Se l'Haute Couture non esistesse, ci mancherebbe?

Marchi, numeri e futuro, di un mercato che sublima la poesia dell'artigianalità, amato dai creative director – ma anche dai CEO. Abiti "da museo" o unica strada possibile per quegli "happy few" che possono acquistarli?

Aelis : Backstage - Paris Fashion Week - Haute Couture Fall/Winter 2019/2020
Vittorio Zunino CelottoGetty Images

All'alba del 2020, c'è ancora posto, nella moda, per l'Haute Couture? Quanto vale, la sublimazione dell'artigianalità su abiti che finiscono più spesso in retrospettive nei maggiori poli museali del mondo, che sui corpi delle donne? La pratica di creare abiti di estremo lusso per un selezionato parterre di fortunati compratori, nasce in effetti sotto Napoleone III, in Francia, a opera però di un inglese, Charles Frederick Worth, considerato universalmente il "padre dell'Alta Moda". Primo individuo a incarnare l'ideale di "stilista", dopo un breve apprendistato nella maison Gagelin, aprì circa nel 1850 il suo atelier, inventando l'idea della "collezione", che prima non esisteva, così come l'escamotage di far sfilare i vestiti facendoli indossare a delle "mannequin", le madri delle modelle. Dotato di una visione stilistica precisa – le pesanti vesti dell'epoca sono sostituite da abiti ben più semplici, leggeri, e portabili, ma comunque arricchiti da crinoline e pizzi – il suo genio è però commerciale: consapevole di essere il primo di una stirpe, quella degli stilisti, predilige un rapporto diretto con la cliente, simbolo di una nuova borghesia benestante, e però non privo di frizioni. Dal carattere mercuriale, tratta – con gran furbizia – le sue compratrici malcelando il disprezzo, creando intorno a sé un fenomeno di venerazione, per il quale le signore accettano qualunque tipo di offesa verbale, pur di indossare i suoi abiti. Più prosaicamente, però, sarà lui a creare nel 1868 la Chambre syndicale e de la confection et de la couture pour dames et fillettes, poi divenuta solo Chambre syndicale de la Couture Parisienne, con lo scopo di proteggere i suoi membri contro le copie.

Il backstage della sfilata Haute Couture di Giambattista Valli 2018/2019
Vittorio Zunino CelottoGetty Images

E oggi? A portare avanti l'eredità di Worth, e poi di Valentino, Courrèges, Christian Dior e Yves Saint Laurent, ci sono ancora le grandi maison, come Chanel – che secondo i dati di Launchmetrics è stato il brand che ha generato il maggior valore di impatto mediatico, (12 milioni di dollari), durante le ultime sfilate dedicate alla Couture – ma anche nuove generazioni di creativi, da Giambattista Valli ad Alexis Mabille. Ma non sarà soltanto un esercizio di stile privo di utilità o guadagno economico? A quanto pare no. LVMH, pur non parlando mai di numeri, ha affermato che la "couture della primavera 2018 di Dior, ha avuto un'importanza centrale nelle performance economiche, molto positive, dell'anno". Certo, gli imperi come Chanel e Dior si reggono grazie ai fatturati a diversi zeri del compartimento beauty e fragranze, ma, sembra suggerire LVMH, l'importanza della couture nei loro fatturati non è da sottovalutare. La tesi è sposata da Viktor & Rolf, che proprio grazie ai ricavi dei suoi profumi, può permettersi il lusso della couture. Naturalmente trovare stilisti che siano in disaccordo con questa tesi è più difficile di quanto non sia conquistare un parcheggio a Milano il sabato sera: nelle sfilate della couture c'è l'opportunità di sperimentare, come in un laboratorio creativo, liberi dagli odiosi – e però necessari – dettami commerciali che sono imposti dai grandi gruppi durante le sfilate del prêt-à-porter. Il mondo dell'Alta Moda è per loro, un vero e proprio dipartimento di R&D (research & development) – oltre che un personale parco giochi che non vorrebbero mai abbandonare – nel quale testare la clientela, e tentare nuove soluzioni tessili, che, in alcuni casi saranno apportate, con altri tessuti ovviamente meno preziosi, anche nelle linee di ready-to-wear. Non è qui da sottovalutare la potenza narrativa della couture, capace di mettere le ali – in seta, ovviamente – a una storia e a un'eredità creativa di lunga data, innalzandola

dal prosaico della quotidianità fino al reame della poesia.

