Bentornata, minigonna! Ma te n'eri mai andata?

Tutti pazzi per Mary (Quant). A Londra una mostra celebra colei che fece diventare la mini un patrimonio di tutte.

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Capita spesso ai grandi sovversivi: dopo aver causato terremoti emotivi e sociali, si ritrovano a essere dei classici. È successo così a tante persone e a tanti oggetti che sono simbolo di un’epoca, soprattutto quando sono connessi a evoluzioni e mutamenti della cultura collettiva, come la moda e il desiderio di mostrarsi e apparire al mondo. Così sia anche per la minigonna, celebrata a Londra, al Victoria & Albert Museum, con una grande mostra intitolata a Mary Quant (fino al 16 febbraio 2020), la stilista che sdoganò quel pezzo di stoffa negli anni Sessanta. In tempi di #MeToo e slogan parafemministi è particolarmente interessante ripensare all’eredità della minigonna e della designer che l’ha fatta indossare a milioni di ragazze nel mondo e che l’11 febbraio scorso ha compiuto 89 freschissimi anni: ce l’avranno anche raccontata un sacco di volte, ma è ancora oggi una lente d’osservazione insostituibile per comprendere il femminile contemporaneo. Perché se da un lato tutte ne possediamo una, esattamente come un trench, una camicia bianca o un paio di jeans, dall’altro invece si continua a discutere animatamente (come se avessimo mai smesso, poi) di immagine della donna e di liberazione del corpo.

La stilista Mary Quant nei primi anni Sessanta nel suo studio londinese.
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La curatrice della retrospettiva londinese, Jenny Lister, in un’intervista al Guardian, ha spiegato bene cos’ha reso Quant un personaggio unico: intanto, era lei la prima a indossare i vestiti che disegnava, antesignana quindi delle influencer (ma solo di quelle brave), e poi è riuscita a dare alle ragazze dei suoi tempi degli strumenti che prima non possedevano, per potersi affermare. Di mezzo c’è quella parola inglese, ahimè quasi intraducibile, che abbiamo imparato a intercettare negli ultimi anni più che altro quando cercano di venderci qualcosa: e cioè “empowerment”, che sta per “sentirsi in grado di”, “potere” nel senso di esplorazione infinita delle proprie possibilità di essere umano. E la minigonna ha significato tutto questo «in un momento in cui la parola “sessismo” non esisteva nemmeno», ha specificato Lister.

Jane Birkin e Serge Gainsbourg nel locale "Le Palace" di Parigi, anni Sessanta.
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Ha poi inventato anche Twiggy, che aveva diciassette anni e faceva la parrucchiera quando la stilista l’ha scelta come testimonial, inaugurando con lei il prototipo della modella fanciullesca e, in seguito, anche l’incubo delle adolescenti di mezzo mondo che volevano essere magre come lei. La sua boutique Bazaar, aperta nel 1955 a King’s Road insieme al marito Alexander Plunket Greene, aristocratico inglese tra le altre cose nipote del filosofo e matematico Bertrand Russell, spunta nel bel mezzo di un quartiere, Chelsea, che è diventato in quegli anni punto di ritrovo di artisti, registi e socialite interessati a investigare nuovi modi di vivere e di vestire. Dieci anni dopo Mary Quant è già leggenda e il prototipo di donna che ha contribuito a costruire è il simbolo di un’epoca le cui rivendicazioni sono arrivate intatte fino ai giorni nostri. Dalla trasgressione gioiosa dei Sessanta, con gambe in vista e colletti da Peter Pan, alla rivendicazione arrabbiata de «il corpo è mio e lo gestisco io» dell’ondata femminista “arrabbiata” dei Settanta, per arrivare al suo utilizzo in chiave seduttiva negli anni Ottanta.

Lily-Rose Depp alla prima de L’uomo fedele.
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Oggi la minigonna appare sulle passerelle accompagnata da calze scure, leggings psichedelici, gambaletti e stivaloni, oppure abbinata a giacche dalle spalle larghe, larghissime (le donne del presente sentono il peso del presente e ci tengono a rimarcarlo), è curioso ritrovarla immancabilmente in giro, in metropolitana, nei locali, vessillo di un guardaroba transgenerazionale che abbraccia sia le adolescenti della Generazione Z sia le Millennial, ma anche tutte le altre.

Hailey Baldwin a spasso per Los Angeles
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Perché le donne non sono mai state così in forma oppure, azzardiamo, così sicure di sé. Oggi mettersi una minigonna significa liberarsi da tutte le paranoie accessorie che siamo abituate ad associare al corpo, e al corpo delle donne in particolare, siano le cosce e i polpacci grossi, i peli, la cellulite, il colorito, le smagliature, i tatuaggi, le cicatrici e qualsiasi altro deterrente a scoprirsi ci siamo inventate negli anni. E tra le paranoie mettiamoci pure quella che, in minigonna, agli uomini si lancino messaggi più o meno equivocabili: fatti loro, se si voltano a guardarci, ma attenti a cosa dite e a dove mettete le mani.

Alicia Wikander mentre entra all’ultima sfilata di Louis Vuitton.
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Un messaggio piuttosto semplice, per se stesse e per gli altri: se c'è una cosa su cui siamo tutte d'accordo + che oggi ce l'abbiamo tutto quel diritto a sentirci libere, di provocare, di respingere, di sedurre. E di abbinare alla minigonna sneakers, tacchi alti o ballerine, senza preoccuparci di certe regole dello stile. È un invito, insomma, a ritagliarsi uno spazio nel mondo dove sedersi con le nostre fisicità imperfette, e si sposa bene con le battaglie della quarta ondata femminista che passa soprattutto per i social e lavora sul ribaltamento delle tante rappresentazioni femminili, scoprendone di nuove e finora ignorate. La minigonna se la mettono, giusto per fare qualche esempio, Ariana Grande e Loredana Bertè, la bop star sexy e grassa Lizzo, nuova icona della body positivity in America, e Maeve, il personaggio della ragazzina smilza e punk, interpretata da Emma Mackey, in Sex Education su Netflix, con tanto di anfibi e calze a rete, perché non c’è nulla che ti fa sentire sicura di te come poter mostrare al mondo le tue gambe. È una sfida, anche: a migliorarsi per alcune, a fregarsene per tante altre. È consolatorio osservare che oggi le ragazze, le donne di ogni età si scoprono come vogliono, basta farsi un giro su Instagram. O, più semplicemente, nelle strade delle città.

#MCBodytelling

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