Le donne con i pantaloni, nel Belpaese, hanno sempre fatto abbastanza timore, tanto che non stupì molto quando nel 1989, il libro d'esordio della 19enne Lara Cardella, raggiunse il successo – in patria ma anche internazionale – con un titolo come Volevo i pantaloni. La dicitura non faceva riferimento tanto al fatto che, la sua giovane protagonista, stanziata in una Sicilia anni 80, ma per nulla rampante, volesse indossare quel preciso indumento – avrebbe prediletto anche le più modaiole minigonne – quanto alla disperata ricerca di libertà da una società gretta, il tentativo di emancipazione che l'idea di indossare un capo maschile faceva sembrare più raggiungibile, come se il pantalone si intrecciasse in un cotone apotropaico, capace di scacciare pregiudizi e sessismo. Se di certo, quindi, il titolo era più un riferimento al valore simbolico dei pantaloni, che nel 1989 si indossavano più o meno ovunque in Italia, all'inizio del secolo, portarlo, e abbinarlo addirittura a un blazer, replicando il classico completo maschile, era considerato abbastanza scandaloso, quando non punito dalla legge. Eppure, con la scioltezza che la contraddistingueva, fu l'attrice Sarah Bernhardt a sfoggiarlo per prima, nel 1870: i suoi, di completi pantalone, erano realizzati su misura, e disegnati per valorizzare le curve femminili, ma rimanevano, essenzialmente, una delle armi attraverso le quali gli uomini erano soliti pretendere rispettabilità ed emanare autorità, e vedere che anche il gentil sesso poteva approfittarne, fece nascere qualche rimostranza. Poi, convinti dalla sua conclamata fama mondiale e dai suoi natali francesi, che la rendevano probabilmente avvantaggiata in materia di studio delle tendenze – seguendo l'adagio che poi avrebbe canticchiato Gaber con una certa malinconica rassegnazione, in Quando è moda, è moda – nessuno osò dire di più, anche perché la signora, era avvezza a sfidare le stereotipie di genere: qualche anno più tardi, nel 1899, si presentò nei teatri di Parigi e Londra portando in scena l'Amleto, interpretando, ovviamente, il ruolo principale.

L’attrice Sarah Bernhardt con un busto a sua immagine realizzato da Mathieu Mesnier e un completo giacca e pantalone, nel 1869
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L'ensemble, però, rimase un'eccezione concessa all'eclettismo di un'artista molto nota, e non una tendenza diffusa. L'utilizzo del completo giacca pantalone che, dal 1910 in poi ne fecero le suffragette, rese l'accoppiata politica, ma non certo popolare. Ci volle l'arrivo sulla scena della divina Marlene Dietrich, per sedimentare l'idea nella testa delle spettatrici dei suoi film. L'attrice non sfoggiava blazer e pantaloni solo sulla pellicola – come in Marocco, Venere Bionda e La taverna dei sette peccati, tutti in una decade, tra il 1930 e il 1940 – ma anche nella vita privata. "La donna dalle gambe più belle del mondo", come l'aveva definita Salvatore Ferragamo, a sottendere un valore pressoché museale – e però anche economico, visto che fu la prima a farsele assicurare dalla società londinese Lloyd's, per una cifra all'epoca stellare, due milioni di dollari – non trovava meno femminile l'idea di avvolgere tale tesoro in una tela di cotone o seta.

Marlene Dietrich in blazer doppiopetto e pantaloni nel film La taverna dei sette peccati, del 1940
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A detta di molti storici del costume, la popolarità del completo da uomo deve molto a lei, e a Katharine Hepburn, anche se, nel caso dell'attrice americana, le motivazioni erano di origini familiari: nata e cresciuta in un ambiente benestante e progressista, suo padre era un medico che, in controtendenza, asseriva la necessità di informare la popolazione sui rischi delle malattie veneree, kriptonite pura per la società moralista di inizio '900, mentre sua madre era addirittura una suffragetta sostenitrice della contraccezione e co-fondatrice dell'associazione americana Planned Parenthood, che difendeva una genitorialità consapevole, e la possibilità dell'aborto. Indossare giacca e pantaloni per Katharine non era certo un atto ribelle, quanto una naturale estensione della sua educazione liberale.

Katharine Hepburn nel 1952 a Londra, dove si trovava per la performance teatrale de La miliardaria, firmata da G.B. Shaw
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A rendere l'accoppiata provocatoria, ci pensarono anni dopo le musiciste, una su tutte, Patti Smith, che indossava molto spesso il completo maschile, come complemento naturale alla sua androginia, che attrasse anche il primo fidanzato con il quale convisse a New York, Robert Mapplethorpe. Musa di un talento all'epoca ancora sconosciuto ai più, nel 1975 il fotografo la renderà eterna scattando la copertina di Horses, dove Patti, con un caschetto disordinato, è appoggiata al muro bianco: indossa una camicia bianca, pantaloni, e si tiene la giacca sulla spalla con una mano, in un gesto genericamente maschile, eppure, nel suo caso, capace di apparire fragile.

