Parlare di quanto di più nascosto si cela sotto i vestiti, con i vestiti – o anche con la loro mancanza. Il legame tra sesso e moda è sempre stato prolifico di connessioni, pur se apparentemente i due ambiti sono speculari, quasi inversamente proporzionali: la mancanza di uno, significa l'abbondanza dell'altro, nella più prosaica delle versioni. E in effetti, per tutti gli edonistici anni 80 e buona parte dei 90, quest'assunto ha retto, se si pensa alle minigonne con la medusa sfoggiata da Linda Evangelista e Cindy Crawford in certe campagne Gianni Versace già entrate nella storia del costume, così come a tutta l'estetica made in Gucci nell'era aurea di Tom Ford. Il Cupido modaiolo ante-litteram invitava deliberatamente ad una certa concupiscenza, con le fasce che coprivano appena il seno di Kate Moss, i vestiti cut-out con buchi birichini, lacci in pelle come collane che si avvitavano intorno al collo invitando chissà a quale peripezia nella camera da letto, i perizoma da uomo, esibiti in sfilata senza sentire il bisogno di aggiungervi qualcos'altro.

Gianni Versace con Christy Turlington e Naomi Versace con il vestito con gli spilloni poi reso famoso da Liz Hurley
Michel ArnaudGetty Images


Più una fase storica, che un trend, che pure dalla moda e dai suoi protagonisti prendeva più di un'ispirazione. Basti pensare che negli stessi anni Madonna dava alle stampe il famigerato Sex, libro concepito dal fotografo di moda Steven Meisel, e che non lesinava sui dettagli, quando si andava a scavare nell'intimo della signora Ciccone, e George Michael nel 1990 reclutava Christy Turlington, Naomi Campbell, Cindy Crawford e Tatjana Patiz per il video della sua canzone Freedom, nel quale le top si struggevano intonando il motivetto che inneggiava alla libertà (anche) sessuale – 'cause I don't belong to you, and you don't belong to me – con movenze che ricordavano più quelle dell'auto-erotismo che del deliquio amoroso. Un assunto che è stato ribadito di recente – con la nostalgia della quale si ammantano i ricordi d'infanzia, anche quelli così dichiaratamente proibiti – in una puntata dello show americano Lip Sync Battle, nel quale l'attore Zachary Quinto si è esibito nel brano, facendosi aiutare dall'originale Cindy Crawford, nuda nella vasca da bagno, come nella versione primigenia, a 30 anni da quella versione, dimostrando che il sesso e il desiderio poco hanno a che fare con la tonicità dei corpi – anche se, quello di Cindy è alieno nel suo essere ancora ugualmente, dichiaratamente, erotico.

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Poi nel diagramma cartesiano che decifrava la sessualità e il nostro rapporto con essa, nel nuovi millennio, le rette di riferimento sono state disegnate da Lee Alexander McQueen, seguendo tutt'altro immaginario. La sua visione del sesso, profondamente disturbante e priva di stereotipie facilmente raggiungibili mettendo indosso alle donne più belle del pianeta vestiti succinti, attingeva a pieni mani dal senso di colpa d'epoca vittoriana, così come alla lettura de Le 120 giornate di Sodoma, romanzo incompiuto del marchese De Sade, che l'autore scrisse in 37 giorni, mentre era incarcerato nella Bastiglia, nel 1785.

Una passione della quale Lee chiacchierò con un altro personaggio non meno iconico, David Bowie, confessando che «mi sento influenzato dal Marchese De Sade perché lo considero un filosofo e un uomo dei suoi tempi, mentre i suoi contemporanei lo riducevano ad un pervertito. Invece lui insisteva nel voler provocare il sentire comune, la gente, in una maniera che quasi mi metteva paura». E basta quest'affermazione per capire il perché lo stilista che considerava con un certo orgoglio le sue sfilate «non certo il classico brunch della domenica», stimasse l'autore. Quel naturalismo estetico, l'edonismo supremo con il quale i personaggi del libro si abbandonavano alla lussuria così come alla tortura, rinsaldava la sua granitica convinzione freudiana che l'Eros, l'impulso alla vita, andasse di pari passo con Thanatos, l'impulso alla morte.

