"Perché a 27 anni ho iniziato a mettere il reggiseno di mia nonna"

O di come uno scroll su Instagram ha autorizzato la riconciliazione generazionale più sacra (e intima) ever.

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La brevità è l'anima della lingerie. Quando Dorothy Parker puntellava di inchiostro le pagine più ciniche, caustiche e seducenti di tutto l’Upper West Side dei Ruggenti, stava (in)volontariamente smontando i sostegni dei cassettoni matriarcali della biancheria intima di tutto il Vecchio Continente. Lì dove brevità e lingerie sono concetti che la storia del costume (e dei costumi) non ha mai cucito insieme. Lì dove triangoli di cotone bianco latte sono stati ricamati a circonferenze di elastici color cappuccino, e dove la parola merletto è stata sillabata (e confezionata) a voce bassa da generazioni di sarte con il tricolore in petto. Così, mentre gli americani imparavano a fare lo spelling dei termini spandex, push up, bralette, le nostre nonne (ci) preparavano il terreno e i comò ad anni di culotte in filo di Scozia, reggiseni con ferretti filo criminali, mutandine a vita (e resistenza ai lavaggi a mano) altissima.

È mentre mi convinco che la lingerie in latex può essere un affaire intimo che va oltre i boudoir teatrali, che si può scegliere la vita devota ai copricapezzoli senza passare dal via di balconcini imbottiti (di aspettative), che il body cifrato è il nuovo corsetto merlettato, che decido di votarmi all’intimo anti-age per antonomasia, quello della nonna. Reggiseni bianchi che profumano di candeggi sotto il sole e sopra le terrazze, mutandine generose nei centimetri di tessuto e nelle intenzioni comfort, toppini a fior di pelle ottimizzati in sottogiacca diversamente (?) sensuali. Obbligatori da bambina, ripudiati da adolescente, rivalutati all’alba dei trenta, i completini intimi semplici, classici, tradizionali(sti) sono stati stata una scelta underwear più pruriginosa a dirsi che a farsi. Perché, nei fatti, indossare quella combo reggiseno-slip che le nostre madri, zie, bisnonne carezzavano tra i cestoni dei mercati rionali o spulciavano tra gli scaffali dei supermercati mi ha autorizzato ad apprezzare la sacralità di un passaggio generazionale giocato tra i bordi sottili e le sgambature basse.

Un passaggio intimo e intimista, un cerimoniale che segue etichette famigliari, un galateo (semi)nascosto sotto abiti che si fanno via via impalpabili allo scorrere delle stagioni, la lingerie più pop-olare tra donne di famiglia diventa l’accessorio-non accessorio nécessaire ai capricci di cotone organico. E lo fa per mezzo di quella che è la vetrina autocelebrativa dei nostri tempi, quella che filtra le imperfezioni e le consacra allo stesso tempo, quella dove un paio di culotte con dettagli al punto croce fa il verso alle stoffe inamidate, conservate dentro i bauli in legno che si schiudevano alla consegna della dote. E dove costine visibili solo in caso di incontri ravvicinatissimi scorrono allo scrollare dei profili Instagram di brand indie di intimo online. E dove l’istantanea di una modella di solo cento per cento cotone vestita sarebbe il ritratto perfetto a una didascalia di Dorothy Parker, non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio dogma.

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