Patti Smith nel 1995, in giacca e pantalone, con il gruppo delle Salt’n’Pepa, a New York
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Negli stessi anni, nella factory di Andy Warhol, si produceva il fenomeno del proto-punk che avrebbe conquistato qualunque party della città, e fatto razzia di qualunque sostanza psicotropa si trovasse a distanza ravvicinata: l'esperimento, riuscitissimo, dei Velvet Underground, band nella quale militavano i giovani Lou Reed e John Cale, funzionò anche per via dell'innesto della glaciale Nico che accompagnava il gruppo con la voce e con gli strumenti, ma maggiormente con la sua presenza statuaria. Un'aura, quella che emanava la giovane tedesca, quasi sacrale – ed era una strana ironia il fatto che il suo nome di battesimo fosse Christa Pfagen – e che fece cadere ai suoi piedi buona parte degli idoli del rock'n roll che si intratteneva nella Grande Mela, da Iggy Pop, che ne decantava le sue qualità da maliarda a Jim Morrison e Brian Jones dei Rolling Stones. Eppure Nico raramente indossava abiti succinti, o gonne in generale. La sua uniforme era quella del blazer e dei pantaloni neri stretti, che poi non abbandonò per la sua intera carriera.

Nico durante un concerto dei Velvet Underground a New York
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Arma di seduzione di massa si fece invece la giacca, con il pantalone immaginata da Yves Saint Laurent, artefice della trasformazione di un capo simbolo del potere maschile in un sinonimo di assertività al femminile: il suo Le smoking, poi fotografato da Helmut Newton nel 1975, indosso a una modella, in una stradina poco illuminata del Marais, dove il fotografo abitava con sua moglie, Alice Springs, divenne viatico di emancipazione, divisa formale con la quale le donne si potevano presentare a cene, eventi ufficiali e gala, reclamando rispetto e suscitando desiderio in egual misura. Ovviamente, le prime ad adottare la divisa furono alcune tra le donne alle quali Saint Laurent era maggiormente legato, per motivi affettivi e perché, negli anni, avevano ispirato la sua mano, nell'immaginare una femminilità moderna, a suo agio con i tempi e molto meno con le categorizzazioni stereotipate. Una tra loro era Betty Catroux, modella dai natali avvantaggiati – figlia di un diplomatico americano – che non camminò mai sulle sue passerelle ma che condivideva con Yves un rapporto a due di intimità tale che il couturier di lei diceva spesso che fosse la sua "gemella, me reincarnato in una donna". Fu su di lei, durante qualche evento del bel mondo, che Yves volle far debuttare la sua sahariana, e le gambe affusolate di Betty, spesso avvolte da pantaloni o da cuissardes, si coprirono dei pantaloni de Le smoking, anche se l'accoppiata era già da lei utilizzata abbondantemente anche nella vita privata.

Betty Catroux con un completo giacca e pantalone palazzo gessato, a Parigi, negli Anni 80
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L'intellettuale giornalista che rimbecca Woody Allen a una mostra di arte contemporanea nella New York degli Anni 70 – e di cui poi, lui, inevitabilmente si innamora, in Manhattan, ad oggi uno dei suoi film seminali – non poteva che indossare un completo giacca e pantalone. E quel personaggio fu memorabile nella misura nella quale l'attrice che lo interpretava – che riuscì, con una certa ironia, a veicolare le idiosincrasie e i limiti tipici di una certa fetta di intellettuali statunitensi – era a suo agio con la combinazione vestimentaria, anche nella vita reale. Diane Keaton, negli Anni 80, era solita presentarsi a prime cinematografiche ed eventi indossando con naturalezza completi maschili, accompagnata da quello che, secondo Saint Laurent, era l'accessorio migliore una donna potesse sfoggiare: un uomo al suo fianco. Nel caso della Keaton, l'uomo era Warren Beatty, per il quale mise fine alla relazione che aveva iniziato tempo prima, proprio con Woody Allen.

Diane Keaton con giacca e pantalone in velluto a costine, insieme a Warren Beatty, nel 1978 a New York
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Se Diane era abituata anche sul set dei film con Allen, a trascendere le categorie con un abbigliamento maschile, composto da camicie, cravatte, e pantaloni morbidi, e a farlo anche con una certa scioltezza, senza dar l'impressione di appropriarsi dei codici comportamentali dell'altro sesso, negli stessi anni c'erano due cantanti che, invece, sembravano indossare la stessa uniforme con intenti ben diversi: quelli di scuotere le coscienze, causare volontariamente un certo chiacchiericcio al loro passaggio, porre interrogativi. In maniera diversa, dalle due coste dell'Oceano Atlantico, Annie Lennox e Grace Jones spostarono l'asticella del consentito, nella sperimentazione con l'abbigliamento. Nulla era più proibito: farsi dipingere il corpo da Keith Haring, o fotografare in blazer sussiegoso dal compagno Jean-Paul Goude, che ne cesellò l'immagine, fu una forma d'arte per Grace Jones. Annie Lennox fece lo stesso, aggiungendovi una dose di trasformismo anglosassone, travestendosi da creatura che trascendeva le distinzioni tra i sessi, per alcune performance con il nume tutelare della specifica arte, David Bowie, anche se, a passare alla storia, saranno i completi maschili over total white con i quali si esibiva negli Eurythmics.

Annie Lennox nel 1989 a New York
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E arrivando nel passato già glorificato dei Novanta, si trova l'ultimo esemplare di donna che ha sfidato l'occhio dei paparazzi e gli stereotipi, adottando i lemmi classici del guardaroba maschile: è storia confermata dalla sua stessa protagonista che, da ragazzina, Winona Ryder venisse regolarmente bullizzata dalle sue coetanee per quella sua attitudine a prediligere capi di solito predestinati agli uomini, compreso, ovviamente il completo, che poi sfoggiò, pacificata e lontana dalle vessazioni liceali, a molte prime cinematografiche. Mettendo definitivamente fine all'idea che sia un abito, a definire ambizioni e inclinazioni, e non il contrario.

Winona Ryder in completo maschile con Johnny Depp ad una prima cinematografica a Los Angeles
Jim SmealGetty Images