La sfilata di Alexander McQueen fall winter 2006-2007
Stephane Cardinale - CorbisGetty Images


Nascono così i bumster, i pantaloni bassi al punto da far intravedere la curva morbida del derrière, così come i top corsetto, più strumenti di tortura che viatici per la seduzione, e le scarpe zoomorfe, l'Armadillo boot che tanti patimenti costò alle coraggiose modelle che dovevano indossarlo in sfilata. Nel suo libro Fashion at the Edge: Spectacle, Modernity and Deathliness, scritto dalla professoressa di storia della moda alla Central Saint Martins Caroline Evans, la questione si spiega con dovizia di dettagli. "Sia nella crudeltà del taglio che nello styling delle sue sfilate, McQueen rendeva onore alle famose libertine del Marchese De Sade, con il loro repertorio di selvaggia dominanza e maestria”, scrive. "Le donne pericolose di Sade erano così eccezionali che andavano oltre la definizione di genere...McQueen, come Sade, era affascinato dalla relazione dialettica tra vittima e aggressore, e la parata di donne che assemblava in passerella rassomigliava più agli aggressori di Sade che alle loro vittime”. Un assunto che McQueen avrebbe di certo avvallato, respingendo la versione semplicistica e riduttiva secondo la quale, semplicemente, il suo rapporto con il femminile non godesse di buona salute. Basta però pensare allo "Stupro delle Highland", una delle sue prime collezioni già per l'autunno/inverno 1995, per spiegare lo storico equivoco.

Alexander McQueen, autunno-inverno 2004-2005
CatwalkingGetty Images

Ispirata agli scontri tra l'esercito inglese e quello degli highlander scozzesi, che reclamavano la loro indipendenza dalla corona, gli orrendi atti di cui si macchiarono i soldati della regina a battaglia vinta, lo portarono ad immaginare donne che camminavano in passerella in apparente stato confusionale, o in preda a qualche delirio lisergico, eccessivamente impettite oppure apertamente spaurite, con gli abiti strappati, aperti, lacerati, come se fossero appena riuscite a rotolare fuori da qualche cespuglio dove i soldati avevano abusato di loro, eppure sopravvissute, con delle lenti a contatto che rendevano i loro occhi liquidi, alieni, combattivi. La dinamica storica si interseca con quella personale, visto che, di violenza sulle donne, McQueen ne sapeva qualcosa: presente quando sua sorella maggiore subiva abusi da parte del marito, quella collezione era una rivendicazione della forza del femminile, e non della sua resa. Tornando al sesso, però, è ovvio che McQueen si sentisse in sintonia con De Sade, uomo convinto che la moralità altro non fosse che un costrutto artificiale, disegnato per controllare gli impulsi naturali dell'uomo. Così facendo, il designer si sentiva finalmente giustificato nella esplorazione della sessualità – a prescindere da quanti potessero identificarla come confusa, sporca, o sordida – in una maniera per lui gratificante. Con il suo suicidio, nel 2010, forse per osservare il lutto, o forse costretti dalle altrettanto luttuose condizioni dell'economia globale, la sessualità ha deciso di scomparire almeno momentaneamente dalle passerelle. Il ceto medio riflessivo ha preso possesso del discorso, sopprimendo qualunque afflato di sensualità sotto maglioni over e pantaloni a vita alta, colori cerebrali e vestiti come architetture razionaliste, progettate prima di tutto da Nostra signora dell'eleganza Phoebe Philo. Ma oggi, ad una decade di distanza, qualcosa è cambiato?

Qual è il rapporto della moda con la sessualità?

