Il mondo sostenibile secondo Pitti Uomo

Numeri e non solo. Alla 94esima edizione a Firenze ci si impegna a rendere la moda più sostenibile per il nostro portafoglio. E soprattutto per il nostro pianeta.

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Courtesy Pitti Photo

Iniziamo dai freddi numeri: 1240 marchi presenti, di cui 563 stranieri. 60mila metri quadri di superficie espositiva. 30mila visitatori. 1 percorso articolato in 13 tappe. Più una tabella di marcia al di fuori della Fortezza da Basso, quartier generale della manifestazione fieristica, ricca di eventi, appuntamenti d’eccezione, mostre, sfilate.

Questo e molto altro è la 94esima edizione di Pitti Uomo 2018 a Firenze, uno dei principali motori propulsivi per l’economia italiana. Ma non c’è solo il dato economico. Quello che più fa bene al cuore e alla mente - che devono andare di pari passo per ottenere buoni risultati e risultati che facciano del bene - è l’attitudine etica ed estetica espressa da ogni azienda presente. Viviamo giorni in cui il nostro paese, diciamocela tutto, non sta facendo una grande figura. Ai nostri occhi e a quelli del mondo. Sarebbe bello che proprio il mondo in cui viviamo somigliasse a questo Pitti, in cui tutti si impegnano a rendere la moda più sostenibile al portafoglio e al pianeta. Parleremo più avanti delle grandi tendenze di moda maschile (e genderless) che si vanno affermando per la prossima primavera-estate 2019, ma su tutte emerge un corale intento alla salvaguardia del corpo e dell’ambiente, secondo uno stile che protegge più che esibire e sceglie sempre più materiali bio-compatibili, perché la Terra non ci appartiene, ma siamo noi ad appartenere a lei.

«Ho sempre detto ai miei figli: la nostra azienda non appartiene a noi, siamo noi ad appartenere a lei», dice Claudio Marenzi, titolare dell’italianissima Herno che da 70 anni tondi produce impermeabili per sé e per terzi. E da 50 anni tondi è presente in Giappone, «un paese in cui ci rispecchiamo perché hanno la nostra stessa cultura del dettaglio e dell’unire funzione a bellezza».

I 70 anni di Herno festeggiati alla Leopolda a Firenze.
Antonella Bussi

Un compleanno celebrato con una mostra dal titolo che è un acronimo, L. I. B. R. A. R. Y. , che letto di seguito si legge come “biblioteca” ma viene riscritto come “Let Imagination Break Rules And Reveal Yourself”. Alla Stazione Leopolda, una carrellata sulla storia di un marchio importante perché solido, affidabile e bello. Un anniversario festeggiato («abbiamo gli stessi anni della Costituzione, più italiani di così», sorride Marenzi) senza alcun intento archivistico, se non la documentazione di un passato che è creatività e utilità, «utile da conoscere perché la storia deve essere imparata e poi dimenticata per andare incontro al futuro», conclude Marenzi che a Milano, in ottobre, aprirà il primo spazio monogriffe.

Il rapporto con un passato denso di ricchezze come un forziere del tempo che dispensa i suoi tesori a chi esercita la memoria in modo intelligente e connettivo è da sempre la cifra stilistica di Alessandro Michele, direttore creativo e mente ideativa della meravigliosa “macchina senza tempo” su cui fa rombare le sue idee per Gucci. E così, nello spazio Gucci Garden, che è diventato emblema e alfiere di quello shopping esperienzale su cui baseremo i nostri acquisti, ospita due nuove sale, chiamate “Period Room” in cui esporre esperimenti sartoriali, collaborazioni con artisti, creazioni uniche. Ora vi troneggia l’abito creato per Björk e da lei indossato per il video di The Gate.

L’abito di Gucci per Bjork.
Courtesy Photo Gucci

Un’esplosione iridescente che è trionfo di artigianalità e tecnologia (ricamato a mano su un tessuto trasparente che sembra ritagliato dalle bolle di sapone) e ha richiesto migliaia di ore di lavoro per essere realizzato. E poi un nuovo film nella saletta del Gucci Cinema, nuove collaborazioni con artisti per disegni stampati con “tipologie umane fiorentine” a cui si aggiunge anche una sostanziosa donazione per il restauro e il mantenimento dei giardini di Boboli, di cui ieri i primi risultati sono stati mostrati a Dario Nardella, sindaco della città.

Mai come durante il Pitti, neanche durante la stagione più turistica, Firenze infatti diventa cosmopolita, internazionale, multiforme. E la sua bellezza rinascimentale aumenta questo senso di armonico appartenere a un pianeta migliore, più bello e più sano. Per esempio, il fastoso Palazzo Pucci, in via de’Pucci, dove il marchese Emilio Pucci aveva casa e sede, riapre ora le sue porte con una retrospettiva di quella moda pratica e colorata, giocosa ed elegantissima, che in Pucci trovò il suo inventore.

Arcobaleno di mannequin a palazzo Pucci.
Antonio Mancinelli

Anche qui il discorso sull’eredità estetica, su quello che chiamano “heritage” di un marchio si fa confronto con l’oggi e con le varie epoche. Nuovi abiti dalle inconfondibili e variopinte stampe sono stati pensati come installazioni d’arte nei corridoi e nei saloni dell’aristocratico palazzo: a indossarli, manichini di Bonaveri che mettono in scena capacità di stile, di savoir-faire e di assoluta modernità, che risiede sempre in ciò che nasce da un pensiero dedicato a raggiungere un obiettivo. E su questi tre piani cronologici, il palazzo rinascimentale, le stampe e gli accessori originali degli anni 50 e 60 e le creazioni datate 2018, c’è un filo unico, sottile e resistentissimo. La coscienza che guardare avanti significa avanzare con lo sguardo rivolto all’indietro: un po’ come l’Angelus Novus del dipinto di Klimt, studiato da Walter Benjamin. Un angelo - noi e il tempo - che viene in avanti con le ali spinte da una tempesta, mentre ha il viso rivolto all’indietro. Già, in questi giorni il desiderio è che il nostro paese sia sempre più simile alla nostra moda. Sarebbe bello, se andassero di pari passo. Governi permettendo.

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