La borsa più famosa di Louis Vuitton, nata per portare champagne (dall'altra parte del mondo)

Dalle necessità di un produttore di bollicine, fino agli Anni 60 del boom: mitologia della borsa a secchiello, accessorio frizzante dedicato ad un uomo "biblico"...

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Una creazione ad alto tasso alcolico, il secchiello di Louis Vuitton. Bisogna andare indietro nel tempo, fino agli Anni 30, per tracciarne l'origine. Tra le borse evergreen, uno tra i grandi classici da avere nel guardaroba al pari di un trench e di un little black dress, non fu inizialmente progettato per gli scopi che ci si immagina. Il contesto storico è quello di un paese, la Francia, ancora lontana dagli orrori della guerra, la cui high-society viaggia finalmente libera per i due emisferi, complice la Seconda rivoluzione industriale, che aveva prodotto macchine, canali artificiali navigabili, ferrovie transcontinentali, la transiberiana e l'Orient Express, che andava da Londra a Istanbul passando per Atene e Parigi, al cui lusso si è ispirato parzialmente Wes Anderson nel suo film del 2007 Il treno per il Darjeeling.

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E proprio alla quantità di bagagli dei tre fratelli litigiosi del film di Anderson – nello specifico Adrien Brody, Owen Wilson e Jason Schwartzman – bisogna pensare, quando si riflette sulla quantità di bauli che una certa aristocrazia affluente riteneva indispensabile per spostarsi anche solo per un paio di settimane. Lontani dalle problematiche e delle restrizioni sull'odiata baggage policy, i bauli erano dei veri e propri armadi su due ruote, forniti ad esempio di scarpiera e beauty incorporato. Ognuno aveva le sue specifiche esigenze, e i più affluenti si affidavano alla maestria di Louis Vuitton. Quando però si presentò, nel 1932, un eclettico industriale con una impellente necessità, fu Louis-Gaston, figlio del fondatore dell'impero Louis Vuitton, ad avere il lampo di genio. Gaston padre, ormai anziano – sarebbe morto 4 anni più tardi – era accumulatore seriale di libri, appassionato di giardinaggio e dotato di una fervida immaginazione, che poi gli avrebbe fatto concepire soluzioni di trasporto al limite dell'ingegneria. Nel caso specifico, il produttore di champagne aveva bisogno di una borsa atta a trasportare 5 bottiglie di bollicine, assicurandone l'interezza fino all'arrivo – che poi non si sapeva bene dove dovesse andare, con 5 bottiglie di bollicine, forse dall'altra parte del mondo, forse a fare un déjeuner sur l'herbe. Fu da lì che nacque il secchiello loggato di Louis Vuitton, con tracolla, immaginato come perfetto porta-champagne – 4 bottiglie si posizionavano in piedi, e la quinta, si posizionava al contrario, nel mezzo.

Le borse di Louis Vuitton
Laurent MAOUS


La borsa però, come tutte le altre realizzate all'epoca della maison, era custom made, e non si pensò di commercializzarla. Poi arrivarono gli Anni 60, e quella forma tondeggiante, su quella di tela di canvas rigido, il Monogram, conquistò le parigine, e poi tutte le altre donne, che non ci misero di certo le bottiglie, ma, si immagina, vi custodirono oggetti personali altrettanto frizzanti, come gli anni della rivoluzione giovanile. Nel 2010, dopo aver resistito al tempo, l'allora direttore artistico Marc Jacobs pensa di aggiornarla, aggiungendole dei manici e declinandola in versioni Limited, collaborazioni con artisti, intessendola nella pelle colorata Epi, lanciata dalla maison per la prima volta nel 1985. Il nome dello specifico modello, Noé, poi copiato da tutti gli altri in innumerevoli varianti similari, viene aggiornato con un gioco di parole, divenendo NéoNoé, ma l'onomastica degli inizi rimane biblica: a ispirare il nome fu in effetti proprio il Noé dell'arca che, di leggendario, si racconta, non aveva solo l'attitudine alle imprese, ma anche la capacità di sostenere l'alcool. Consegnandoci una borsa figlia di un peccato originale, e però desiderabilissimo.

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