Altalenante, non del tutto risolto, e che cerca vie più profonde per connettersi con la dimensione corporale della nostra esistenza, si potrebbe dire. Una delle traduzioni del concetto più interessante è opera da Iris van Herpen, olandese classe 1984, e un cv nel quale figura la militanza nell'ufficio stile di Alexander McQueen. Per la settimana della couture digitale appena conclusasi, ha immaginato – facendolo indossare a Carice van Houten, altra olandese ma vestale televisiva di un altro credo, quello del fantasy di Game of Thrones – un abito chiamato Transmotion dress, che, tra boccioli di seta e petali in duchesse, con i suoi movimenti descrivesse il momento nel quale i corpi cambiano stato. Una fluidità quasi liquida, quella dei suoi abiti che riescono a sfuggire alla prosaicità delle definizioni, e rimanere comunque statuari, grazie alle stampe in 3d. Un lavoro, il suo, quello sulla trasmutazione corporea, che attinge a piene mani dagli ultimi anni di McQueen, quelli de l'Atlantide di Platone, sfilata della spring/summer 2010, la prima disponibile in live streaming, nel quale il creativo teorizzava un futuro prossimo dove la nostra ossessione per la tecnologia portava a modificare tratti del viso e delle fisicità delle modelle, rendendole però più simili a creature animali e mitologiche, che a inquietanti e futuribili robot. Quel lavoro trova in Iris la più fedele accolita, tanto che molte delle cantanti vestite allora da McQueen per i loro show più spettacolari, oggi proprio alla van Herpen fanno affidamento (Bjork ha indossato un abito della designer per la copertina dell'album Biophilia del 2011). La magia è nel fatto che, seppur privi di qualunque strizzata d'occhi a una sessualità "facile", e invece quasi totalmente svuotati dal sesso o da allusioni a qualunque genere di appartenenza, i suoi vestiti ragionino sul rapporto intimo di chi li indossa con il proprio corpo.

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We’re excited to unveil our newest collaboration with the magnificent muse Carice van Houten, in our short film ‘Transmotion’, lensed by Ryan McDaniels. To view the full short film ~ link in bio The ‘Transmotion’ dress radiates in a diaphanous bloom of white silk organza, translucent layers pleated within the confines of an undulating form. Contrasted against the frailty of the sheer petals, black branches of duchess satin were laser-cut, hand-stitched and form the central roots of the garment. This geometric lattice recalls humankind’s inclination to tame nature. Beneath the surface, the branching also reveals the synonymity of mycorrhizal networks (the Wood Wide Web) and the symbiotic nature within human communities. Like fronds frozen in time, crystalline filaments sprout from the heart of the dress. Portraying delicate new life, black seed-like crystals punctuate the tip of each stamen like strand. The concept of the creation stems from the notion of growth and regeneration. The seemingly simple seed is the embodiment of life and the potential that comes with it. A seed embedded upside down in dirt still sees the seedling growing the right way up. The dress follows symmetry in both its axis and without context, indiscernible which way is up or down. Motion and fluidity involved in the formation of tessellations highlight the capacity to shift between negatives and positives. Featuring: Carice van Houten @LeaveCariceAlone Director: Ryan McDaniels @Mr.McDaniels Sound design: @Sssalvadorrr Breed Including tracks: ‘F Major’ by @HaniaRani I @GondwanaRecords Art direction: @EugeneYeap I Ryan McDaniels Casting: @TobiasHeinrichs1 Talent: @rebekkabeate Hair & make-up: @EmmyKlomp I @EEagency Hair & make-up assistant: @IrisZuidema Director of photography: @VictorHorstink Photography: @valentine.bouquet Special thanks to Fédération de la Haute Couture et de la Mode @fhcm Davy Hezemans & Joanna van der Werf I @SpicePR @Zuiderling.Agency I Roy Schellekens Nina van het Spijker & Robert Lee I @ConservatoriumHotel @JaneyvanIerland I @Nummer19Management #irisvanherpen #couture #parisfashionweek #hautecoutureonline #transmotion #caricevanhouten

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Meno riflessivi, e più invece sensualmente impulsivi, sono gli abiti delle ultime collezioni partorite dalla mente di Anthony Vaccarello, designer di Saint Laurent. Inguainate in gonne di latex sulle quali indossano lingerie a vista, body in pizzo per nulla timidi, cuissardes in latex rosso fuoco, riportano alla mente la sensualità pericolosa e cupa, carica di riferimenti austro-ungarici e sensi di colpa, di pellicole come Il portiere di notte di Liliana Cavani, nella quale Charlotte Rampling e Dirk Bogarde intrecciano una relazione improntata al sadomasochismo, sulle spoglie di un passato nel quale lei era un'ebrea internata nei campi di concentramento, e lui il suo aguzzino, che oggi cela la sua identità dietro quella di un portiere di un hotel viennese, vivendo nel terrore di poter essere scoperto, e processato dagli alleati. Sesso e senso di colpa si intrecciano, in un binomio potenzialmente letale, come sono letali quei corpi che incedono sulla passerella.

