"- Senti, ma tu che sei del mestiere, perché li chiamano leggings? Non erano i fuseaux?" "- Quelli nel 2020 si indossano solo dai 1500 metri in su, tipo che Champoluc è il meridiano di Greenwich dei fuseaux, per capirci"
"- Sì, ma i pantacollant allora? Come me li giustifichi i pantacollant?"
"- I pantacollant sono un'altra cosa ancora, e non è assolutamente detto che io li giustifichi, tra l'altro".

Quando di mestiere ci si occupa di moda non è raro imbattersi con amiche non addette ai lavori – ma dotate di una passione per l'argomento che rasenta il fervore religioso – in conversazioni simili. E in effetti l'abbecedario dello stile, a dirla tutta, ha spesso cambiato opinione su modi e usi dei leggings, anche se l'onomastica è lì per un motivo, e non (solo) per complicare la vita di chi si trova costretto ogni volta a consultare il Dizionario della Moda – nella sua ultima edizione cartacea, del 2010 Bibbia assoluta e Verbo incarnato dal quale non si prescinde – per paura di sbagliare. E a costo di venir dileggiata, costantemente, da uomini che vedono in certe precisazioni la patologia del feticista semantico, il contraltare femminile del Michele Apicella di Palombella rossa, debole di memoria ma puntiglioso sino allo sfinimento nell'utilizzo dei lemmi (nella scena cult a bordo vasca dove schiaffeggia la giornalista colpevole di usare espressioni abusate e però inconsistenti, urlando "Le parole sono importanti"), è necessario qui procedere alla chiarezza. In origine, furono i fuseaux, e l'idea venne all'italianissimo Marchese Emilio Pucci. Si fermavano a metà tra ginocchio e caviglia, e fu la primigenia it-girl, modello di riferimento di tutte le signorine bene degli Anni 50, da Trieste a Canicattì, a sfoggiarli. Audrey Hepburn, sua santità dell'eleganza e poster girl di ogni adolescente millennial cresciuta a pane e Colazione da Tiffany, li indossò in diversi suoi film, da Sabrina a Cenerentola a Parigi. Spingendo l'acceleratore su quel boost cinematografico, negli Anni 60 Pucci rincarò, lanciando Viva, i primi veri fuseaux, in seta, contraddistinti da una staffa che si infilava sotto il piede, per aumentare l'elasticità dell'indumento, arricchito dalle stampe poi sdoganate in tutte le località di vacanza nei foulard del primigenio fashion squad, quello di Jackie & sua sorella Lee Radziwill, Marella Agnelli ed eventuali dame di compagnia. L'origine del vocabolo è da attribuirsi al "fuso" – già oggetto di una sua narrativa non proprio benedetta in alcune favole disneyane – e che qui ritorna, assumendo però una valenza di aristocratica eleganza: la silhouette femminile che lo indossava, infatti, nell'idea originale dell'aristocratico flâneur assomigliava allo strumento per filare.

Audrey Hepburn mentre si esercita alla sbarra in fuseaux sul set di The secret people, del 1952
ullstein bild Dtl.Getty Images

Raccolsero una plenaria approvazione, i fuseaux, lemma che, al netto della sua provenienza straniera, è attecchito in maniera definitiva nei vocabolari femminili delle signore di ogni ceto e provenienza dell'epoca, dalla casalinga di Gravina di Puglia alla parrucchiera di Udine – e che lo usano ancora oggi, rifiutandosi di utilizzare quell'inglesismo così cafone e prosaico, i leggings, senza sapere di parlare essenzialmente di due capi diversi. In realtà, i fuseaux esistevano prima di Pucci – e li usarono i soldati fino alla seconda guerra mondiale, indossandoli sotto i pantaloni, per garantire maggiore calore – e sopravvissero allo stilista e alla sua musa Audrey, anche se il loro utilizzo tornò ad essere più agile, facilitato dalla nascita delle fibre elastiche: chi oggi fa sci, o attività di montagna, in alta quota, li predilige ancora, sotto la tuta performante, per via di quella staffa che ancora il piede al resto dell'indumento. Padri di molti figli, i fuseaux furono gli antenati diretti non solo dei leggings, ma anche di un'altra categoria merceologica che ha riscosso ancora maggiore successo, meritevole di una sua narrativa a parte: i pantaloni Capri. Fu sempre l'operoso marchese Pucci, infatti, partendo proprio dai fuseaux, a immaginare un modello che perdesse quella staffa in fondo troppo casual, ormai fané, e si accorciasse, arrivando a metà tra ginocchio e caviglia: anche in questo caso, a far da testimonial al pezzo fu l'enclave aristocratica che passava le estati proprio sull'isola campana, tra gli yacht e Faraglioni blindatissimi, e quindi ancora Marella, e Lee, e Jackie, in un turbinio di eleganza e passeggiate in Piazzetta. Chiusa l'era dei fuseaux à-porter, si può quindi aprire la parentesi – non felice e alquanto opinabile – dei pantacollant. Se gli ultra-ortodossi si ostinano a chiamarli ancora pantacalze, la realtà è che sono un esperimento ibrido che non appartiene dichiaratamente a nessuna delle due categorie, anche se ha elementi di entrambi, e un'utilità ancora tutta da provare.


