Storia del Bauletto e tutto quello che ne consegue

Dagli Anni 30 di Louis Vuitton passando per i 50's delle sale da bowling, fino ad arrivare al camp dei primi 2000: provinciale, metropolitano, seducente, globetrotter, le mille e una notte di una borsa metamorfica.

christy turlington défilant pour la maison louis vuitton lors des présentations de mode printemps eté 2000 le 4 octobre 1999 à paris, france photo by pool simonstevensgamma rapho via getty images
Pool SIMON/STEVENSGetty Images

Non semplicemente vintage, ma rito di passaggio e accessorio dall'eterno ritorno, la borsa bauletto. Indossarla nel 2020 non è solo adesione ad una tendenza che la vede di nuovo presente sulle passerelle, ma è un po' anche onorare il lascito di stile non tanto delle madri, quanto delle nonne. Sbagli compresi. E in effetti, a tornare indietro nel tempo, tra le sue tante vite, delle quali avremmo voluto essere co-protagoniste, la prima si situa negli Anni 30, e il suo Deus ex machina è quel Louis Vuitton che sembra esser stato capace di immaginare le nostre esigenze e i nostri feticci prima che noi ce ne rendessimo conto. Come avrebbe fatto più tardi Andy Warhol con la Pop Art "sbattendo l'America in faccia agli americani", come lui stesso affermava, da Vuitton, maestri nell'arte del trasporto via terra, via mare, via traghetto, avevano capito che il viaggio non era solo un momento di passaggio, da affrontare nella maniera più pratica possibile, ma anche un rito da eseguire nel migliore dei modi, a dimostrare la propria appartenenza a quella nuova borghesia rampante che era già avvezza da tempo alla guida delle macchine o alla vecchia e un po' impolverata aristocrazia che preferiva altri mezzi di trasporto. Così, la mente corre alle feste nei castelli inglesi à la Downton Abbey, tra flapper girls e coppe di champagne, e poi servitù pronta a fare bagagli frettolosi, all'alba della Depressione del 1929, prima di rinunciare a manieri e ville, e riparare altrove. Nel 1930 Georges Vuitton, figlio di Louis, e grande appassionato di macchine, con il suo solito estro, penso così alla Speedy, versione più piccola della Keepall, borsa da viaggio. La prima borsa a mano della maison era in un canvas robusto, fatto per resistere ai viaggi – e poi sarebbe stata tradotta anche nel monogram di LV, sempre da Georges inventato – e anche per essere incastrata senza troppi complimenti nei bauli da viaggio, se non si desiderava portarla con sé. Il modello originale, in effetti, si chiamava Express, e omaggiava l'età della mobilità, che non vedeva più limiti e confini, ma solo nuove possibilità.

Audrey Hepburn con la Speedy bag di Louis Vuitton, nel 1966, all’aeroporto di Heathrow
MirrorpixGetty Images

La seconda vita del bauletto ci ha messo un po' ad arrivare: ha dovuto attendere la fine di due guerre, e ha dovuto arrotondare i suoi bordi, ammorbidirsi di fronte alla New Era del sogno americano, traducendosi in bowling bag maxi, dove riporre le scarpette per scivolare sulla pista, e le speranze di un futuro luminoso. Colori pastellati e leggermente polverosi, da abbinare a gonne a corolla e camicette in seta, spunta fuori dal baule delle nonne, in qualche foto d'epoca in bianco e nero, a ricordarci un'età di innocenza dal gusto provinciale e un po' stucchevole, velocemente perduta. Nel 1959, infatti una Audrey Hepburn già divina chiede a Vuitton di realizzare per lei una versione della Speedy di 5 cm più corta: le motivazioni della richiesta non sono mai state rese note, contribuendo a creare un alone di mistero intorno al fascino incrollabile e inattaccabile dell'attrice, ma il marchio fu ovviamente più che felice di realizzare i suoi desideri. Donna che saltava da un set all'altro, da un aeroporto all'altro, esemplare aggraziato di una self-made woman di nuovo stampo, la Audrey si faceva avvistare spesso, per le strade di Roma con suo marito, o all'aeroporto di Heathrow in partenza per la sua casa in Svizzera, con cappotto da zarina nero e alamari, con quell'accessorio che era ormai il simbolo più grafico possibile del concetto di "viaggio". Appeal internazionale, fascino affilato da globe-trotter, il bauletto scompare però dai radar con l'arrivo degli Anni 70, decidendosi a passare molteplici estati rivivendo nei ricordi, già un po' stanco e provato dal jet-lag.

