Italia, paese di santi, navigatori, e artigiani: nonostante Milano sia riconosciuta dagli atlanti internazionali come la nostrana capitale della moda, in tutto lo stivale abbondano in realtà distretti produttori – e altrettanti personaggi – che hanno creato, nel pratico, quella mitologia, capace poi di manifestarsi magicamente due volte l'anno sulle passerelle della città meneghina. Nell'emiliano, ad esempio, è nato il distretto della maglieria, unendo alcuni comuni riuniti intorno al polo di Carpi (tra loro Modena, Cavezzo e Campogalliano). Se la nascita del fenomeno più o meno industrializzato è degli Anni 70, l'origine è molto più antica, perché il truciolo per i cappelli di paglia si utilizzava e lavorava già dal 1500. Il passaggio del testimone avvenne solo negli Anni 50 del secolo scorso, quando l'espansione del mercato nazionale ed estero conseguente al dopoguerra suggerì ai maestri del telaio di passare alla produzione di maglie e camicie, che inizialmente erano principalmente destinate al mercato tedesco. Capace di adattarsi a un mercato che cambiava, dirigendosi verso il pronto moda, e una conseguente produzione su larga scala, le aziende del distretto, tutte di dimensioni medio-piccole, e spesso a conduzione famigliare – perfetto racconto di un paese operoso e ottimista che sembra venire da un film di Vittorio De Sica – nel 2015 contava 2600 imprese tessili, più di 14mila addetti al settore, un volume di affari di oltre 3 miliardi, e quota export pari al 30% del fatturato annuo (secondo la Promec, azienda speciale della camera di commercio di Modena).

Un artigiano in una conceria a Santa Croce sull’Arno
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Il comprensorio del cuoio è invece di pertinenza di Firenze, e la sua prima apparizione è su una relazione del Provveditore dell'Arte "de vajay e Quojaj" Filippo Neri, che attesta come la produzione di pellame nel granducato di Toscana, nell'anno di grazia 1768 sia attiva in più di 20 centri cittadini. Solo Firenze produce un terzo delle pelli sul mercato, mentre un altro è il risultato degli sforzi combinati di Pisa e Arezzo. Circa 20 mila persone, (il 4, 5% della popolazione) preparano dagli 800 ai 900 mila pezzi l'anno grazie anche ad una vasta area boschiva intorno a Santa Croce dove è possibile approvvigionarsi dei tannini vegetali che servono per tingere e lavorare il cuoio (le pelli bovine si usano per tomaie e suole, quelle di capra e agnello per guanti e corsetti). La prima conceria è dell'accorto signor Paolo Prò, che nel 1814 fa richiesta al comune di poter acquistare un magazzino in un luogo geografico che pare venire da una novella di Tolkien, denominato "su i fossi fuori dal paese" da adibire a conceria, per evitare di appestare l'aria della sua abitazione con esalazioni e miasmi poco salutari derivanti dalla lavorazione della pelle. E Firenze assumerà importanza anche appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando ad un imprenditore capace di vedere molto lontano, Giovanni Battista Giorgini – imprenditore capace di scovare e lavorare con i migliori artigiani fiorentini – viene l'idea di portare nella città del Rinascimento l'Alta moda, all'epoca di pertinenza esclusiva di Parigi. Convinto però che gli italiani potessero fare anche meglio, con prezzi più competitivi, mise insieme un gruppo di stilisti e couturier che arrivavano da Roma e Milano, e nel febbraio del 1951 organizzò "the first italian high fashion show" nella cornice di Villa Torrigiani.