Lunghezza fino al piede, come i pantaloni – e quindi senza coprire il tallone, come nelle calze – sono però in fibre elastiche ben più fini e trasparenti dei leggings, e di conseguenza non è possibile indossarli come succedaneo dei pantaloni. Andando avanti nella linea cronologica di corsi e ricorsi modaioli, superando gli Anni sessanta di Sandy di Grease, la collegiale trasformista che rivoluziona la sua vita a colpi di cofane cotonate e liquid leggings – la variante, ad alto tasso di difficoltà, in lattice o a effetto vinile – e gli Ottanta del workout ritmico di Jane Fonda, che sopra i leggings indossava degli scaldamuscoli in lana o cotone già sdoganati a feticcio da pellicole danzereccie come Saranno Famosi – si arriva quindi al 1987, Anno 0 del New Deal sportivo, quello del battesimo del fuoco, in passerella degli scuba, ovvero i pantaloncini da ciclista in fibre elastiche come il nylon. Madre putativa dell'idea, fu la stilista americana Liza Bruce: e in effetti solo agli americani yuppies e cultori della forma fisica – a metà tra le idiosincrasie performanti di consulenti finanziari "che bevono venti litri di acqua Evian al giorno", American psycho partoriti dalla mente di Bret Easton Ellis, celebrity di stanza a Beverly Hills e bostoniani ferventi seguaci dell'agonismo sociale, à la David Foster Wallace – potevano immaginare di concedere il ruolo di protagonista del guardaroba femminile e maschile, ai pantaloncini da ciclista.

Naomi Campbell in pantaloncini scuba durante la sfilata di Off-White, spring/summer 2018
Daniele OberrauchImaxtree

Un'idea sul momento passata (fortunatamente) in sordina, e sfoggiata solo nei luoghi di stretta competenza dell'indumento, dalle palestre ai moli americani dove si perpetra, inamovibile da 30 anni, da Baywatch a Miami Vice, lo stesso stereotipo fit, variazione anglofona e molto rumorosa del "mens sana in corpore sano" che avevano già scoperto i latini 2000 anni prima, senza però fare tanti clamori. Oggi, invece, la New wave dello sportswear come "unica alternativa possibile" – corrente che ha dominato gli ultimi anni della vita lavorativa di stilisti e fashion editori – ha rimesso al centro proprio quegli scuba così vituperati e ora sfoggiati addirittura dalla top delle top, Naomi Campbell, in pantaloncini bianchi, sulla passerella dell'americano – aridaje, non demordono – Virgil Abloh, designer di Off-White. Così lo scuba è nuovo alleato di work-out di attrici cerebrali e riflessive, ma anche di starlette e modelle meno raffinate. L'era dei leggings, però, prosegue gloriosa, nell'Anno Domini 2020, nonostante i colpi bassi assestati negli anni dai jeggings – altro mirabile e difficoltoso esperimento di ibridazione tra i leggings e il denim. Un territorio sul quale, al pari dei possedimenti geografici degli Asburgo all'epoca del Sacro romano Impero, pare che il sole non tramonti mai. E forse i confini geografici di questo regno rimangono ad oggi inesplorati, ma quelli della semantica, invece, sono sempre stati chiarissimi.

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