Per quanto ancora parleremo della linea Drew House di Justin Bieber?

Taglie democratiche, attitudine chillax e un universo a tinte beige: cosa (e chi) c'è dietro Drew House, il marchio di streetwear che si candida a diventare il nuovo Supreme.

image
instagram.com/drewhouse

Paint it beige. Forse la canzone di Mick Jagger e soci non avrebbe avuto lo stesso successo, se si fosse chiamata davvero così. Certo è, però, che gli epigoni proto-pop dei Rolling Stones, negli Anni 10, sembrano pensarla diversamente, sull'arcobaleno cromatico de rigueur, nella vita e nell'armadio. Perché dietro il nuovo brand feticcio dei millennial e della Generazione Z, Drew House, si nasconde il caschetto biondo di Justin Bieber. Ex teen idol inattivo musicalmente da diverso tempo (esattamente dal 2015, anno di uscita del suo ultimo lavoro, Purpose), il canadese sembra essere stato folgorato sulla strada di Kanye West. In effetti, Drew House, il cui debutto ufficiale sul sito dedicato risale a gennaio, prende abbondante ispirazione dall'avventura - va detto, con alterne fortune - nel ready-to-wear, del rapper, Yeezy.

Sarà moda, o forse il sole della California a bruciare colori e tessuti, ma nell'armadio di Justin Bieber, tutto è indistintamente beige. Nella collezione di Drew House - dicitura che prende spunto dal secondo nome del cantante - cappellini, felpe e pantaloni in velluto a costine in nuance, ovviamente no gender, dominano senza lasciare spazio d'espressione a qualunque altra variabile dell'arcobaleno, un po' come era successo con Yeezy, seppur con molte meno ambizioni artistiche. Se infatti la collezione del marito di Kim Kardashian era stata presentata con una performance immaginata dall'artista Vanessa Beecroft, quella di Justin, molto più realisticamente, entra nei desiderata dei millennial e della Generazione Z, con delle polaroid (pure quelle bruciate) e un immaginario che rimanda alla skate culture degli Anni 70, tra strade assolate e Corvette parcheggiate fuori dai cortili. Improbabile icona di stile, eppure sagace imprenditore, Justin Bieber si è già accaparrato il copyright del nome, così come di Drew, e La maison Drew, nel caso nel quale gli andasse di iscriversi alla Camera della couture parigina. Peccato non avercela fatta anche con House of Drew, ma è già un bed and breakfast in Ontario, pazienza. Il primo oggetto della collezione, di cui, come Kanye, ha regalato delle anticipazioni attraverso il suo profilo Instagram e quello di sua moglie, Hailey Bieber (nata Baldwin), è stato un paio di pantofole da hotel con il logo, quello smiley che al posto della bocca ha il nome del brand. Costo: 4,99 dollari. Ovviamente sold out, anche se su Ebay si rivendono per 300 dollari.

Il resto della linea Drew House, in realtà, non sposa certo l'economia. I prezzi, però, vengono giustificati dalla metodologia di produzione: tutta etica, tutta made in Los Angeles. Chissà se però importa davvero a quelli che hanno acquistato il primo drop a gennaio, e che è andato immediatamente in esaurimento scorte. I nuovi wannabe Tony Alva si sono affrettati ad acquistare camicie - che potrebbero tranquillamente trovarsi in un negozio di Carhartt - t-shirt e hoodie, anche se l'ingranaggio nuovo di pacca non era perfettamente oliato. Nonostante il sito promettesse la consegna entro 5/7 giorni lavorativi, i capi ci hanno messo più di un mese ad arrivare nelle case degli americani, generando lamentele, certo, ma costringendo a lunghe attese, e aumentando il livello di desiderabilità. Non sarà forse l'attesa del pantalone - con il logo scritto a caratteri cubitali proprio lì - essa stessa il pantalone? Generando interrogativi shakespeariani che tolgono il sonno, l'attesa è salita esponenzialmente in previsione del secondo drop sul sito, arrivato di recente. Ambizioni da Supreme, il marchio nato nel 1994 e sinonimo stesso della coolness che arriva dalla strada - ma non disdegna collaborazioni con marchi come Louis Vuitton e Jean-Paul Gaultier - Drew House è già indosso ai millennial che contano, da Jaden Smith (figlio di Will) alle immancabili minori del clan Kardashian, Kendall e Kylie, così come il compagno dell'ultima, il rapper Travis Scott. Un risultato non da poco per Bieber, che ha fatto dello stile sleazecore - dicitura anglofona nata per definire il suo stile - un mantra. Figlio del normcore nato negli Anni 90, e ritornato in auge di recente, lo sleazecore ne rappresenta l'evoluzione, non esente da ironie. The Cut lo definisce infatti come "l'uniforme perfetta dei teenager che vendono erba nel parcheggio di un fast food". Sicuri di sé al punto di camminare per strada con le ciabatte dell'hotel, o usare i lacci delle scarpe come cintura di pantaloni - solo di Vetements, non scherziamo - Justin Bieber, l'attore Jonah Hill e il comico Pete Davidson sono impegnati in prima fila, nella traduzione di questa nuova filosofia stilistica, che elargiscono alle masse dei loro follower senza parsimonia.

E sleazecore, troppo cool per prendersi sul serio - o rispettare le regole base della grammatica - è anche il sito: la sezione bio recita infatti ”Drew House è un posto dove puoi essere te stesso. blah blah blah blahsdbksjdfhl indossalo come ti pare.ok. Bye". Altrettanto eclettiche le descrizioni dei singoli pezzi. Se il pantalone Chaz - omaggio all'amico d'infanzia Chaz Somers - è "perfetto per fare le cose che normalmente si fanno, con i pantaloni", il maglione nero a collo alto è "quello che un giovane, e rilassato Steve Jobs avrebbe indossato". Una visione artistica - ambiziosa non solo nei prezzi, ma soprattutto nell'immaginarsi uno Steve Jobs rilassato - che Bieber non ha però partorito da solo. Dietro al progetto c'è anche il suo ex stylist, Ryan Good. In una recente intervista a GQ, puntellata dei termini chiave “cool” e “chill”, Good ha ammesso che le quantità limitate si devono alla scelta di produrre tutto in proprio, senza affidarsi a grossi distributori, e che non ci sono progetti rispetto all'evoluzione creativa della linea, già autoconclusiva, come una puntata di Black Mirror, destinata a ripetersi con minime variazioni ad ogni drop. Disponibile in una varietà democratica di taglie, da XS a 2XL (anche se il consiglio di styling riportato in ogni descrizione è quella di scegliere ogni pezzo una taglia più grande, per favorire la chillness di cui sopra) la sfida a Supreme è lanciata. Ne parleremo ancora la prossima stagione?

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Tendenze