Una sfilata del 1960 a Palazzo Pitti
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Così, le donne del beau monde romane con il gusto per l'alta moda, come la principessa Giovanna Caracciolo con il suo Atelier Carosa, così come l'Atelier Simonetta di proprietà della duchessa Simonetta Colonna Visconti si palesarono nella città, al cospetto non solo di loro colleghi, come l'anticipatrice del New Look Germana Maruccelli, la Sartoria Vanna, le sorelle Fontana, Jole Veneziani ed Emilio Schuberth, ma anche, intelligentemente, di fronte ad una platea di giornalisti e buyer che erano venuti, senza molte aspettative, per via dei rapporti di stima che avevano intrattenuto negli anni con Giorgini, che prima della guerra aveva passato diversi anni a New York. Così nel front row c'era Gertrude Ziminsky per i magazzini B. Altman, Jessica Daves e Julia Trissel per Bergdorf Goodman, Stella Hanania per I. Magnin di San Francisco. L'intraprendenza del toscano, così come la qualità dei prodotti, convinsero il mondo fuori dai confini italici che il paese era in grado di gareggiare ad armi pari con la Francia. Ad aiutare fu anche il supporto della stampa americana, nella persona – mitologica – di Irene Brin, la corrispondente dall'Italia di Harper's Bazaar, dove era stata assunta dalla stessa Diana Vreeland, che l'aveva incrociata per Park Avenue, dove Brin – in realtà Maria Vittoria Rossi – passeggiava con il marito, chiedendole di chi fosse quell'abito così sofisticato che indossava. Quell'abito, di Alberto Fabiani, sarto romano presente durante quel primo grande evento, le garantì una carriera e la possibilità di essere la prima vera, grande traduttrice del neonato Made in Italy, diffondendo il verbo a ogni latitudine. A quella sfilata fu già introdotta una piccola sezione di ready-to-wear, con la presenza de Le tessitrici dell'Isola, di proprietà della baronessa Clarette Galotti, Mirsa, della Marchesa Olga Cisa Asinari di Grésy, e Pucci. L'evento ebbe talmente successo che se ne organizzò un altro nel luglio dello stesso anno al Grand Hotel di Firenze, e poi usando dal 1952 la famosa sala bianca di Palazzo Pitti, evento al quale parteciparono la Sartoria Antonelli e Roberto Capucci, con una giovanissima Oriana Fallaci inviata per Epoca, che ne fece la cronaca. La "fashion week dell'alta moda italiana" era ufficialmente nata e si espandeva a macchia d'olio la sua influenza, tanto che Barbini negli Anni 60 vendette le creazioni italiane a Isetan, uno dei maggiori grandi magazzini del Giappone. L'introduzione sempre più consistente del ready-to-wear, categoria merceologica che, grazie al boom economico successivo alla fine della guerra, trovava sempre maggiore successo, piaceva poco però alle maison romane, che con uno storico strappo, decisero di tornare nella loro capitale, quella unica, dell'Alta Moda, per organizzare un evento parallelo e più esclusivo. Fautore di quel successo, e monumento vivente del Made in Italy, insieme a Giorgini, fu Beppe Modenese, che di Giorgini era stretto collaboratore. Definito nel 1984 dal WWD "Italy's prime minister of fashion", titolo che la stampa gli riserva con affetto ancora oggi, Vogue America optò per un meno roboante "Minister of Elegance". In moto per le strade di Firenze con Leonardo Ferragamo, a fare acquisti nelle località di vacanza del jet set insieme a Lee Radziwill e Carolina Herrera, agli eventi mondani insieme a Diana Vreeland, alla presenza e all'influenza di Modenese, successore ideale di Giorgini, si deve la costruzione di un comparto strutturato, capace di divenire la seconda voce dell'economia italiana, tanto che, ancora oggi, in segno di gratitudine, è Presidente Onorario della Camera della Moda italiana.

