Re-use, resell, recycle: come il mercato del vintage ha già vinto tutto nel 2020

Dati, previsioni, prodotti più richiesti: il second-hand è lo shopping (buono) e compulsivo, della nuova decade. I "colpevoli"?Instagram, il climate change, e Marie Kondo.

Renaissance style portrait
Vasilina PopovaGetty Images

Ecosostenibilità e diminuzione dell'impronta di carbonio; Instagram Culture; Marie Kondo; le nuove regole del possesso perfetto; sono variegate e molteplici le motivazioni che hanno spinto molti report carichi di numeri, a decretare che quest'anno, sarà quello dell'esplosione del vintage. Se Business of Fashion aveva già espresso la sua opinione attraverso il classico The state of fashion di fine anno, stilato grazie a McKinsey, a rincarare la dose ci hanno pensato il report annuale di ThredUP, e-tailer americano, così come quello di Vestiaire Collective, noto sito per la rivendita di capi d'abbigliamento luxury. L'Annual resale report di ThredUp, in effetti, suona le trombe della cavalleria, annunciando il dominio futuro del second hand. Se oggi questa fetta specifica di mercato vale 24 miliardi, nel 2023 la cifra raddoppierà, per raggiungere i 51. Una previsione ottimistica? Non troppo, se si pensa che nel 2018 56 milioni di donne hanno comprato capi di seconda mano, paragonate alle 44 del 2017. Una "mania"che ha colpito in maniera paritaria tutte le generazioni, con una predilezione dei boomer (tra i 56 e i 65 anni) che sono saliti del 31% e dei Millennial (che si mettono sul podio con un 33% di acquisti). La tendenza, però, sta rapidamente scalando la lista delle "buone abitudini" anche della generazione Z, che la sta adottando ad una velocità doppia rispetto alle altre generazioni (rispetto al 2017, secondo i numeri, gli acquisti di second hand da parte dei ventenni è salito del 46%). Le motivazioni, appunto, sono molteplici: se i consumatori sono divenuti più attenti, ed eco-conscious, la Instagram culture, quella che richiede a chiunque abiti l'universo parallelo del social americano di vestirsi diversamente per ogni scatto, esige un ricambio veloce nell'armadio: comprare vintage riduce l'impronta di carbonio del pezzo acquistato dell'82%, e quindi, è accettabile anche per le adepte ortodosse del decluttering. Anche Marie Kondo e la sua filosofia – quella per la quale bisogna disfarsi delle cose che non ci danno più gioia – ha avuto la sua responsabilità.


ThreadUp ha sottolineato come, nel periodo nel quale Netflix ha reso disponibile il programma "Facciamo ordine con Marie Kondo" sono salite dell'80% le richieste dei Clean out kit, ovvero buste da riempire di vestiti usati e donare al sito di resell per il costo di 5 dollari. A sua volta, ThredUp si occupa di riciclare i capi e dona quei 5 dollari ad una charity a scelta dell'utente. La facilità delle app da mobile, con la possibilità di vendere da casa propria, ha incentivato di certo anche la rivendita, tanto che, il 40% dei consumatori, ad oggi, quando acquista, lo fa pensando al prezzo di mercato che il capo potrà avere sui vari siti di resell, da Vestiaire Collective a The Real Real. E proprio quest'ultimo ha recentemente reso noto che il marchio capace di primeggiare in questa specifica categoria è, ovviamente Supreme, Sacro Graal dello streetwear.

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Non di sole felpe con il cappuccio si vive, però. A seguire Supreme, nel report 2010s Retrospective Report, che analizza gli andamenti del mercato durante la decade passata, ci sono brand come Goyard, Van Cleef & Arpels, Hermès, Louis Vuitton e Rolex. Se invece parliamo degli ultimi 6 mesi, la piattaforma di ricerca modaiola Lyst, per quanto riguarda la categoria pre-owned, incorona al primo posto delle ricerche Hermès (a livello globale) e Louis Vuitton (in Italia, con il 15,6% ). Andando nello specifico, tra i pezzi vintage richiesti in Italia, sul podio ci sono le regine degli accessori, le borse (al 45%) seguite dagli abiti (23,4%): un risultato riflesso anche a livello globale, con percentuali leggermente minori.

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Le borse più richieste? Sempre secondo Lyst, a livello globale si sogna una Birkin di Hermès vintage, in coccodrillo, mentre in Italia le donne sospirano d'amore cercando tra i prodotti vintage una monogram di Louis Vuitton.

Non una tendenza, ma una buona abitudine, quella del vintage, che le fondatrici di Vestiaire Collective, Sophie Hersan e Fanny Moizant promettono di praticare sempre di più: tra i buoni propositi per il 2020 di Fanny c'è infatti quello di comprare meno, e prediligere il second-hand, adottando una stretta e rigorosa policy che prevede che per ogni pezzo acquistato, un altro venga riciclato, facendo spazio nell'armadio. Infatti, anche la principale piattaforma internazionale di luxury second-hand, con 9 milioni di utenti, arrivata al suo decimo compleanno, ha tirato le somme con un sondaggio tra i propri utenti, aiutati dallo scienziato comportamentale Benjamin Vojer, scoprendo che, per il 65% di loro, il motivo della rivendita dei loro capi è la necessità di un maggior spazio libero nel guardaroba, mentre il 42% ama quello stato di beatitudine del post-detox. In effetti, secondo Vojer, avere

troppa scelta nell'armadio equivale ad essere sottoposti ad una dittatura.

Avere meno opzioni è vantaggioso, in quanto ci consente di prendere decisioni rapide e veloci, piuttosto che complesse". Scovare pezzi unici, rari, anche se già usati, per il 63% è fonte di emozione, mentre il 66% ritiene che l'adrenalina derivi da quella caccia al tesoro del pezzo unico, della it bag desiderata da mesi o anni. Secondo Vojer, i marketplace come Vestiaire hanno infatti contribuito a creare community di persone unite dalla stessa religione, quella della moda, rendendo però lo shopping un'esperienza ludica. " La psicologia dei consumatori ci dice che le persone apprezzano l’aspetto competitivo dei giochi in generale: i market place offrono l’elemento della concorrenza, che ci spinge a essere buoni acquirenti, aggiudicandosi alcuni oggetti prima degli altri e di conseguenza facendo un affare. Per alcuni, la sfida sta nel testare le proprie abilità – è divertente, coinvolgente e porta a risultati pressoché immediati in quanto a prestazioni. È una montagna russa di emozioni, in cui i consumatori accettano di perdere il controllo durante il processo di acquisto o di vendita, dove non sanno che cosa troveranno né a quale prezzo. Ma la ricerca sulle neuro-scienze ha scoperto che i più alti livelli di dopamina si riscontrano in virtù dei comportamenti più rischiosi – e questo è rappresentato per molti da una nuova e divertente esperienza di shopping." Comprare vintage non fa soltanto bene, ma è eccitante come quando si sta finalmente attaccando la Kamchatka durante una partita di Risiko? Probabile. A differenza di ogni forma di dipendenza, questa è l'unica che Madre natura, e le necessità ambientali del 2020, incoraggiano con entusiasmo. A voi la prossima mossa.

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