Kaia Gerber durante la sfilata resort di Prada 2020
Mike CoppolaGetty Images

La sua ennesima vita, un po' kitsch – ma d'altronde persino Diana Vreeland diceva che "un pizzico di cattivo gusto è come una spolverata di paprika: ne abbiamo tutti bisogno" – arriverà nei primi 2000, quando diventa maxi, tornando a quell'ispirazione da bowling bag memore dei 50s, e però si adatta ad essere sporty, il succedaneo glamour al più pigro borsone. Così Paris Hilton e Lindsay Lohan, sante protettrici ante litteram del kitsch, scorrazzano per le strade di Los Angeles, dirette ad una festa, o forse ad un corso di massacrante spinning da Soul Cycle – palestra dei ricchi e famosi – con borsa a bauletto bene in vista, e magari cane dalle proporzioni micro che sbuca dalla zip del modello di Von Dutch, brand oggi dormiente ma molto quotato nei primi Duemila.

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A fare la differenza, è una signora capace di maneggiare con cura gli stereotipi, anche quelli più ostici, e tramutarli in leit motiv di stile assai radical (chic). Durante la sfilata della spring-summer 2000 Miuccia Prada manda in passerella non solo le sue donne, ultima generazione di modelle divenute iconiche attraverso la loro falcata, più che per i social (Gisele Bündchen, Stella Tennant e Karen Elson) ma anche il bauletto che, per la sua ennesima vita, sceglie di essere cerebrale, e sexy. Gisele sfila con cardigan burgundy e pantaloncini in lino ton sur ton, scarpe dal tacco basso e dalla punta arrotondata, alla maniera dei 50's, ma il perturbante fascino che ne risulta è una fragranza dal sapore nuovo, e seducente. I bauletti nascondono chissà quali segreti, suggeriti dalle gonne a pieghe piatte con stampa pop, dagli abiti nude color cipria con i famosi tagli di sbieco, croce e delizia della Signora, come la chiamano accoliti e dipendenti, da vestiti bicolor che hanno le ruches sugli scolli di un femmineo baby-doll. L'ultima vita del bauletto che si conosce, è però molto recente, forse appena arrivata. A 20 anni da quella nascita, Prada lo ha trasformato ancora, da strumento di seduzione a patente per un nuovo urbanesimo.

Il bauletto di Prada durante la sfilata Resort 2020
Mike CoppolaGetty Images

Dopo la co-lab con Adidas dello scorso anno, infatti sulla passerella della Resort 2020 ha sfilato con un revamp non solo cromatico (bianco e nero, cannella e bianco, bianco e rosso, nero e bianco) ma anche di simbologia. Urbano, inurbato, e comunque conturbante, il bauletto ripesca nell'archivio della perenne nostalgia nineties, e lo sfoggia Gigi Hadid, con sneakers fornite dei necessari calzettoni in spugna, maxi-camicie e cappotti formali che creano strati su strati di reminiscenze newyorchesi, città nella quale si è tenuta la sfilata. I blazer macro-check con le camicie a righe, e le gonne dai motivi geometrici: il labirinto di forme e la complessità del dizionario di Miuccia sono tenuti insieme da quel baluardo di semplicità, che nel contempo è borghese e anti-borghese, formalismo e ironia, yin e yang. Contraddizione e supposizione. Enigmatico in purezza, almeno oggi. Chissà, nella prossima vita...

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