Storia del tacco a spillo, l'arma di seduzione di massa made in Italy

Dagli anni 50 di Armando Pollini passando per gli edonistici 80s e le battaglie femministe: storia di un modello assoluto, che ha scatenato desiderio e contestazione.

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No, non fu merito di Roger Vivier, anche se, all'artista della calzatura – anche noto come "il Fabergé delle scarpe" – bisogna concedere di certo l'onore di averle rese, improvvisamente popolari. Quello che gli anglofoni chiamano stiletto, e in italiano si traduce come "tacco a spillo", è un'invenzione della fantasia maschile, poi trasformata in realtà da degli ingegnosi artigiani lombardi: oggetto di tortura o strumento di seduzione a seconda delle opinioni, il tacco affilato come un ago appare già, infatti, sul finire del 19esimo secolo, in alcuni disegni, a testimoniare un feticismo per le estremità inferiori femminili che poi troverà maggiori fortune solo diversi anni dopo. Se alcuni attribuiscono all'estro vulcanico di Salvatore Ferragamo le basi tecniche, per la prototipia del modello – e in effetti Ferragamo dedicò la sua intera carriera allo studio della perfetta distribuzione del peso sull'arco plantare, arricchendo le calzature dei tacchi più eccentrici, ma sorprendentemente comodi – è comune l'idea che ad avere il brevetto dell'invenzione sia stato Roger Vivier, nel 1954, anno nel quale era in forze come designer di accessori alla corte di Christian Dior. La realtà è che, solo un anno prima, nell'operosa provincia lombarda, Armando Pollini, genio dimenticato dell'ars della seduzione plantare, si confrontò con l'annoso problema dei tacchi in legno, incapaci di sostenere il peso del corpo, se assottigliati al punto di prender la forma desiderata. Per ovviare all'inconveniente, Pollini creò una base in alluminio, che, a differenza del legno, anche sottoposta a pressioni, difficilmente si sarebbe spezzata: un'intuizione esatta, e che gli permise di costruire una calzatura con tacco alto tra gli 8 e i 10 cm (e poi portato da certi designer amanti delle vette, ai 12 cm). Certo, però, a renderle (pop)olari fu, solo un anno dopo Vivier, seguito a stretto giro da altri wunderkind della calzatura, André Perugia e Charles Jourdan: dalle passerelle di Parigi ai piedi delle donne di ogni latitudine, i tacchi a spillo (o stiletto, inglesismo originato dal latino "stilus", a ricordare la lama affilata e sottile dell'omonimo pugnale nato nel Medioevo) divengono velocemente tendenza irrinunciabile, anche se bisognerà attendere gli Anni 60 per vedere la scarpa raggiungere la sua versione finale, con la punta che si affila tanto quanto il tacco dal quale prende il nome, perdendo le rotondità tipiche e rassicuranti degli Anni 50. Il loro regno però dura inizialmente poco, perché con l'arrivo dell'età dei Beatles, per correre dietro ai propri idoli londinesi o anche, più prosaicamente, ai propri impegni quotidiani, il tacco a spillo cede il passo a modelli dalla gestione più spiccatamente quotidiana. Simbolo però di un culto, e anche di una forma sfacciata di erotismo che passa attraverso i piedi, le donne continuano a chiedere di loro nei negozi, atterrite come dopo l'inspiegabile abbandono di un amante. A cogliere la nostalgia, prontamente, sarà Manolo Blahnik, che le riproporrà nel 1974, chiamando il suo modello Needle (ago), seguito nella saggia decisione persino da Biba, negozio di culto nei Cap più hipster, e tra le fasce d'età più giovani, di Londra. Anche qui, però, il regno è di breve durata: in questo caso, non solo il modello viene abbandonato dai commercianti per via delle mode che, come onde, si susseguono in maniera irregolare, durando l'espace d'un matin, ma anche pubblicamente denunciato. Il movimento femminista lo erge a simbolo di un feticcio tutto maschile, un desiderio di mercificare il corpo della donna, degradandolo attraverso l'utilizzo di tacchi alti e scomodi. Un assunto assolutista, una posizione che non ammetteva deroghe, e neanche la possibilità che una donna li indossasse perché voleva sentirsi bella per se stessa, e non per lo sguardo di un uomo, e che però trova all'epoca un certo riscontro, facendo calare di nuovo, il sipario, sul vituperato modello. A farlo risorgere dalle ceneri per la terza volta ci penseranno gli edonistici anni 80, che mettono da parte le velleità di rivoluzione al femminile, e invitano la donna, soprattutto la business woman statunitense, a gareggiare sullo stesso livello degli uomini, adottandone attitudine assertiva, e cercando di raggiungerne le vette lavorative e fisiche (bentornato tacco a spillo). Nasce così una nuova generazione di epigone di Melanie Griffith in Una donna in carriera che macina km con delle sneakers bianche ma a lavoro sfoggia tacchi altissimi. I primi anni 90 sono lo zenith del modello, che assurge definitivamente a simbolo di una femme fatale, pericolosa e potenzialmente mortale, come la Kim Basinger di Basic Istinct. Ad un errore di traduzione si deve invece il titolo di una pellicola di culto della cinematografia almodovoriana, Tacchi a spillo. In inglese High heels, il titolo originale spagnolo era Tacones lejanos, a sottolineare un doloroso ricordo d'infanzia della protagonista – l'attrice feticcio di Almodóvar, Victoria Abril – incapace di addormentarsi fino all'arrivo di sua madre in camera, e il sentimento di angoscia di quando la lasciava, con un ticchettio di tacchi che si faceva sempre più distante. L'incombere del minimalismo dei 90s, di un'idea totalmente differente di donna, sia nella fisicità, acerba e per questo priva delle sfacciate allusioni sessuali a cui invitava il tacco a spillo, che nella semiotica, causa una nuova decade di damnatio memoriae. Una tortura a cui sarà il prodotto televisivo di Darren Starr, partorito dalla penna di Candace Bushnell, a mettere fine: le disavventure amorose di Carrie Bradshaw in Sex and The city, non sarebbero state le stesse, senza l'utilizzo copioso di tacchi chilometrici, dai quali cadere, da farsi scippare in più di una puntata (durante una baby shower dove le calzature vanno lasciate all'ingresso, con il suo paio di Manolo Blahnik che scompare misteriosamente dal tappetino, e poi, durante una rapina a mano armata dove il criminale piuttosto esperto di tendenze, le ordina di consegnarli la sua baguette di Fendi e le sue, di nuovo, Manolo Blahnik). Favorite anche dall'ondata di sensualità promossa dall'allora direttore creativo di Gucci Tom Ford, che, in coppia con la ex direttrice di Vogue Paris, Carine Roitfeld, promosse, attraverso molteplici editoriali e pagine di giornale, l'idea di una donna che tornava ad appropriarsi delle altezze che le erano state a lungo negate, le calzature esploderanno di nuovo nei primi 2000. E nel 2021 post pandemico? Un articolo del New York Times "are people really wearing high heels again?", sostiene che, come dopo ogni evento storico traumatico, dalla grande depressione alle guerre mondiali, ci sia la necessità gioiosa di tornare alla vita, anche – secondo i dati raccolti dal giornale – ricominciando a sfoggiare, seppur con una certa iniziale insicurezza, le scarpe più scenografiche che avevamo dimenticato in fondo al nostro guardaroba. Ma durerà? Conoscendo le alterne fortune dei tacchi a spillo, forse, è troppo presto per scommetterci.

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