La couture Valentino della fall/winter 2019-2020
Peter WhiteGetty Images

Ma esiste davvero, e ancora, un pubblico che, nel pratico, acquista questi miracoli dell'artigianalità, per indossarli? Certo, e non si tratta solo dei reali di Giordania o delle mogli dei vari sultani, ma anche di individui benestanti, che vedono nell'acquisto un investimento, rispetto ai prezzi sempre più alti raggiunti dalle sneakers e dalle giacche del ready-to-wear. Quando, in effetti, una sneaker Triple S di Balenciaga costa 800 euro e una camicia in georgette di seta di Saint Laurent per la prossima primavera/estate arriva a 2.290 euro, non si capisce il plus, per chi ha dei portafogli atti all'acquisto, di avere nell'armadio pezzi sì luxury, ma dai prezzi ormai altissimi, e, in più, possibili da ritrovare anche addosso a qualcun altro, magari alla stessa cena da Balthazar a NY. La cliente di haute couture – una tra i circa 4.000 stimati nel mondo – Ulla Parker, ha infatti spiegato a Vogue Business, nel pezzo In 2019 Haute couture is thriving, che “i prezzi degli abiti delle collezioni di ready-to-wear sono ormai talmente alti che il divario con quelli dell'Alta moda non è più così ampio. Recentemente ho visto in un negozio un abito delle collezioni ready-to-wear con un cartellino che indicava 18 mila euro. Perché dovrei comprarlo?" Tra l'altro, nonostante quello che una famosa fashion editor dall'accento barese canticchiava in un motivetto accattivante, colonna sonora della sua collaborazione con H&M, neanche i very rich and famous indossano più i vestiti "just once", almeno secondo Parker. "L'ammortizzazione dei costi è possibile anche perché gli abiti di questa qualità guadagnano valore con il passare degli anni. Il mio guardaroba si è costruito nel tempo, e viene riutilizzato più di una volta, anche per motivi affettivi: il mio preferito è un pezzo di Haute Couture di Dior realizzato da John Galliano che ho comprato 12 anni fa. "

Dettaglio dell’haute couture di Valentino
Peter WhiteGetty Images

A creare attesa, intorno all'Haute Couture, nonostante siano in pochi a potersela realmente permettere, è, a onor del vero, la Féderation de la Haute Couture, che si occupa di organizzare la fashion week dedicata, selezionando i marchi che vi parteciperanno. Se fino a qualche anno fa i criteri per accedervi erano molto restrittivi – avere almeno 15 artigiani, avere una maison con base a Parigi – oggi si invitano anche designer dall'estero, per attrarre nuova attenzione e magari capitali, come nel caso di Ulyana Sergeenko o Ralph & Russo, chiudendo un occhio benevolo sulle regolamentazioni ferree. Tra l'altro, dopo il rientro nel calendario di Givenchy – sperato fortemente dal fondatore e attuato da Clare Waight Keller – si attende l'arrivo tra i big dell'Alta Moda di Celine, annunciato con l'arrivo di Hedi Slimane come direttore creativo. La nota a margine di Ralph Toledano, presidente de la Chambre Syndicale de la Haute Couture è che "ci sono sempre più brand che presentano la loro richiesta per essere ammessi al calendario, un segnale di buona salute per questo mercato".

Ma cosa rimane, di tutto questo carrozzone di sfilate grandiose e abiti che sono poesia su tessuto, ai molti che, un abito di Alta Moda non potranno mai permetterselo, e neanche toccarlo, per paura che si smaterializzi, come un sogno all'alba? Rimangono le molteplici mostre, dedicate agli appassionati o a chi, di quel sogno, vuole condividere per qualche minuto la stessa stanza. L'ultima in ordine di tempo a essere organizzata è quella dall'Association Azzedine Alaïa e orchestrata dal curatore Olivier Saillard. "Alaïa and Balenciaga: sculptors of shape. I due maestri visionari si parlano in una retrospettiva che aprirà negli spazi della Fondazione dal 20 gennaio. Gli 80 pezzi di Alta Moda, per la prima volta presentati insieme, mettono a confronto il creativo marocchino con il couturier spagnolo che, anche se non si sono mai incontrati, perché vissuti in epoche diverse, si sono sfiorati. Quando Balenciaga, a sorpresa, decise di ritirarsi dalle scene, perché non si sentiva più capace di ritrarre la contemporaneità, il messaggio venne trasmesso via radio ai giornalisti così come alle clienti. Diversi anni dopo, Mademoiselle Renée, vicedirettore generale del marchio, cominciò a domandarsi che fine avrebbero fatto gli abiti rimasti nei magazzini, così chiamo Azzedine, chiedendogli di rielaborarli e portarli a nuova vita. La leggenda racconta però che il tunisino, vista la perfezione scultorea delle creazioni, si rifiutò di modificarli in alcun modo, ritenendo quell'intervento sacrilego. Per preservarli dal tempo, però, prese quei vestiti e li portò a casa sua, conservandoli con cura, tra spessi fogli di carta di seta. Una favola che fa parlare tra loro due menti uniche, nonostante la lontananza temporale, e che ammanta di poesia il quotidiano di chiunque, anche di chi sospira, guardando quelle creazioni che hanno resistito al passare delle mode. La fantasia, in fondo, non è una ricompensa da poco.

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