“Dopo 42 anni vissuti felicemente, con una equipe straordinaria al mio fianco, lasciavo l'avenue George V.” È l’ultima frase della lettera che Hubert de Givenchy, nato a Beauvais nel 1927, scrive qualche tempo prima della sua scomparsa, avvenuta nella cittadina francese di Neuilly-sur-Seine il 10 marzo 2018, poco più di un anno fa. Parla al passato il creatore di moda che ha vestito attrici straordinarie, principesse e first lady. L’enfant prodige si riferisce al momento in cui lascia la sua amatissima maison per ritirarsi e condurre una vita tranquilla, molto diversa da quella che impone la moda. È il 1995. Hubert dopo quattro decadi - fonda il brand nel 1952 - abbandona le passerelle, ma non l’histoire de la mode. Dipinto come un uomo discreto, gentile, amante delle donne, le quali vengono messe in risalto da ogni capo da lui creato. A differenza di molti suoi colleghi che poco si sopportano - archetipo, in questo senso, è la fine dell'amicizia tra Karl Lagerfeld (1933-2019) e Yves Saint Laurent (1936-2008), tanto che il primo non è andato al funerale del secondo, de Givenchy è amico di molti di loro, in particolare di Cristóbal Balenciaga (1895-1972) da cui eredita la sua clientela, quando lo stilista spagnolo va in pensione.

Hubert De Givenchy e Audrey Hepburn, 1964
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Quarant’anni di carriera sono molti, specialmente in un settore come quello dell’abbigliamento. Per non parlare dell’Alta Moda. Come per i primi ballerini nella danza classica, che volteggiano alti sul palcoscenico, il rischio è quello di non essere più delle étoile, così per i designer il pericolo è di non saper più esprimere il proprio stile, di non essere in grado di comunicare quel senso di novità che stampa e buyer richiedono, stagione dopo stagione. Con la massima discrezione ed eleganza che da sempre costituiscono la persona e la stessa maison Givenchy, il designer riesce in quegli anni a dare al pubblico sempre qualcosa di inedito.

Simone Lovell, 1955
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I libri di storia della moda ricordano la fashion house e lo stilista in particolare per i suoi rapporti con il cinema e le sue frequentazioni durate una vita con attrici come Audrey Hepburn. Tuttavia alcuni di questi volumi dimenticano di menzionare creazioni che, seppure in modo meno mediatico, diventano col tempo dei veri e propri pezzi iconici. Dalla collezione Separates alla blusa bettina, dedicata alla celebre mannequin dell’epoca Bettina Graziani. Si sente spesso, soprattutto durante la stagione estiva, menzionare l’abito chemisier. In diversi colori, tessuti e lunghezze, viene oggi reinterpretato in tanti modi e da tutti i designer, dai più classici agli avanguardisti giapponesi. E, questo capo, lo confeziona Hubert de Givenchy tra il 1955 e il 1957, consegnando così la creazione mancante al guardaroba della parigina par excellence. E poi a quello di tutte le aspiranti parisienne del mondo. Grazie alla veste chemisier e al suo creatore nasce il concetto di moderna semplicità.

Parigi, una modella indossa una creazione della collezione Givenchy Prêt-à-porter Autunno Inverno 1974/75.
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L’abito-camicia, anche definito “a sacco” si contraddistingue per il taglio dritto con lunghezza al ginocchio. Tra le fan del vestito in questione c’è l’icona di stile americana (e non solo) a cui tutte, all'epoca, invidiano il guardaroba e - why not - i mariti: Jackie Kennedy, poi Onassis. Assieme alla sorella, Lee Radziwill, la quale, si vocifera, fosse la vera queen of style e che Jackie prendesse spunto da lei, fa a gara a chi possiede più abiti chemisier nell’armadio.

Quando il fondatore lascia Givenchy subentra, sebbene per poco tempo, John Galliano, ora direttore creativo di Maison Margiela. Prende il suo posto il compatriota inglese Alexander McQueen che lavora con il brand francese fino al 2001, quando entra in azienda Julien MacDonald, sempre per la linea donna. La svolta, soprattutto in termini di vendite, è con l’arrivo di Riccardo Tisci nel 2005. Lo stilista italiano rimane da Givenchy per ben 12 anni, apportando tutta la sua creatività in entrambe le linee: prêt-à-porter e Haute Couture. Lo sostituisce nel 2017 Clare Waight Keller. Tutti questi grandi nomi reinterpretano a modo loro, tra stravaganze, tocchi di stile e semplicità i capi cult della maison parigina, compreso il vestito chemisier. Lo adattano alla donna contemporanea: alcuni lo realizzano semplice, da giorno, e decorandolo con pratici bottoni. Altri lo immaginano in pelle o in pizzo. Molti prediligono la versione in seta, per la sera. Le lunghezze sono variegate e accontentano tutte le silhouette. Il filo rosso - la linea chemisier - rimane però una costante, per tutti loro.

Dalla sfilata Givenchy Primavera Estate 2002 ready-to-wear
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L’abito chemiser, spesso dato per scontato, tanto è l’uso che se ne fa e per via delle molteplici versioni realizzate negli anni, e non solo nella moda in passerella. A differenza del little black dress, dello smoking femminile e delle camice lavalier, onnipresenti nel guardaroba pop, l’eredità di questo vestito è come il profumo che si indossa ogni giorno: una certezza che quando eccezionalmente non si ha con sé, la si ricorda (e desidera) in tutta la sua bellezza.

Dalla sfilata Givenchy, SS 2020
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