Storia del tessuto Wax che vale oro (perché) orgogliosamente made in Africa

L'oro formato stoffa delle Nana Benz, venditrici ufficiali di wax e donne in carriera (sono state le prime donne a potersi permettere una Mercedes-Benz, molto prima degli uomini, per dire).

image
Courtesy of Dior / Morgan O'Donovan

Se le passerelle potessero parlare quella di Maria Grazia Chiuri a Marrakesh sussurrerebbero wax? In occasione delle collezioni cruise 2020 infatti, madame Dior ha definitivamente consacrato il famosissimo tessuto africano elevandolo nell'Olimpo dell'Haute Couture attraverso gonne imperiali e fasce per capelli tutte rigorosamente in wax africano. L’estate 2019 dunque inizia sotto il segno del tessuto africano più ancestrale del mondo e per evitare di incappare in scivoloni couture/politik che rispondono al tema di "appropriazione culturale", resi un alert quotidiano da profili Instagram iper influenti (Diet Prada in primis), la più antica delle texture africane, ora tornata nel file dei fashion trend, va compresa sin dalle sue origini.

©Nadine Ijewere

Quindi: da dove viene il wax, notissimo tessuto africano? Chi lo ha inventato? E soprattutto, com’è arrivato dai mercati di Abidjan in Costa d’Avorio alle passerelle dell’Haute Couture? A spiegarlo (per filo e per segno) ci pensa un coffe table book firmato dalla massima esperta di tessuti africani in circolazione, Anne Grosfilley. In WAX & co. Antologia dei tessuti stampati d’Africa (edito da L'Ippocampo) la studiosa narra la storia del tessuto stampato, lunga più di 150 anni, senza tralasciare alcun dettaglio e corredata da un repertorio di illustrazioni da tenere a mente (non spoileriamo). Prima nozione fondamentale da sapere, e Anne Grosfilley lo precisa fin dalle prime pagine del suo libro, è che il wax - rullo di tamburi - non è, come tutti pensiamo, un tessuto africano. “Il più emblematico tessuto africano è in realtà un prodotto elaborato dall’Europa per sedurre le popolazioni dell’Africa occidentale,” scrive la Grosfilley.

Oggetti di eleganza, Vlisco A1315, dit « Z’yeux voient, bouche dit rien » (2011) Paesi Bassi.
Courtesy Vlisco Group

A inventare il wax furono gli Olandesi stanziati in India, i quali con l’obiettivo di creare un tessuto che potesse far concorrenza al famoso batik di Giava, finirono per trovarsi tra le mani una creazione “inutile” in quanto neanche lontanamente paragonabile a quella fabbricata dagli artigiani locali. Intenzionati dunque a trovare un nuovo mercato, entrarono in contatto con alcuni missionari che raccontarono loro del grande successo avuto dai batik presso la popolazione della Costa d’Oro (Ghana del sud). Ad averli importati la prima volta in Africa era stato un mercante, Brown Fleming, a cui HKM (la compagnia produttrice di wax poi diventata Vlisco) concesse l’esclusiva di vendita, dando il via al successo del tessuto. Qualche anno dopo diversi industriali europei decisero di lanciarsi nell’industria del tessuto stampato e molti di loro (tra cui l’inglese ABC eterna rivale di Vlisco) trasferirono la produzione direttamente nel continente africano: è così che il wax è passato alla storia come un tessuto "nativamente africano".

Eva Blue/Unsplash

In pratica come è fatto quindi il wax? Anne Grosfilley riassume i complicati step di fabbricazione in sei passaggi fondamentali, per essere ancora più essenziali però potremmo dire che nella pratica è un tessuto di cotone bianco che al termine di una ventina di lavorazioni si trasforma in un incredibile batik industriale. Il nome la stoffa lo deve alle resine (cere, wax appunto) che nella lavorazione vengono rimosse mano a mano per lasciare spazio di infiltrazione ogni volta a nuovi colori che rimangono poi impressi sul tessuto e risultano in quello che la Grosfilley definisce un prodotto perfettamente imperfetto e per questo il non plus ultra dell'artigianale.

Attenzione però perché non è tutto wax quel che luccica. Anzi. Oggi la maggior parte dei tessuti che ne hanno le parvenze di fatto non lo sono. Gli esperti definiscono queste copie dei fancy, ovvero stoffe caratterizzate da disegni wax (che per inciso sono tutti registrati con diritti d’autore annessi) semplicemente stampati in serigrafia su un lato del tessuto (soprattutto in Cina). Trovare un wax originale oggi risulta dunque sempre più difficile, nonché alquanto costoso: è per questo che molte donne africane conservano e tramandano gli abiti e i pagnes con i sigilli olandesi originali di generazione in generazione. Un investimento più sicuro dell’oro.

Annie Spratt/Unsplash

A questo punto la domanda appare scontata: ma il wax dove si compra? In Africa of course, ma non in una banalissima bancarella casualmente collocata tra quella della frutta e quella della verdura. In ogni mercato esiste infatti una zona ben delimitata dedicata solo e solamente al commercio di wax. È qui che si incontrano le Nana Benz, venditrici ufficiali di wax e donne in carriera (sono state le prime donne a potersi permettere una Mercedes-Benz, molto prima degli uomini, per dire). Una volta scelte le vostre stampe ci si reca dal couturier locale per farsi confezionare un abito su misura. Qui non resta che lasciarsi ispirare dalle riviste ad hoc (googlate Uniwax e innamoratevi) o affidarsi alle mani esperte del sarto, molto spesso considerato un vero e proprio stilista, per un prodotto 100% made in Africa.

Attraverso i suoi disegni inconfondibili il tessuto africano per eccellenza è in grado di parlare di tutto, dall'amore al lutto, dalla religione alla politica (basti pensare ai wax dedicati a Obama o alla Regina Elisabetta) passando per donne, diritti e parità. E se nell’era della fashion consciousness etico = bellissimo, un tessuto con una storia come quella del wax africano non ha prezzo.

"WAX&CO. Antologia dei tessuti stampati d’Africa" di Anne Grosfilley
Edizioni L’ippocampo


Anne Grosfilley, presenterà il suo libro al C.I.Q - Centro Internazionale di Quartiere (Cascina Casottello, Milano) in un incontro organizzato dall’associazione Lo Sguardo degli Altri il 19 maggio alle ore 18. Nel corso della serata, sarà presentato il progetto di integrazione e design dell’opificio trevigiano Talking Hands che coinvolge richiedenti asilo e utilizza nei propri progetti anche il wax. Info: organizzazione.sunugal@gmail.com

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Tendenze