Chi è Marine Serre, l'autrice della tuta di Beyoncé e del futuro della moda consapevole francese

Dagli inizi da McQueen e Balenciaga ai primi premi passando per la ribalta globale: storia di una donna dalla volontà di ferro (secondo Karl Lagerfeld) che sta già cambiando la moda

beyonce
Courtesy Instagram / Marine Serre

In un solo weekend, secondo Lyst, una tuta con mezzelune – e di conseguenza la designer che l'ha immaginata, Marine Serre – sono schizzate ad un +426% nelle ricerche. Il motivo? Il fattore B, come Beyoncé. Nel video di Already, primo estratto dal nuovo visual album, Black is king, la regina assoluta dello star system musicale contemporaneo, la indossa – anche se non è la prima volta, avendola già indossata in un altro colore per un'occasione diversa, i play-off dell'NBA, dove ha partecipato solo da spettatrice, seduta in prima fila con il marito Jay-Z. E per omaggiare la sua icona, in un gioco degli specchi couture, la cantante Adele si è ritratta in un post Instagram, in adorazione di fronte allo schermo che passava il video, in una t shirt con la stessa stampa, moltiplicando l'esposizione di Marine Serre, e dando vita a quel risultato espresso dalla piattaforma di ricerca di Lyst, che tra l'altro, ha reso noto che uno dei termini più ricercati, al momento è "Marine Serre moon bodysuit", mentre da una settimana all'altra, l'interesse verso il suo nome – e le conseguenti ricerche – crescono del 51%. Una crescita che si riflette, felicemente, anche nei risultati del marchio, che è stato uno dei più performanti nell'ultimo trimestre del 2020, con le sue maschere con stampa lunare – realizzate e pensate ben prima dell'arrivo della pandemia – definite come il secondo accessorio femminile più ricercato nel The Lyst index del secondo trimestre del 2020. Dati che fanno da cartina tornasole di un fenomeno che, se dice poco ai più, nella realtà nei circoli degli addetti ai lavori era già abbastanza conosciuto e amato (noi ne avevamo già parlato qui).

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Un percorso vissuto con il piede sull'acceleratore, quello di Marine Serre, che, dopo aver studiato a La Cambre di Bruxelles, si era già fatta notare con la collezione presentata per la chiusura del quinquennio, nel 2017, (Fall winter 2017, A radical call for love) che aveva attratto le attenzioni per via della capacità di utilizzare lussuosi tessuti arabi del 1800 allo sportswear – anche se, guai a chiamarlo così, perché gli abiti di Marine Serre, nonostante la presenza di biker short e felpe, non sono certo fatti per essere esibiti in una palestra di periferia, quanto per proiettarsi direttamente nel futuro. E se persino il Kaiser Karl, in una delle sue ultime interviste, affermò che la giovane era dotata di "una volontà di ferro" e alle sue prime sfilate si mostravano, nei front row, personaggi trasversali, da Michelle Lamy, moglie e musa dello stilista di culto tra gli avanguardisti, Rick Owens, così come Rihanna, che poi le conferì il suo LVMH prize, riconoscimento e premio monetario dopo il quale Marine si decise a fondare il brand, un motivo ci sarà, e non si limita a quella tuta con le mezzelune – che pure è stata già indossata da Dua Lipa, Kylie Jenner, Lorde e Rosalia.

Spring/ summer 2020 di Marine Serre
THOMAS SAMSONGetty Images

Prima di volare da sola, però, Marine si è esercitata passando per gli uffici stile di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga, Maison Margiela, arricchendo la sua visione di lati e angoli che poi sono andati a formare la complessità della sua filosofia. Forse anche per la giovane età, Marine è nata in un mondo sostanzialmente diverso da quello nel quale si sono ritrovati a navigare Lee McQueen, Demna Gvasalia, John Galliano e Martin Margiela, e laddove in alcuni casi, le opere e le trovate di creativi come Gvasalia sembrano subodorare "il fenomeno" o la trovata di marketing giusta per far parlare di sé e distinguersi dalla massa, per Marine si tratta semplicemente di un approccio naturale, come veniva naturale a Martin Margiela organizzare i suoi show degli inizi lontano dai posti noti, optando per teatri abbandonati e vecchie lavanderie – nello stesso modo Marine ha fatto sfilare la sua fall-winter 2019, Radiation, in una vecchia cantina per vini nei sobborghi parigini, e la Spring Summer 2020, Marée Noire, in una periferia incolta e molto pasoliniana, poco distante dai binari dei treni che portano lontano dalla città, verso la vita vera. E volti veri, distanti dalle stereotipie da sfilata, hanno sempre affollato le sue passerelle, distinguendosi per diversità – di colore, età, forma fisica, o persino stato, come quando ha fatto sfilare un modella incinta senza fare un plissé. E per diversità si può felicemente intendere anche una difformità di pensiero rispetto al sentire comune e totalizzante del sistema modaiolo, come quando nei suoi ranghi è stata arruolata con grande entusiasmo anche Marie Sophie Wilson, icona nineties con viso botticelliano molto amata da Peter Lindbergh che, a differenza di molte sue colleghe e coetanee ancora incastrate in quell'immaginario di eterna bellezza, ha accettato con grazia e orgoglio i capelli bianchi, sfoggiati in passerella di Marine, dove si è fatta accompagnare dai due figli.

Spring Summer 2020 di Marine Serre con la mascherina tra gli accessori più ricercati dalle donne secondo The Lyst index
THOMAS SAMSONGetty Images

A distinguerla dai suoi maestri, però, è stata la consistenza e la pervicacia con la quale Marine, da sempre ha affrontato le tematiche ambientali, ben prima che divenissero tendenza come in certe sfilate fastosamente apocalittiche (vedere alla voce Balenciaga). Marine Serre produce sin dai suoi inizi collezioni che vengono per il 50% da materiali di riciclo e le prime mascherine – oggi accessorio ricercatissimo – sono state prodotte e pensate ben prima dell'inizio della pandemia. «Ho cominciato a interessarmi di moda a 14, 15 anni» ha spiegato Marine al W. «Ho iniziato andando nei negozi vintage, dove compravo di tutto, da vecchie chiavi a bluse vittoriane del 1800 con le maniche voluminose e poi ho iniziato a mescolare i pezzi, ricamandoli, mixando i jeans con dei top in pizzo ben più vecchi, con maniche a sbuffo». Ad aiutarla e stimolarla durante il percorso, l'eclettico nonno, che, di mestiere, rivendeva abbigliamento usato. «Non era assolutamente una persona alla moda, ma collezionava roba abbastanza strana, che a me pareva bellissima». Certo, della complessità di ridare forma e vita a qualcosa di già usato, Marine è consapevole ma, come dice al W, «credo che oggi sia fondamentale chiudere il cerchio produttivo della moda. Forse tra tre anni, non vorrai più un pezzo di Marine Serre che viene da cinque stagioni prima. E allora cosa ci faremo? Probabilmente lo trasformeremo in qualcosa di nuovo».

Marine Serre, spring summer 2020
Aurelien MeunierGetty Images

Marine Serre è in fondo molto più di quella mezza luna, un riferimento ai paesi musulmani, ma anche alla cultura greca – Diana, la dea della caccia, dei boschi, era protettrice anche, appunto, della luna. Però a quella luna, e al mistero del quale è avvolta la sua etimologia e storia, pur rimanendo simbolo estremamente riconoscibile, assomiglia. E, a quello che suggeriscono gli esordi, pare destinata ad accompagnarci con quella luce persistente e discreta, per moltissimo tempo.

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