Il tanga è tornato, il tanga non se n'è mai andato

Il colpevole è un post IG di Dua Lipa, che ha fatto schizzare le ricerche. Dalle spiagge di Los Angeles, agli anni 2000 di Paris Hilton e Britney Spears, qual è la storia del tanga, e quali sono i brand indie che oggi lo ripropongono.

gillian anderson attends the vanity fair magazine party at mortons photo by jody cortessygmasygma via getty images
Jody CortesGetty Images

Il tanga è tornato, dovremmo decretare presto? The thong is a thing, decreta intanto Lyst. E, a questa didascalia definitiva, correda una foto a sostegno della tesi. L'immagine in questione è quella dell'icona del pop Dua Lipa, in vacanza a Tulum con un gruppo di amici e il fidanzato Anwar Hadid, ultimo prodotto genetico della premiata ditta van der Erik - Hadid, che ha già dato i natali a Bella e Gigi. Godendosi i tramonti dal terrazzo di una lussuosa magione, la cantante sfoggia il physique du rôle che la contraddistingue, inguainato in un abito a pannelli triangolari sul davanti, con un profondo scollo sulla schiena, a lasciar intravedere il tanga incorporato. Una creazione courtesy of Fenty, il marchio di Rihanna, che, secondo Lyst, ha fatto schizzare le ricerche del capo di intimo sepolto in fondo alla nostra memoria, del +150%.

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Un'esplosione, in realtà anticipata ad arte negli scorsi mesi, dove pian piano il tanga era tornato ad apparire, senza discrezione – che d'altronde non gli è mai appartenuta – ma quantomeno con una certa reticenza, su passerelle, copertine, e indosso a celebrities residenti in cap oltreoceano. SeVogue UK aveva fatto indossare alla star della copertina di dicembre, Beyoncé, un tanga ricoperto di cristalli firmato da Agent Provocateur, che sbucava dal vestito del nuovo wunderkind americano Christopher John Rogers, non avevamo sussultato, in quanto alla talentuosa diva americana è concessa qualunque stravaganza; al Met Gala del 2019, alla vista di Hailey Baldwin, maritata Bieber, non eravamo trasalite, seppur notando benissimo il tanga che si faceva strada, per nulla casualmente, dallo scollo sulla schiena del vestito rosa confetto di Alexander Wang. D'altronde, l'evento stesso del Met Gala è più la versione couture del ballo in maschera che una cartina tornasole dalla quale decifrare i trend per le stagioni a venire. E però, se l'interesse è passato dalla potenza all'atto – quello del cercare attivamente nel web modelli simili da acquistare per sé – evidentemente qualcosa è cambiato.

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Per il tanga è un vero e proprio ritorno alle origini, e non quelle dei 2000, dove era stato avvistato l'ultima volta, ma a tempi ben più remoti, considerato che il tanga è, secondo i documenti storici, uno dei primi indumenti mai indossati nella storia dell'umanità, e il suo obiettivo principale era nascondere e sostenere i genitali maschili. Originatosi nell'Africa sub-sahariana, con un parente stretto come il fundoshi giapponese, è tornato a trovare spazio nei nostri armadi, con la consapevolezza navigata posseduta solo da chi ha, approssimativamente, 75 mila anni. Certo, in tempi più recenti, laddove la pruriginosa morale si è sostituita alla praticità senza compromessi, non ha mancato di dare scandalo: nel 1939, alla New York World's Fair è apparso indosso ai corpi dei ballerini, a cui il sindaco della città Fiorello LaGuardia, aveva proibito di mostrarsi nudi. Ultima frontiera dell'edonismo, pernacchia minimalista ai benpensanti, si è trasformato nell'indumento che conosciamo nel 1974, quando lo stilista Rudi Gernreich lo brevettò per sfuggire al bando al nudismo proclamato dal consiglio comunale di Los Angeles.

Bella Hadid durante la sfilata per la s/s 20 di Versace
Victor BoykoGetty Images

Se a validarlo sulle passerelle fu invece uno stilista allergico alla morale borghese (Jean Paul Gaultier, nella primavera estate 1997) le celebrities iniziarono ad adottarlo poco dopo: complemento vestimentario di lolite ammiccanti, da Britney Spears a Christina Aguilera, lo indossò persino Gillian Anderson nel 2001, a una cerimonia di premiazione notturna, corredato dal necessario paio di occhiali da sole minimal, figli dei nineties, con le lenti viola. E oggi? Gli stilisti hanno già dato il loro sigillo di approvazione? A ben guardare, sì. Bella Hadid era apparsa sulla passerella della primavera estate 2020 di Versace con dei pantaloni a vita bassa da cui sbucava il filo dell'underwear che si appoggiava sui fianchi, e dal cool kid americano Heron Preston, nella stessa stagione, aveva fatto capolino tra il corsetto in nylon e i pantaloni baggy in felpa. L'oblò sulla schiena, con intimo ben esposto, è stato adottato persino dal nuovo corso di Givenchy, guidato da Matthew Williams, e le immagini di nostra signora dell'etere, Kim Kardashian, che ne indossava un esempio, hanno contribuito alla fascinazione collettiva. Sarà quindi una mania solo americana, ristretta ai cap che l'hanno inizialmente sdoganato? Certo, Kim K è stata lesta nell'inserire il modello nella sua linea di underwear modellante, Skims, e ovviamente il modello whale tail in pizzo nero o lampone (con la parte posteriore alta, che assomiglia a una coda di balena, ndr) è uno dei bestseller sul sito di Savage x Fenty, il brand di lingerie di Rihanna.

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A ben guardare però, persino tra i brand indie italiani c'è chi lo (ri)propone, traducendolo in seta, regalandogli nuovi significati. «Realizziamo due modelli del capo, uno in seta arricciata e un altro con stoffe che vengono da scorte di magazzino, quindi sostenibili» spiega Alice Bruniera, giovanissima fondatrice di Softandwet. «Chi acquista è un target che si situa tra i 20 e i 35 anni. Personalmente non lo considero di per sé un modello particolarmente trasgressivo, ma anzi divertente – soprattutto nella serie Caramelle, quella con lacci sui fianchi e fantasie variegate, dal tie-dye ai micro motivi floreali – e da indossare con una rinnovata consapevolezza del proprio corpo. Nuovo scettro del femminismo e non "banale" strumento di seduzione? A pensarla così è anche Andrea Adamo, che ne ha realizzato dei modelli in colori neutrali, dal nero al color carne, a corredo della sua linea di abbigliamento body-conscious, Adamo. Sgambati, in pieno revival nineties, come sarebbero piaciute alle bagnanti atletiche che popolavano le spiagge di Baywatch, sono sinonimo di una ritrovata e pacificata relazione con il corpo di chi li indossa. E aspetteremo la prossima bella stagione, quando ci si libererà degli strati di tessuto più pesanti, per capire se questa new wave del tanga, ci conquisterà (di nuovo).

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