Beppe Modenese con Lee Radziwill nel 1982 a New York
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Quando si parla di calzature, invece, non si può che fare riferimento alle Marche, dove nel XV secolo c'erano già botteghe di artigiani che producevano calzature destinate ai mercati cittadini di Sant'Elpidio, Montegranaro, Monte Urano e Monte San Giusto. Le chiocchiere, ossia le scarpe prodotte dalle maestranze artigiane, erano pianelle in stoffa o pelle, prive di tacco e con una leggera suola in cavallino, che trovarono presto successo anche nello Stato Pontificio e nel Regno di Napoli, la cui produzione aumentò nel 1870, quando la creazione delle macchine a pedali per cucire rese possibile l'inserimento delle donne nella forza lavoro. Le qualità delle chiocchiere erano magnificate persino dal Boccaccio, che nella quinta novella dell'ottava giornata del suo Decamerone racconta di un certo sindaco elpidiense a cui gli amici fanno uno scherzo, facendogli credere di doversi recare a Napoli per dirimere certe sentenze, asserendo che "tali calzature erano così richieste ed esportate non solo in Toscana, ma anche nei paesi balcanici". Arrivata l'epoca dell'industrializzazione, le Marche hanno risposto dotandosi di aziende satelliti specializzate che si occupassero ognuna di un diverso componente della scarpa: tacchifici, guardolifici, tomaifici e via discorrendo.

Un tecnico taglia la suola in un calzaturificio delle Marche
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Roma, invece, dopo lo strappo fiorentino, si decise a perseguire quella che credeva fosse la sua unica missione, quella dell'Alta Moda. Un lavoro iniziato ben prima degli Anni 60, però. Infatti, quando nel 1871 si insidiò in città la corte Sabauda, tra salotti nobiliari e caffè letterari si moltiplicarono le occasioni di socializzazione, e i conseguenti abiti richiesti, così affluirono da ogni provincia sarti che potessero soddisfare gli aristocratici gusti del jet set dell'epoca. La nascita degli atelier fu utile quando, negli Anni 50, grazie alla presenza degli studios di Cinecittà Roma si trasformò nella "Hollywood sul Tevere", con divine di passaggio o stanziali che avevano, ognuna, un sarto di riferimento. Ava Gardner ad esempio si faceva vestire solo dalle Sorelle Fontana sul set e nella vita privata, tanto che furono loro a realizzare il Pretino, abito dalle fattezze talari che l'attrice indossò, mentre Piero Gherardi realizzò per Anita Ekberg il leggendario abito nero con scollo a cuore senza spalline e spacco vertiginoso che l'attrice indossò nella scena della fontana di Trevi de La Dolce vita di Fellini, quando attirava nell'acqua un Mastroianni che fingeva di opporre resistenza.

Lauren Bacall con le sorelle Micol e Giovanna Fontana
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Con gli anni dell'industrializzazione e del ready to-wear, l'organizzazione di eventi legati all'Alta moda fu messa un po' in ombra, anche se si può attribuire al potere accentratore di Roma la nascita di maison come quella di Valentino, che qui nel 1959 ebbe i natali, e di Fendi, che era già parecchio attiva dalla fine degli Anni 20 con la produzione di borse e pellicce. Negli ultimi anni, però, grazie alla metamorfosi di Altaroma, che oggi accetta alla sua corte anche nuovi talenti attraverso programmi di tutoring e mentorship, come il Who is on Next?, la città sembra aver ritrovato nuova linfa vitale. A vincere l'ultima edizione dell'evento è stato, per l'abbigliamento femminile, Francesco Murano. Già conosciuto oltre oceano, dove ha disegnato alcuni abiti per Beyoncé in Spirit, video che fa parte del live action de Il re leone, Murano ristruttura l'antico concetto della sensualità in maniera contemporanea, in anni nei quali il discorso sull'eros e sulla seduzione sta tornando a interessare buyer e clienti. Per l'abbigliamento maschile, invece, a essere nominata vincitrice è stato Dima Leu, che rivisita lo sportswear. Murano beneficerà inoltre del programma di Pitti Tutoring & Consulting Prize, e sarà quindi assistito e consigliato per sei mesi dal Pitti, con il quale Altaroma lavora in sinergia. Perché le capitali sono molteplici, ma il sistema ha finalmente compreso, pur nella sua babele di iterazioni, che la lingua con la quale parlare è una sola. Quell'italiano che ha incantato le corti nobiliari avantieri, Irene Brin ieri, e chissà chi altri domani.