Wonder Woman 1984 arriverà in Italia il 28 gennaio, dopo molti slittamenti causati dalla pandemia da Covid-19 (uscito in America a Natale in contemporanea nelle sale e sul canale HBO Max), e Gal Gadot tornerà a interpretare il ruolo della regina delle Amazzoni, una Diana Prince a suo agio con l'edonismo degli Anni 80, e pronta ad affrontare un nuovo nemico (il tycoon in bancarotta Max Lord, il Pedro Pascal entrato nel cuore di donne e nerd con il suo ruolo di Oberyn Martell in Game of Thrones). Una traduzione filmica della narrativa delle strisce di DC Comics, che però, per l'ennesima volta, ha trasformato il costume dell'eroina, grazie al lavoro della costumista Lindy Hemming, che segue il guardaroba dal primo lungometraggio nel quale Gal Gadot è apparsa, insieme ai suoi due principali compagni di squadra, Batman v Superman: The dawn of justice (2016). Prima però, della "golden armor", la storia vestimentaria relativa all'outfit da combattimento dell'eroina, è stato capace di raccontare anche gli anni dell'emancipazione femminile. A tratteggiarne il personaggio – nel senso caratteriale – fu infatti nel 1941 lo psicologo William Moulton Marston: e non fu un caso che Diana fosse una "gentil donzella", visto che di super-eroine donne fino a quel momento nei fumetti non v'era traccia. Moulton Marston, personaggio dalla vita avventurosa e dalle variopinte fantasie, si avvicinò infatti al femminismo dopo aver conosciuto Emmeline Pankhurst, attivista politica britannica che guidò il movimento delle suffragette in terra d'Albione, e da allora si convertì alla causa del sostegno delle donne, tanto che impossibilitato a limitarsi a una, ne amò due contemporaneamente: la moglie Elizabeth Holloway e Olive Byrne, che poi coinvolse, con il beneplacito della consorte, in una relazione poliamorosa. E la figura iniziale di Diana Prince si ispira proprio alle personalità decise e lontane dalle convenzioni di queste due donne. Quando DC Comics lo interrogò chiedendogli di analizzare il portfolio e dare dei suggerimenti rispetto alla creazione di nuovi personaggi, Marston, proprio dietro un suggerimento della moglie, comunicò all'azienda produttrice di sogni che, banalmente, mancava una donna. E proprio per dare un simbolo di forza, un ideale di bellezza e vigore apprezzabile anche dal mondo femminile, era necessaria la creazione di Wonder Woman (che poi sarebbe stata disegnata da Harry G. Peters).

La prima Wonder Woman televisiva, interpretata da Lynda Carter, negli Anni 70
Warner Bros.Getty Images

L'esordio ufficiale arriva quindi nel gennaio 1942 sul numero 8 di All-Star Comics, dove viene presentata Diana, semidea amazzone – entrando poi nel mondo della Justice Society of America, a parigrado con Batman e Superman – che salva la Terra dalla minaccia nazista (e d'altronde erano gli anni della seconda guerra mondiale, e di conseguenza il suo aiuto, anche nel mondo reale, sarebbe stato parecchio gradito). Il costume iniziale, con il trittico di colori statunitensi (bianco azzurro e rosso) si articola così in una culotte a vita alta corredata dalle stelle degli stati americani, e un bustino rosso sul quale si ricama un'aquila dorata (altro simbolo teriomorfico della narrazione a stelle e strisce), insieme a degli stivali rossi al ginocchio corredati da tacco. Tra le sue armi, immaginate da Marston, c'erano una tiara, non semplice simbolo della genealogia ultra terrena di Diana – secondo la versione originale era la figlia della regina delle Amazzoni Ippolita – ma arma telepatica per intercettare i nemici, e dei bracciali dorati la cui origine era abbastanza controversa. Appassionato delle pratiche di BDSM – a cui proprio la compagna Byrne lo introdusse, permettendogli di assistere, per motivi di studio, ad alcuni riti di iniziazione a sfondo sessuale perpetrati nelle confraternite universitarie femminili –Marston chiamò quei gioielli sulle braccia di Diana "bracciali della sottomissione": la proteggono dai colpi di pistola, creano delle potenti onde d'urto che respingono i raggi Omega del nemico, il potente Darkseid, ma, al contempo, limitano e imprigionano le sue straordinarie abilità. Il motivo per il quale questa forza incontenibile (Wonder Woman viene equiparata, in quanto a forza, persino all'alieno Superman) andasse costretta, è forse da ricercarsi nelle passioni private di Marston, che pubblicamente sosteneva come quei bracciali fossero il simbolo della condizione di sottomissione nella quale la figura femminile era costretta da una società patriarcale. Poco dopo il suo ingresso nel mondo della DC Comics, cominciano già gli aggiustamenti al look: l'affascinante e femminile culotte viene sostituita da dei pantaloncini da ciclista, evidentemente più pratici nell'inseguire criminali ed esaltati guerrafondai, mentre gli stivali sono sostituiti da dei sandali rasoterra gladiator (che, oltre a essere più utili mentre si va a cavallo, si scalano le montagne o ci si lancia da elicotteri in volo, rimandano ai natali nella mitologia greca).

