elkaim al New York Times, dove si immaginano, con ironia, legioni di stylist by day – alcune celebrities ne hanno sotto contratto due, uno per il red carpet e l'altro per le occasioni casual – occuparsi di scegliere questo o quel jeans, la sneaker e la felpa e il basketball hat da sfoggiare per una passeggiata a Los Angeles dall'apparenza informale, e che però è studiata fin nel minimo dettaglio. Se quindi come sostiene al New York Times Cristian Classen, stylist by day di Selena Gomez, "Cinque anni fa, tutto ruotava intorno al red carpet, mentre ora un selfie su Instagram di alcune persone può essere dieci volte più rilevante", ritorna prepotentemente la domanda degli inizi: le parate di celebrities sul tappeto rosso, hanno ancora senso? Forse ora non è il momento storico più adatto a metri di merletti e voluminosi sogni in organza, e pare difficile immaginarsi il prossimo Met Gala – assoluto palcoscenico di ogni stravaganza tessile con annuale ed eclettico dress code – visto che quello di quest'anno è stato cancellato, seppur con molta riluttanza, dalla madrina Anna Wintour, arresasi di fronte all'imperversare della pandemia e all'impossibilità di radunare in un solo luogo centinaia di celebrities e addetti ai lavori, senza essere tacciata di assembramento? Come sarà il domani, forse, può essere raccontato dal passato del dopoguerra, quando la cerimonia degli Oscar ritornò, a pace fatta, nel 1946, sempre trasmessa alla radio (la diretta televisiva sarebbe arrivata solo nel 1953). La sobrietà osservata durante gli anni del conflitto mondiale fu sostituita ovviamente da un'atmosfera più leggera, senza però che nessuno fosse capace di mostrarsi realmente rilassato. Joan Crawford, nominata all'Oscar come miglior attrice per Il romanzo di Mildred, non si presentò neanche, adducendo come scusa ufficiale una polmonite – anche se molti sospettano la reale motivazione fosse la sicurezza granitica dell'attrice di non vincere la statuetta – e ricevette l'Oscar inaspettato dal letto di casa sua, con indosso una vestaglia con maniche a sbuffo e molteplici crinoline. Perché gli animi si placassero, accettando, finalmente, una nuova era di pace, esibendo senza timore vestiti vaporosi e dispensando glamour, bisognò però attendere il 1954, quando Audrey Hepburn vinse l'Oscar per Vacanze romane, ritirandolo con il famoso vestito bianco a fiori di Givenchy. Torneremo sicuramente a sognare, in fondo, ma forse non è questo, il giorno?