La fall winter 2020-2021 di Saint Laurent
Victor VIRGILEGetty Images


La femme fatale trova oggi però un'altra sua iterazione meno disturbante ma ugualmente raffinata nel lavoro di Daniel Lee da Bottega Veneta. Una direzione che fu resa chiara da subito, quando, poco dopo la sua nomina come direttore creativo, cominciarono a circolare per le maggiori metropoli maxi cartelloni che sponsorizzavano la nuova estetica della quale si sarebbe fatto portatore, già dalla spring/summer 2019: in essi, una donna in cappotto era ritratta di spalle, lo sguardo rivolto al tramonto, mentre forse un soffio di vento birichino le alzava gli orli, scoprendo l'assenza di biancheria intima. Lee, allievo proprio di Phoebe Philo, ha saputo così inglobare le istanze razionaliste della sua maestra, in un discorso su una femminilità nuova, che vuole essere presa sul serio, così come era serissima e sempre molto impegnata la donna Céline immaginata dalla Philo, senza però annullare e cancellare la dimensione corporale.


E in questo segno Lee ha proseguito, immaginando abiti dagli scolli geometrici e profondi sulla schiena, gonne in pelle con spacchi accennati, maglioni i cui scolli tondi e borghesi si arricchiscono di maxi-catene dorate, vestiti in paillettes – kriptonite materica di ogni (super)designer che voglia farsi prendere sul serio – e però da volumi ariosi. A conferma del successo del progetto, la creazione di un account di apprezzamento su Instagram (@newbottega) che già magnifica le creazioni del 32enne inglese, forse per anticipare nuovi sviluppi e nuovi creativi: un onore del quale la sua maestra Phoebe Philo era stata insignita dal mondo del web quando lasciò Céline, mandando in crisi di identità la urban tribe delle sue philophiles, che si ritrovavano tutte sull'account @oldcéline, oggi privato, così come sarebbe piaciuto a Phoebe, per rielaborare collettivamente il lutto.

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Per nulla sibillina o con dei doppi fondi nei quali indagare, è la sensualità secondo Simon Porte da Jacquemus, un assunto che ha il creativo ha ribadito di recente, quando ha fatto sfilare la sua spring/summer 2021 nel mezzo di un poetico campo di grano. Vestiti in colori cremosi, scivolati sul corpo, top che scoprono il sottoseno, pantaloni e gonne a vita alta che, nella loro abbondanza di tessuto, in realtà non lesinano nello scolpire e scoprire i fianchi e il punto vita: la narrazione della donna è pregna di una sessualità acerba e gioiosa, che ricorda la Liv Tyler di Bernardo Bertolucci in Io ballo da sola, e che dona, democraticamente ad ogni età e ogni corpo. Non è una sorpresa che infatti il suo casting, che inglobava delle modelle dalla fisicità lontana dai dettami della passerella, sembrasse frutto di un pensiero coerente e affettuoso nei confronti della figura femminile, più che necessità un po' furba dettata da tempi, quelli attuali, che esigono dagli stilisti una rappresentazione più eterogenea. Donne, come e quanto le altre, e non macchiette di un universo – quello del reale – che la moda fa ancora difficoltà a inglobare.

Jacquemus, spring/summer 2021
Pascal Le SegretainGetty Images

Lontano dalla fama globale – ma si spera ancora per poco – è invece il lavoro di Dion Lee, australiano già amato per i suoi vestiti in jersey stretch e i top corsetto da Solange e Beyoncé. I maglioni in lana merino con cut out sui fianchi, le t-shirt tramutate in semplici fasce sul seno, fondono la costante tendenza dell'athleisure, connaturata ad un vigoroso australiano cresciuto con i piedi sulla sabbia di Bondi Beach, con un lavoro ben più intimista sulla lingerie, mettendo insieme in maniera contemporanea, grandi del passato che non avrebbero mai pensato di convivere con le loro idee sulla stessa passerella: Jean-Paul Gaultier e Helmut Lang. La sessualità contemporanea è multi-forme, fluida, libera da costrizioni e moralismi bacchettoni: e il 2020, con le sue passerelle ne rappresenta appieno lo Zeitgeist.

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