Uno degli outfit da Wonder Woman indossato da Lynda Carter e immaginato da Donald Lee Feld, esposto durante una mostra a Londra
Jack TaylorGetty Images

E qui inizia però la vera battaglia di Diana. Con Marston che si ammala, a seguire lo sviluppo del personaggio, in maniera anonima, e senza nessun riconoscimento futuro, è la sua studentessa ventenne Joey Hummel, che prende le istanze di Marston e le infonde di uno spirito giovane e rivoluzionario. Alla morte dello psicologo però, e con l'arrivo della società conservatrice degli Anni 50, il governo comincia a voler mettere dei paletti, obbligando la Comics Code Authority a regole più severe, e ovviamente pruriginose. Diana è sinonimo di una libertà femminile pericolosa in un mondo nel quale l'unico ruolo che si vuole regalare all'universo femminile è quello della madre e della moglie, regina solo della casa. Il femminismo convinto di Wonder Woman viene meno, gli autori si avviluppano in una serie di storielle amorose e romantiche che nulla hanno a che fare con lo spirito iniziale del personaggio. Una involuzione a cui viene messa fine solo nel 1968, nella Summer of Love di San Francisco: gli autori Mike Sekowski, Dennis O'Neil e Dick Giordano tentano di rendere di nuovo il personaggio contemporaneo, e trovano nell'escamotage del farle perdere i poteri e costringerla a vivere sulla Terra, in quegli stessi anni, la chiave di volta perfetta. Adottato quindi un costume borghese confacente alla decade – minigonne, jumpsuit o abiti total white dalla linea ad A, in pieno stile mod – Diana Prince è obbligata a studiare le arti marziali, per sopperire alla mancanza delle sue potenzialità magiche. Un ritorno con i piedi per terra, un "ridimensionamento" che non piace per niente all'eroina del femminismo in carne e ossa, Gloria Steinem. Nel 1972, infatti Steinem inizia a fare pubblicamente campagna affinché Diana torni a essere Wonder Woman, con tutti gli ammenniccoli del caso – la tiara, i bracciali e il Lazo della verità, che costringe chi ne è intrappolato a confessioni prive di bugie – mettendola in copertina del suo giornale, Ms. Magazine, ristampando alcune strisce del passato, dove l'eroina appariva in tutto il suo splendore. L'opera di convincimento è talmente ossessiva che a un certo punto – secondo l'intervista che la stessa Steinem aveva concesso al Vanity Fair americano nel 2017 – è lo stesso Dick Giordano, uno degli autori, a chiamare la Steinem per comunicarle "O.K.,ha di nuovo il lazo, i braccialetti per respingere i proiettili, c'è di nuovo Paradise Island nella storia originale, e persino una sorella amazzone di colore, Nubia. Ora mi lasci in pace?" Negli stessi anni, complice il ritrovato successo, per la prima volta Wonder Woman arriva sugli schermi televisivi, interpretata da Lynda Carter (la serie andrò in onda dal 1975 al 1979). Il cambiamento più visibile nel suo outfit? L'aquila dorata ricamata sul busto si tramuta, inspiegabilmente, in una palma, omaggio forse alla decade della disco music. Eliminato il controverso potere limitante dei braccialetti, nel prodotto televisivo ci sono ovviamente altri aggiustamenti e outfit che entrano nell'armadio quotidiano di Diana: se diviene difficile cavalcare con la tutina– Wonder Woman nasce come amazzone e di conseguenza molto abile nell'equitazione – ed evitare incidenti di percorso, Lynda indossa pantaloni bianchi vestibilità regular e top rosso. Nelle situazioni subacquee, invece, si pensa inizialmente a un bikini, subito accantonato per la stessa problematica di eccessiva esposizione corporea, e si opta per una tuta blu con dettagli dorati. Nel 1982, con l'arrivo della prima publisher donna di DC Comics, Jennette Kahn, l'aquila iniziale si espande, si stilizza, fino ad assomigliare moltissimo alle sue iniziali, quelle WW, che rendono la sua armatura più simile a quella dei suoi colleghi Batman e Superman.

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Nel 1987, George Pérez la ridisegna, regalandole una permanente in linea con i vistosi eighties, e regalandole una maggiore agilità con degli stivali nuovamente bassi. Poche modifiche si susseguono negli anni, alcune più inspiegabili di altre, come il choker al collo del 2011, ma quando Gal Gadot, che ha militato nell'esercito israeliano e sembra essere la perfetta reincarnazione dell'eroina, ne ottiene la parte, la costumista Lindy Hemming si impegna nella ricerca, pensando a una nuova versione che possa attrarre anche un pubblico giovane, pur rimandando alle origini della storia. «Nei comic, ci sono due storie, Kingdom Come e Burning Devastation» spiegò Hemming in una intervista a Variety «nelle quali ci viene introdotta l'armatura d'oro, e ha un che di estremamente americano, con il motivo dell'aquila e la corona. In una scena del fumetto, la indossa con un mantello con la bandiera americana, quindi siamo partiti da lì. Ho fatto ricerca per scoprire che molte delle antiche armature erano in oro, anche se non avevano nulla a che vedere con la figura di Wonder Woman. Nonostante ciò, anticamente, i guerrieri venivano sepolti in armature del genere. Perché il film piacesse a un pubblico più giovane bisognava dargli un che di modaiolo. Ho guardato negli archivi di Alexander McQueen, Thierry Mugler, e anche di Gareth Pugh, che, nel 2011 aveva realizzato un favoloso vestito con mini placche d'oro attaccate al tessuto. Ci sono voluti sei mesi per realizzarlo : il costume è una tuta con un corsetto che sostiene la parte superiore, ed è fatto da pannelli singoli di modo che Gal possa muoversi agevolmente». Ovviamente, il classico costume è presente, anche se i cuissardes dorati metallici sembrano rubati a una sfilata di Balenciaga, la doppia W è divenuta la bordatura del corpetto rosso, e la parte inferiore, in blu, si è tramutata in una micro gonna a pannelli che ricorda le bardature di certe armature greche. Wonder Woman, insomma, è ancora lì, e se a vegliare sulla modernità del suo costume c'è persino Gloria Steinem, possiamo stare tranquilli.