Résumé, Holzweiler & Co: sarà Copenhagen la città della moda del prossimo decennio?

Sussulti celiniani, stampe tie-dye e tinte acide prese a prestito dallo streetwear: chi sono i nuovi indie brand che illuminano il cielo sopra la Danimarca.

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Szymon BrzoskaImaxtree

Sarà Copenhagen la nuova capitale della moda? Ce lo si chiede, tra fashion editor disperati alla caccia del prossimo trend, o del prossimo marchio irrinunciabile negli armadi di lui e lei, scorrendo la newsfeed di Instagram, tra profili di conclamate influencer e sedicenti trend-setter, che sembrano ormai rifuggire le maison troppo mainstream per navigare, tutte insieme, controcorrente, nel Mare del Nord. Dopo l'avvento di Ganni – anche se, il primo brand arrivato dal nord, e però di Stoccolma, a divenire davvero globale, è stato Acne Studios nella seconda parte degli Anni 90 – la fashion week di Copenhagen è divenuto rendez-vous preferito di jeunes filles en fleurs, principesse pop e attrici dalla bellezza algida, e natali nordici – Alicia Vikander su tutte. Vacillano le certezze di chi, banalmente, ha sempre cercato lumi sul futuro dello stile nella rassicurante vecchia Europa della moda, nella virtuosa triangolazione Milano-Londra-Parigi.

A voler seguire le orme proprio di Ganni – alfiere della coolness made in Scandinavia 2.0, fondato nel 2000 come brand dedito alla maglieria e poi trasformatosi in fenomeno globale, tanto da entrare nell'orbita del conglomerato del lusso di LVMH e arrivare con dei flagship store negli Stati Uniti, suo mercato d'elezione, già quest'anno – sono in molti. Oltre all'astro nascente della fashion week di Copenhagen – dal 27 al 31 gennaio 2020 – Cecilie Bahnsen, si parla molto anche di Résumé, fondato dalle due sorelle Anne Louise Faurholt e Emma Lohmann nel 2016. Le tinte acide o le stampe tie-dye trovano il loro perfetto contraltare sartoriale in blazer over e maschili, mentre quel french touch che riverbera anche nel nome del marchio, è in abiti svolazzanti e vaporosi con microstampe floreali.

Il contrasto tra pezzi d'abbigliamento che rappresentano ossimori stilistici (l'eccesso di un cappotto pitonato abbinato all'imprescindibile maglione razionalista a collo alto e costine total black) è alla base della combo estetica del marchio.

Un approccio seguito anche da By Malene Birger , altro brand ormai punto fermo della Copenhagen fashion week, ancora più ambizioso nei volumi (maxi gonna in pelle nera e maxi maglione avana ) che guardano alla mitologia celiniana, nell'era leggendaria e sempre molto copiata di Phoebe Philo, e nelle cromie, che puntano sulla sofisticatezza di toni neutri e verdi bosco.

Nasce in Norvegia nel 2012 ma, neanche a dirlo, sfila a Copenhagen, Holzweiler, già visto addosso a Gigi Hadid. Il ripensamento dei classici dell'outerwear, anorak e bomber, va di pari passo con pezzi sportwear pop ( e forse più facili da vendere). A renderlo unico, un approccio sostenibile sin dalla fondazione, che fa propendere il marchio per l'utilizzo di tessuti riciclati, così come dell'organizzazione di eventi per pulire le coste norvegesi, massacrate, come quelle di ogni latitudine, dai rifiuti.

Chi invece ha bisogno di un completo maschile composto da blazer e pantaloni rigorosamente over, obbligatoriamente senza cuciture in vista, meglio se in toni cromatici assoluti, bianco e nero, con l'aggiunta del senape, che ha sempre quel retrogusto pensoso e riflessivo, va da Mark Kenly Domino Tan. Tra le adepte alla religione del tailoring made in Copenhagen – e che però si è formato a Londra e Parigi, negli uffici stile di Balenciaga e Alexander McQueen – c'è la Principessa Mary di Danimarca, spesso avvistata con abiti custom-made.

Sempre parlando di reali, il voto della regina Vittoria – così come quello di Alicia Vikander e Maggie Gyllenhaal – vanno invece a Rodebjer, fondato dalla nativa svedese Carin Rodebjer a New York, e velocemente riportato in patria, vista ormai la conclamata irrilevanza delle passerelle newyorchesi. Vestiti in tinte acide, top in seta dévoré, field jacket in denim, prairie dress e maniche a sbuffo, il guardaroba del marchio è un furbo pastiche di tutti i trend dell'ultimo decennio, privo di un'identità definita ma comunque affascinante e rivoluzionario agli occhi delle influencer statunitensi.


Il denominatore comune di tutti questi nuovi protagonisti nella costellazione a nord dell'emisfero modaiolo – Ganni escluso, vista la sua raggiunta fama globale, così come Cecilie Bahnsen, supernova assoluta del cielo sopra Copenhagen – è però in prezzi pop abbastanza da poter essere ambiti anche da chi non ha il portafoglio (o le sponsorizzazioni) delle frequentatrici solite del front row di Copenhagen. Su Asos i pezzi in saldo di Résumé, dalla gonne gingham a 95 euro al vestito estivo con stampa ciliegie a 130, sono già sold out, le borse By Malene Birger inondano Vestiaire Collective con prezzi democratici, i bomber in rosa fluo di Holzweiler si comprano con i saldi stagionali a 288 euro. Pezzi che sicuramente meritano un'occasione, e il conseguente investimento. Tra dieci anni, però, ne parleremo ancora con lo stesso affetto che riserviamo a quei jeans di Acne Studios o a quella borsa Céline – per citare le due divinità principali di riferimento per Résumé and Co. – acquistati certo, con grandi sforzi economici, ma già oggi considerabili dei classici senza tempo, incapaci di risultare fuori moda (forse perché "di tendenza" non lo sono mai stati)? Per adesso, Parigi, Milano, e Londra, possono tirare un sospiro di sollievo. L'invasione danese è (momentaneamente) ritardata a data da stabilirsi.

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