Ispiratori di mode, genius loci delle altezze, inventori di sagaci modalità per staccarsi dal suolo: all'aristocrazia del passato si devono diversi primati – alcuni meno lodevoli di altri – ma ciò che gli viene raramente riconosciuto, è lo sdoganamento delle scarpe col tacco, con un approccio genderless ante litteram. Le dame veneziane del 1500 si innalzarono – senza nessun senso della misura e invece un invidiabile equilibrio – su zeppe alte fino a cinquanta centimetri, le chopine, nel tentativo di preservare le loro eleganti vesti dalla "pesca a strascino" su strade lontane dall'essere immacolate, ma fu Caterina de' Medici a sancire la nascita del classico modello con il tacco separato dal resto della scarpa, e lo fece nell'occasione più scenografica possibile: quella del suo matrimonio con Enrico II, re di Francia. Così, nella corte più narrata e romanzata di tutte, dilagò il fenomeno, conquistando sin da subito uomini e donne, e declinandosi su pantofole con tacco in velluto o seta ricamata, da usare, prudentemente, solo per gli interni con i pavimenti rivestiti di tappezzerie altrettanto preziose. Alla massima autorità sulla scala gerarchica, però, si deve lo ius primae noctis del tacco a rocchetto, che in origine si chiamava come il suo primo portatore, tacco Luigi: fu infatti il Re Sole in persona, a indossarle nel 1700. E se proprio tra le corti di Francia e Inghilterra di quel secolo nasce l'abitudine dell'abbigliarsi anche per mandare precisi messaggi politici e sociali – distanziandosi, tra trine e merletti, dalle classi popolari – il tacco a rocchetto si declinava in un colore specifico, il rosso, se si era tra gli "happy few" che vivevano a corte, trovando addirittura un nome di battesimo specifico, il talon rouge. Un'abitudine elitista alla quale metterà fine l'avvento della Rivoluzione Francese: se già prima del 1789 era scomparsa la parrucca elaborata con il codino fermato da un nastrino in velluto, Robespierre e soci decidono di far passare i titoli di coda sulle differenze stilistiche che il Luigi XVI aveva imposto durante la convocazione degli Stati Generali dello stesso anno: il clero doveva spiccare, avvolto in sete e velluti rosso cardinalizio, la nobiltà si fregiava di marsine e sottomarsine in seta, culottes di seta nera e mantello ton sur ton, calze bianche e tricorno, mentre alla borghesia, neanche inclusa nella categoria "gentiluomini", era imposto un semplice abito nero in panno. Le regole classiste del maestro di cerimonie, il marchese Dreux De Brézé, contribuirono a far ribollire gli animi e il malcontento delle classi meno abbienti, tanto che nei primi anni del Terrore, venne espressamente vietato l'utilizzo di vestiti e paramenti dai colori vivaci, che indicassero un qualunque tipo di privilegio nobiliare, pena la morte. Così, il tacco a rocchetto rosso, sinonimo primigenio di un'appartenenza ad una classe sociale messa a rischio estinzione, scomparve velocemente, lasciando il posto nel 1800 a modelli ben più semplici, calzature senza tacco con suole sottili, ispirate, come il resto dell'abbigliamento, ad uno stile neo-classico, fatto di volumi scivolati e privi di qualunque pomposità. Una damnatio memoriae, quella del tacco a rocchetto, che durò fino alla seconda guerra mondiale. Nel 1938, la 24enne Irene Brin, che poi sarebbe divenuta una delle prime giornaliste di moda e costume italiane – notata per la sua eleganza persino da Diana Vreeland, che la incrociò mentre Irene passeggiava per Park Avenue con suo marito, chiedendole prima di chi fosse il suo vestito, e poi di divenire la corrispondente italiana di Harper's Bazaar negli Stati Uniti – scriveva sogna attendere il 1938, per vedere riapparire dopo secoli il plateau. Irene Brin scrisse: «I ciabattini industriosi staccavano i tacchi a rocchetto Luigi XV per sostituirli con quindici centimetri di sughero. Le piattaforme non tardarono a conquistare le vetrine, e poi strade, case e spiagge, segnando un’imperiosa rivoluzione del gusto e strane metamorfosi nelle proporzioni». Addio rocchetto – ribattezzato così in onore della sua forma a clessidra, largo sulle estremità e stretto al centro, come un rocchetto da cucito intorno al quale si avvolge il filo, benvenute zeppe. Come nelle migliori storie, però, ad un certo punto, negli Anni 50, si mise di mezzo Roma, un artigiano locale e una sua cliente affezionata, che era tra l'altro una delle dive più in voga dell'epoca. Scritturata come protagonista per il film Mambo, del 1954, dove avrebbe dovuto interpretare Giovanna, donna in età da marito e però innamorata davvero solo della danza, Silvana Mangano chiese al suo calzolaio, Tito Petrocchi, di immaginare delle calzature da indossare agevolmente durante le scene di ballo: così Petrocchi rivisitò il tacco a rocchetto, la cui base solida e larga favoriva l'agilità richiesta dalla Mangano, mantenendo una silhouette affusolata, come il rocchetto da cucito intorno al quale si avvolgeva il filo. La tendenza, neanche a dirlo, prese piede tra le giovani dell'epoca, e fu per una volta benedetta dalle genitrici, ben contente di regalare alla prole in età pre-adolescenziale un modello caratterizzato da un livello di difficoltà "per principianti" sul quale le giovani si sarebbero "fatte le ossa" – invece di rompersele – preparandosi all'utilizzo di modelli e altezze meno agevoli. Soppiantati poco dopo per i kitten heel di Audrey Hepburn, che poi erano una versione accorciata del tacco a rocchetto, oggi li si avvista a qualche fiera del vintage nel castello di Belgioioso, o nelle balere, dove, invece, non hanno mai perso mordente. Torneranno ancora ai nostri piedi? Di certo, che le mode tornino o meno, loro sono ancora lì, a tacchettare agili sulle piste da ballo, in attesa di qualcuno che torni a dar loro il ritmo.

Silvana Mangano sul set di Mambo, film del 1954, con le scarpe con tacco a rocchetto
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